INVE(N/T)TIVE – Contro il mondo così com’è

Art brut, mondi necessari e rivoluzioni private

di Roberta Delitala
in copertina, estratto di Nodi (Ronald D. Laing, 2004, Einaudi)


C’è un tipo di creazione che nasce dove il sistema non arriva. Non dove il sistema è stato sconfitto, né dove è stato ignorato per scelta ma in quello spazio che il sistema non ha ancora raggiunto o non sa come nominare. Una creatività che non è passata per i canoni, non per ingenuità e non per disturbo, ma perché si è formata in un luogo impermeabile alla loro logica. Non è alternativa: è eccedente. Non è naïve: è viscerale.

Questa creatività non chiede di essere capita, né accolta, né salvata. Non dialoga con il sistema dell’arte perché non ne riconosce il linguaggio, le gerarchie, le soglie di accesso. E non lo rifiuta nel senso in cui si rifiuta qualcosa che si conosce, lo ignora, semplicemente, perché nasce altrove.

Il termine art brut lo conia Jean Dubuffet negli anni Quaranta per nominare qualcosa che già esisteva – e che, come tutte le cose che esistono prima di essere nominate, rischiava di essere distorto dall’atto stesso di ricevere un nome. Dubuffet cercava un’arte che non fosse passata per le istituzioni, per le accademie, per il mercato: un gesto creativo che non avesse interiorizzato le regole del gioco perché non aveva mai giocato. Raccoglie opere di persone internate in ospedali psichiatrici, di autodidatti assoluti, di visionari che costruiscono universi paralleli senza mai chiedere permesso. Non si tratta, per lui, di un’arte “primitiva” nel senso coloniale del termine, non è l’ingenuo contrapposto al sofisticato. È qualcosa di più radicale: una creatività che non sa di dover essere diversa, perché non si è mai misurata con il parametro da cui differisce. La forza dell’art brut non sta nell’eccentricità, ma nell’impermeabilità: non è arte che rifiuta le convenzioni, è arte che non le ha mai incontrate come problema.

L’art brut, o, nel senso più ampio, l’outsider art, non è un’estetica dell’ingenuità, ma una pratica di disobbedienza radicale. È ciò che accade quando l’immaginazione non viene disciplinata, quando il gesto creativo non si piega alla funzione, alla leggibilità, al valore di scambio. In questo senso, l’art brut è politica: non perché parli di potere, ma perché ne rifiuta la grammatica ovvero i criteri con cui si decide cosa conta come arte, chi può farla, a chi è destinata. E rifiuta, insieme, un’altra grammatica altrettanto potente: quella della patologia come chiave interpretativa, come cornice che spiega e quindi neutralizza.

Pensare a The Realm of the Unreal significa entrare in un territorio dove la creazione non è rappresentazione ma rifondazione. Henry Darger (custode di un palazzo di Chicago, vissuto in solitudine quasi totale per tutta la vita, la cui opera venne scoperta solo dopo la sua morte nel 1973) non immagina un mondo migliore: ne costruisce uno che gli permette di stare in questo. The Realm of the Unreal è un romanzo di quindicimila pagine accompagnato da centinaia di illustrazioni: una guerra cosmica tra forze del bene e del male, abitata dalle Vivian Girls, sette bambine guerriere che combattono contro un impero schiavista. Smisurato, ossessivo, attraversato da violenze, gerarchie, rivolte, martiri — un sistema completo con le sue leggi interne, contraddizioni irrisolte, narrative che si sovrappongono senza mai convergere in una sintesi. Qualcosa che nessuna categoria riesce a contenere del tutto: non è arte terapeutica, non è outsider art nel senso pittoresco del termine, non è documento biografico. È tutte queste cose e nessuna, e la sua forza sta esattamente in questo eccesso rispetto a qualsiasi griglia interpretativa.

Henry Darger, da In the Realms of the Unreal (ante 1973). Dominio pubblico.

Decenni di letture hanno cercato nell’uomo solitario, nella vita invisibile, nel presunto disturbo, la chiave per capire l’opera. Come se The Realm of the Unreal fosse spiegabile attraverso la biografia invece di essere irriducibile a essa. La psicopatologia come strumento ermeneutico rassicura perché contiene l’eccesso, lo rende comprensibile, quindi innocuo. Ma questo è esattamente il meccanismo che l’opera di Darger smonta: le Vivian Girls non sono eroine simboliche, non si lasciano ridurre a vittime né a simboli di innocenza, restano opache, non imbrigliabili. Il loro corpo infantile, ambiguo, disturbante, mette in crisi ogni lettura pacificata. Nulla in Darger è “puro” nel senso dell’innocenza. Tutto è attraversato da una tensione che non cerca redenzione perché non si pone il problema di essere giudicato.

L’immaginazione qui non consola. Organizza il trauma: gli dà una forma, una geografia, una logica narrativa che lo rende abitabile senza dissolverlo. La scrittura e il disegno non servono a esprimere sé stessi, ma a tenere insieme ciò che altrimenti collasserebbe. È un lavoro di lunga durata, quasi industriale. Decenni di pratica invisibile, senza pubblico, senza ritorno,  che sfida insieme l’idea romantica di genio e quella neoliberale di produttività: non c’è ispirazione né ottimizzazione, solo persistenza.

In un altro registro, ma con la stessa urgenza, si muove Daniel Johnston. Cantautore e artista visivo texano, attivo dagli anni Ottanta fino alla sua morte nel 2019, Johnston distribuiva le sue canzoni su cassette registrate in casa, inizialmente ai passanti per strada. Affetto da disturbo bipolare e schizofrenia, ha trascorso periodi della sua vita in istituti psichiatrici –  circostanza che ha spesso oscurato, nella ricezione critica, la complessità del suo lavoro. Le sue canzoni non sono confessioni: sono documenti di guerra interiore. Ma ridurle a questo sarebbe già un errore, lo stesso errore che si commette quando si guarda ai suoi disegni e si vede solo il sintomo.

I’m givin’ it up so plain
I’m living my life in vain
and where am I going to?
I gotta really try,
try so hard to get by
and where am I going to?
I don’t know where is up or down
and there ain’t any love left around
everybody wearin’ a frown
waiting for santa to come to town
you’re giving it up so plain
you’re living your lives in vain
and where are you going to?

Daniel Johnston – Life in vain

Perché Johnston disegna. Ossessivamente, con la stessa logica ripetitiva delle canzoni. Casper il fantasma amichevole che diventa perturbante, strappato all’innocenza del fumetto per abitare qualcosa di più inquieto, una figura di margine che non appartiene né ai vivi né ai morti. E ancora Jeremiah il ranocchio, diventato murale su un muro di Austin nel 1993 e da allora icona involontaria di una città: un personaggio elementare, tracciato con la stessa economia di segno dei disegni su carta, che finisce per condensare tutto il registro di Johnston e l’infanzia come lingua, non come nostalgia. Mostri che popolano un immaginario infantile senza mai risolversi in allegoria, figure che tornano deformate, riconoscibili e irriducibili insieme. I disegni non illustrano le canzoni né le canzoni commentano i disegni: formano un sistema unico, un mondo coerente nelle sue ossessioni, che usa il registro dell’infanzia non per nostalgia ma perché è lì che certi nodi non si sciolgono mai.

È qui che diventa utile pensare a R.D. Laing: non alla psichiatria critica come sistema teorico, ma a Nodi (Einaudi edit.), il libro di poesie del 1970 in cui Laing mette in forma letteraria la trappola della definizione. I nodi di Laing sono “raffigurazioni non ancora classificate da un Linneo dell’assorbimento umano” (R. D. L., aprile 1969), strutture linguistiche che si avvitano su se stesse: più cerchi di uscire dalla categoria che ti è stata assegnata, più la dimostri. Johnston funziona in modo simile: le sue ripetizioni ossessive, le melodie che tornano su se stesse, i testi che non trovano risoluzione  non sono il segno di una mente che non riesce a progredire, ma di una mente che ha individuato esattamente dove il nodo non si scioglie e continua a tornarci, non per incapacità ma per necessità.

Il problema non è la diagnosi in sé, è l’uso che se ne fa. Quando la patologia diventa la spiegazione dell’opera, l’opera smette di esistere come tale e diventa documento clinico. E quando la patologia viene romanticizzata – il genio folle, l’artista maledetto – l’opera viene di nuovo neutralizzata, questa volta per eccesso di ammirazione. In entrambi i casi, ciò che si perde è la specificità del gesto creativo: il fatto che Johnston abbia costruito un linguaggio, non che abbia sofferto. Registrate su cassette fragili, attraversate da ripetizioni ossessive, melodie elementari, testi che oscillano tra amore assoluto e annientamento, le sue canzoni non sono il prodotto di una mente malata né la testimonianza di un’anima tormentata. Sono un sistema. E i sistemi non si spiegano con le biografie.

Ciò che lega Darger e Johnston non è la biografia né la diagnosi – categorie rassicuranti con cui il sistema tende a livellare l’eccesso, a spiegarlo, a renderlo innocuo – ma l’uso dell’arte come tecnologia di sopravvivenza in uno spazio che il sistema non controlla. Non comunicano: persistono. Non chiedono ascolto: esistono. La differenza non è retorica: un’opera che comunica accetta implicitamente le condizioni del dialogo; un’opera che esiste semplicemente le ignora.

Questa creatività viscerale e incontaminata non è immune dalla storia: viene scoperta, intercettata, talvolta saccheggiata. Il problema non è se queste produzioni possano stare nei musei o nei canoni. È cosa perdono quando vi entrano, quando la carica eversiva viene incorniciata, catalogata, resa fruibile. Il gesto che nasceva dall’impossibilità di fare altrimenti diventa oggetto di studio, di mercato, di culto e in quel passaggio qualcosa si neutralizza, anche quando le intenzioni di chi espone o studia sono oneste. La creatività che nasce fuori dal sistema non diventa automaticamente libera entrando nel sistema: spesso vi entra come reperto, come curiosità, come conferma di ciò che il sistema già sapeva dire su di essa.

La loro forza sta nel ricordarci che l’immaginazione non è uno spazio neutro. È un campo di battaglia nel senso che ogni atto creativo implica una scelta su cosa rappresentare, come, per chi, e che alcune opere fanno quella scelta in modo così radicale da rendere difficile qualsiasi appropriazione pacifica. Esistono forme di creazione che non cercano di cambiare il mondo dall’esterno, ma lo aggirano, lo bucano, lo rendono per un momento inabitabile.

In tempi di iper-esposizione e branding dell’identità, queste opere pongono una domanda scomoda: che valore ha un gesto creativo che non vuole essere visto, né capito, né salvato? La domanda è scomoda perché non ha una risposta utile, non produce indicazioni su come fare arte, non offre un modello alternativo. Lascia solo il dubbio che esistano pratiche creative la cui forza dipenda esattamente dall’essere inutili, invisibili, ostinate. Che nascano in uno spazio che il sistema non sa nominare  e che proprio per questo, nel momento in cui lo nomina, smettano di esistere come erano.

È proprio lì che ancora oggi può nascere qualcosa di rivoluzionario: non nell’opera che sfida il sistema affrontandolo, ma in quella che semplicemente non se ne accorge.


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