La strana disfatta

di Diego Scordino
copertina di Ambra Nardi


C’era gente, quel pomeriggio. Fuori faceva freddo. La nebbia galleggiava sull’asfalto nero. Dentro, i tavoli andavano riempiendosi pian piano, mentre il bancone pareva restringersi come un’isola di ghiaccio in mezzo all’estate. Dalle finestre ammaccate dalla pioggia filtravano rivoli di luce giallastra. Annalisa sentì la vibrazione e guardò il cellulare.
Mamma.
Tra verde e rosso non c’era discussione. Clic. Rosso. Vaffanculo, mamma.
Si appoggiò al bancone e per un attimo considerò l’idea di uscire col telefono e richiamarla. Fu il barista a interromperla.
«Beve qualcosa?»
Bastarono quelle due parole affinché Annalisa, sovrappensiero, sprofondasse in un vortice di screpolata confusione. Disse di si, poi di no, poi di nuovo di si, incespicando sempre più man mano che l’espressione del barista diveniva più perplessa e divertita.
Non le restò altro da fare che ordinare una birra. In soli quattro secondi aveva gettato all’aria un pomeriggio fondato su due buoni propositi. Non spendere soldi e bere solo acqua. Il barista, un tipo scuro che poteva avere vent’anni come trentacinque, annuì. Due minuti dopo comparve un bicchiere di un giallo denso e la punta bianca.
Annalisa mormorò un grazie, che forse l’uomo non sentì nemmeno, e filò verso un tavolo vuoto. Cominciò a sorseggiare la birra. Era buona, e in pochi istanti si accorse di stare meglio. Contemplò il marrone scuro dei tavoli e le foto in bianco e nero sulle pareti. Era in un periodo in cui le piaceva tutto ciò che era vecchio e tranquillo. Si vestiva piano, lasciando che lunghi abitini beige le scivolassero addosso, portando di tanto in tanto un cappello che neanche sua madre avrebbe indossato. Una mattina di qualche mese prima, guardandosi allo specchio dopo una brutta notte passata con un ragazzo, aveva deciso che da quel momento in poi sarebbe stata leggera. Avrebbe mangiato di meno. Avrebbe portato vestiti freschi, larghi e senza fronzoli. Si sarebbe truccata il giusto e, soprattutto, avrebbe vissuto più lentamente. Non a caso, quel bar scoperto per caso tra i vicoli una sera di novembre, sembrava accordarsi in modo perfetto col suo nuovo stile di vita.
Si aggrappò alla borsa e tirò a sé un libro. La Strana Disfatta, di Marc Bloch. Dopo che il suo professore di storia contemporanea ne aveva parlato, Annalisa non era più riuscita a toglierselo dalla testa. Pochi giorni prima l’aveva comprato, dopo averlo cercato in tutte le librerie della città.
Bagnò le labbra nella birra una volta ancora, e poi si rituffò in quel racconto magico, amaro, con una copertina che, chissà perché, sembrava fondersi con il legno graffiato del tavolo.
Il gruppo entrò in quel momento. Erano in quattro, alti. Ragazzi che non aveva mai visto, voci che si imposero nel caos. Presero posto al tavolo di fianco. Vestivano bene, sembravano puliti.
Purtroppo, appena iniziarono a parlare, Annalisa capì che la sua quiete era finita. I ragazzi erano rumorosi, sguaiati. Appena arrivarono le loro birre, il tintinnio dei brindisi cominciò a saettare per il locale. I primissimi cenni tra loro furono veloci, sfuggenti, come se i quattro non si vedessero da tempo. Poi però, tutto divenne fluido e spontaneo.
Annalisa tentò di concentrarsi sulle pagine di Bloch, ma dovette arrendersi come la Francia. I ragazzi si rivelarono insopportabili. Humor nero, volgarità gratuite, battute razziste. Cose che ad Annalisa non fecero ridere per nulla. Tra di loro, il più scatenato era un ragazzo biondino, sbarbato, con gli occhiali neri e una maglia bianca senza scritte o loghi. Il viso, come quello degli altri, pareva candido, quasi dolce, ma le sue parole erano dissacranti, esagerate, così sottili e irriverenti da non far capire se fossero sincere oppure no. Annalisa, pensando a quel libro tragico che stringeva tra le mani, sentì un fastidio profondo salire dalle viscere.
La musica, sprigionata dalle casse, creava una specie di vuoto attorno a loro. Oltre il tavolo di Annalisa, le parole dei ragazzi si scioglievano nell’aria. Era come essere in una stanza chiusa. Lei, loro, pochi altri.
Osservò il bicchiere di birra semivuoto. La condensa sgranata disegnava un cerchio d’acqua sul tavolo marroncino. Le bollicine risalivano a stento verso i pochi resti di schiuma. Si accorse, senza realizzarlo davvero, di provare una sorta di strana nostalgia. Quel clima autunnale fatto di leggerezza e buoni propositi le parve d’un tratto più freddo, più solo, come se il mondo si fosse appena scordato di lei. L’unico antidoto a cui riuscì a pensare in quel momento era il libro che teneva tra le mani, ma le parole di Bloch erano inaccessibili, proibite dal frastuono che aveva attorno.
Annalisa strinse la copertina del libro, poi fece scorrere il dito lungo la foto che ritraeva i soldati tedeschi marciare sotto l’Arco di Trionfo. Si accorse di aver letto la stessa frase tre volte di fila e di non aver capito nulla. Tentò di resistere ancora a quella rabbia che di nuovo saliva dalle gambe ma non ci riuscì. D’un tratto, fu troppo. Indignata, sinceramente offesa per la quiete rovinata, si alzò, pagò il conto e uscì, non prima di aver rivolto un’occhiataccia al biondino.
In cambio, il ragazzo le restituì, o sembrò restituirle, una specie di sorriso, che poteva essere di scherno, di complicità, di scuse o di tutto assieme. Annalisa sentì solo rabbia. E fu quella a guidare i suoi passi, mentre sbuffava contro l’inverno.

A casa, sotto una doccia troppo calda, Annalisa rimase a pensare per un momento a quei ragazzi scatenati. Il loro ricordo la colpì all’improvviso, come se invece di un’ora fossero passati giorni. Durò un istante. La loro immagine, come venne, scivolò via. Mentre indossava l’accappatoio, li aveva scordati.
Fu nel letto, mentre Annalisa si girava e rigirava, che il pensiero tornò a galla. Stavolta durò a lungo, forse ore o soltanto minuti. La stanchezza della giornata, una volta spenta l’euforia del momento, trasformò le immagini e deformò i colori. Non vide il chiasso o le battute squallide, o meglio le vide, ma sotto un velo denso e grigiastro.
Sentì invece una strana malinconia, un fremito che non partiva dalle gambe ma dal bacino, scalando la pelle fino alle guance. Era tristezza, ma non solo. Era rimpianto, ma un rimpianto vuoto, platonico, per una cosa che non era accaduta ma che sarebbe potuta accadere. E forse era anche gioia, ma riflessa, affettuosa, come quella provata davanti a un film che finisce o dopo l’ultima pagina di un bellissimo libro.
Intanto, le giravolte erano cessate. Senza nemmeno rendersene conto, Annalisa sentì il torpore inocularsi tra i piedi. I fotogrammi della giornata cominciarono a impastarsi. Con le ultime forze, cercò di riflettere su quello strano malessere, su quell’esistere improvvisamente atono e allo stesso tempo affettuoso.
Ripensò al gruppo dei ragazzi, alla loro affinità, al fatto che tutti sembravano uniti. Poteva quasi vedere le loro onde combaciare fino a fondersi in una linea sola. Qui, senza preavviso, sentì nella bocca il sapore dell’invidia. Quell’improvvisa irruzione le fece male, perché considerava l’invidia il peggiore dei difetti. I successivi minuti, composti da pensieri che galleggiavano sempre più a fatica, li passò a convincersi che in fondo invidia non era, non poteva esserlo. Eppure non c’era altra spiegazione. Quando la verità tornò su, lo fece dolcemente. Annalisa la sentì avvicinarsi come la carezza di un uomo in cerca di scuse. E a quel punto, mentre gli ultimi frammenti del pomeriggio si scioglievano nel sonno, si lasciò andare ad un largo sorriso, convinta di aver risolto un intricato mistero.
Ma al mattino non se ne ricordava più.

Nei mesi successivi, mentre l’inverno lasciava il posto alla primavera, Annalisa era tornata diverse volte nel suo rifugio, anche se ormai non riusciva più a considerarlo soltanto suo. Nonostante le lunghe ore passate a leggere e bere caffè, non vide più nessuno dei ragazzi. Era come se fossero evaporati, come se quel pomeriggio di tanto tempo prima fosse stato un sogno collettivo, condiviso e poi scordato. A volte si scoprì a guardare l’ingresso del bar per vedere chi entrava. Oppure origliava i discorsi di altre persone, giovani o meno, come a cercare qualcosa di familiare.
Nel frattempo, anche il suo spirito era cambiato. A differenza dei mesi freddi, in cui il silenzio e la lentezza sembravano crogiolarla in un tepore morbido e inodore, le prime vere giornate di sole, come ogni anno, risvegliarono in lei la voglia del mare, dell’aria e delle feste. Era come se i battiti accelerassero ogni giorno. Leggere e starsene a casa diventava sempre più difficile. Certi pomeriggi, seduta alla scrivania, Annalisa s’immaginava tutti i suoi coetanei in giro per la città e di colpo i pensieri si facevano cupi, come se tutti quei ragazzi, pur non conoscendola, avessero dimenticato di invitarla. Allora si rifugiava nella musica. Rispetto ai pezzi lenti che amava d’inverno, in primavera le uniche canzoni che riuscivano a tirarla su erano le hit da spiaggia. In compagnia di quei ritmi rapidi e ripetitivi si sentiva euforica e felice. Era un assaggio d’estate. La sua stanza si trasformava in un locale all’aperto immerso tra le palme mentre la tazza di tè iniziava ad allungarsi in verticale fino a diventare un cocktail. Eppure, dopo qualche minuto, quando la radio invece del suono sprigionava il silenzio, tutta la scenografia ricadeva su sé stessa. A quel punto, le parole sui libri erano ormai simboli impossibili e tutto ciò che era calmo e tranquillo provocava solo noia.
In quei giorni, Annalisa cercò il buonumore in un ogni anfratto della sua anima, ma l’unica cosa che ottenne fu l’euforia, subdola, soverchiante ma breve e infine infedele.
Alla sera il silenzio vinceva sempre.

Finalmente, tornarono.
Li vide un giorno di maggio, quando quell’ansia estiva sembrava aver raggiunto il picco proprio mentre l’estate vera era di là da mare. Entrarono compatti e un po’ spaesati, come se davvero in quegli ultimi mesi fossero stati in viaggio ai confini del mondo. Le altre persone sembravano ai loro occhi dei contorni non ancora disegnati.
L’abbigliamento leggero, stavolta, metteva in risalto le forme reali dei loro corpi e Annalisa provò una piccola scossa quando scansionò il torace del biondino.
In quel momento capì che gran parte delle sue emozioni dei mesi precedenti era dovuta a lui, a quel tipo dalla maglia bianca senza marchi e dagli occhi ironici e curiosi.
Il loro ingresso l’aveva colta alla sprovvista, ma in pochi istanti recuperò tutto il suo controllo, come se invece di una sorpresa insperata avesse assistito a un evento che sicuramente sarebbe avvenuto.
Si affrettò a tirare fuori un romanzo, La Marcia di Radetzky, e iniziò a leggere, rimproverandosi con complicità quella messa in scena. Sapeva di essere un po’ ridicola, ma in fondo sentiva che era giusto così.
Si scoprì curiosa, addirittura ansiosa, di ascoltare i loro discorsi, ma appena i ragazzi iniziarono a parlare, Annalisa si ritrovò a pensare al rapporto con le sue amiche.
Con loro aveva sempre bisogno di un po’ di tempo per sciogliersi. Quando le vedeva impiegava i primi minuti per adattarsi. Alla fine di quella anticamera emotiva, Annalisa riusciva a godersi tutto il tempo passato con loro, ma nello stesso istante, capiva di essersi allontanata da sé stessa. Alla fine, quando le salutava e l’unica compagnia che restava era l’aura di quei loro profumi un po’ troppo forti, compiva il processo inverso. Tornava in sé, rientrava a casa, e tutto questo la rendeva esausta. Era come una corsa a due fasi. Fuggire da sé e poi inseguirsi.
Quando posò gli occhi di nuovo sui ragazzi, notò che nel frattempo il loro tavolo si era popolato di birre e stuzzichini. Ripartirono le battute, estreme come la volta prima, intervallate da qualche fatto personale, e poi ancora sostituito da discorsi stupidi, divertenti e assurdi, mentre attorno il chiasso del bar li avvolgeva come un mantello.
Annalisa si ricordò del perché era fuggita sbattendo la porta qualche mese prima. Ora il romanzo che aveva davanti le appariva estraneo come i libri di studio in piena primavera. Con quel baccano, lo stesso che aveva fatto fallire i suoi propositi di terminare La Strana Disfatta, era impensabile leggere qualsiasi cosa. Stavolta cercò di riflettere. La resa, in questa battaglia, non era contemplata. Bisognava reagire.
E così mentre guardava dinanzi a sé, verso una lavagna con i piatti del giorno che in realtà non vedeva davvero, spostò d’improvviso lo sguardo verso il biondino. Quando il ragazzo se ne accorse, rispose subito, ma senza capire da che direzione venisse realmente l’assalto. I suoi occhi stavolta non furono complici, ma attenti. L’espressione di Annalisa era perfetta. Non ostile, non antipatica, infastidita ma non troppo, e con un potenziale sorriso pronto a scattare.
Il biondino, improvvisando, seppe tradurre il significato di quell’espressione e sembrò risponderle con un cenno del capo. Poi guardò i suoi amici come se la ragazza non fosse mai esistita.
Quando tornò al suo libro, Annalisa provò una specie di bizzarro trionfo. Non se ne accorse subito, ma era come se la pressione attorno fosse diminuita. Come se qualcuno avesse iniziato con molta delicatezza a girare una manopola, lentamente, verso sinistra. Gli schiamazzi del tavolo iniziarono a declinare finché non divennero solo parole sommesse. Anche i discorsi, stralunati e irriverenti fino a poco prima, divennero più seri e quasi maturi. Lavoro, politica, qualche ricordo di tanti anni prima. Ogni tanto qualche parola equivoca scatenava una nuova serie di pessime battute, ma nel complesso, sia il volume, sia l’intensità, non raggiunsero mai i picchi della prima mezz’ora. Eppure, Annalisa continuò a sperimentare quella strana sensazione di malinconia, come se il rumore, divenuto silenzio, avesse lasciato un seme pronto a germogliare nel buio. Tra una frase e l’altra, si scoprì a girarsi verso il tavolo di fianco, quasi volesse assicurarsi che i giovani fossero ancora lì. Di tanto in tanto, origliò i loro discorsi tentando di provare una volta ancora quel senso di familiarità combattuta. Quell’essere sospeso tra rabbia e riso. Uno scuotere la testa con gli occhi gentili.
Fu verso la fine di quell’ora, col locale che andava svuotandosi e riempiendosi di gente vecchia e nuova, che si accorse che i ragazzi si stavano alzando. Nonostante tutte le volgarità dette, si abbracciarono tra loro in un modo che Annalisa non aveva mai visto.
Il biondino, dopo l’ultimo saluto, le rivolse un’occhiata che lei non volle evitare. Forse fu per quello che invece di raccogliere il cappotto e imboccare l’uscita, restò al suo posto un secondo ancora. Sembrava incerto tra il passato e il presente. Insensibile ai bicchieri, ai crostini nelle ciotole, ai camerieri che appoggiati ai tavoli chiedevano “tutto bene?”.
Annalisa sentì i suoi occhi nella schiena. Si tuffò nel libro e tentò di assimilare la voce di Joseph Roth, ma era come se degli artigli fatti di ciglia e pupille la strattonassero dopo ogni parola. Finalmente, sentì la voce.
Era una voce serena. Disse qualcosa tipo ciao, o forse scusami. Annalisa però non se ne accorse. In realtà, non ascoltò davvero il suono di quella voce. Era talmente ansiosa, sicura che entro qualche istante l’avrebbe sentita, da non rendersi conto che fosse accaduto davvero. Si girò, capendo di dover dire qualcosa, ma alla vista del biondino una specie di sordo orgoglio s’impadronì di lei.
In un istante, tutte quelle interazioni complici e ammiccanti scomparvero. Si sentiva come la ragazza corsa via di fretta mesi prima. Rispose male, dunque. Non bene, almeno. Ma il biondino non si scoraggiò, e anzi appoggiò la sua borsa sul tavolo, una borsa in pelle marrone, che produsse un tonfo come se dentro fosse fatta di pietra. Poi sedette, senza che nessuno l’avesse invitato.
Iniziò a parlare e per Annalisa fu strano. Era come se all’improvviso l’attore di un film iniziasse, dall’interno dello schermo, a parlare con lei. Quella voce, associata agli altri, al mondo che orbitava attorno, adesso era sua. Il biondino scrutò il libro. Le chiese che libro fosse e lei rispose che non importava. Invece importa, disse lui e Annalisa guardò i suoi occhi aprirsi e farsi seri. Con un po’ di pudore, quasi di imbarazzo, lasciò andare la copertina e gli mostrò il libro. Il biondino in realtà l’aveva già visto. Lo conosceva, l’aveva letto e lei all’inizio non gli credette. Invece iniziò a parlarne. Disse che ricordava tutti i posti in cui finiva un libro e quello lo aveva finito sulle scale di un vecchio convento, tanti anni prima, un giorno in cui aveva saltato la scuola. Le raccontò delle suore che uscivano con dei cesti in mano, dei ragazzini che giocavano a pallone nel piazzale di fronte e dell’odore del mare che saliva dalla scogliera. Del libro in sé non disse nulla, ma era come se avesse detto tutto. Durante il racconto, Annalisa realizzò che quelle parole erano tutte vere e per un attimo le sembrò quasi di sentire tra le sedie quell’odore di mare. E ti è piaciuto? Chiese alla fine. E il biondino ci pensò un attimo, come se valutasse non solo le parole di Joseph Roth, ma anche il mare, le suore e i bambini e alla fine disse sì.
Poi, girando soltanto la testa, domandò un caffè al cameriere di passaggio. Quando arrivò sul tavolo ancora bollente, guardò Annalisa per un momento e poi chiese di lei. E lei per un attimo si sentì in imbarazzo perché non voleva raccontare, così all’improvviso, cose di sé e poi si accorse che il biondino si riferiva al libro. Allora sorrise, e si lanciò in una sintesi di tutto quello che aveva capito fino a pagina settantaquattro, quella in cui aveva posato, pochi minuti prima, un curioso segnalibro che aveva la forma della Torre di Pisa.
Intanto, il locale continuava la sua danza. Solo il loro tavolo restava immobile. Gente veniva e andava, i calici tintinnavano nell’aria, e loro niente. Erano fermi, lì seduti. E continuavano a parlare.
Il biondino a un tratto disse che tutta quella gente seduta gli ricordava una vecchia poesia. Dimmela, gli disse Annalisa, e lui la disse e lei trovò che fosse molto bella. Chi l’ha scritta? chiese. E il biondino rispose che non se lo ricordava. Forse l’ho scritta io, disse alla fine. E Annalisa pensò che probabilmente era vero.
Dopo un po’, le venne fame. Era come se fossero passati secoli dall’ultimo pasto. A pensarci meglio, si disse, era come se l’ultimo pasto fosse avvenuto da un’altra parte, in mondo diverso, lontano. Ordinarono insieme e parlarono di cibo. Poi parlarono della scuola, di insegnanti che parevano fantasmi. Parlarono della polvere e della sabbia. E poi il biondino disse che negli ultimi giorni era ossessionato da un film. Quale? Chiese Annalisa. Non posso dirtelo, rispose lui. E’ un segreto.
Quando il cameriere venne a portar via tutto, Annalisa si accorse che ormai attorno a loro non c’era più nessuno. Da un lato ebbe voglia di ordinare qualcos’altro, dall’altro capì che i camerieri stavano solo aspettando che si togliessero dai piedi. Il biondino, che aveva avuto la stessa sensazione, le chiese di andare a fare due passi fuori, così si alzarono.
Passando in mezzo a tutti quei tavoli vuoti, Annalisa ripensò a quella solitudine che aveva visto galleggiare nelle onde concentriche della sua birra e si accorse di non provarla più. Era euforica, ma di un’euforia calma, lenta, che sentiva sulla pelle come un soffio gelato.
Il biondino le aprì la porta e la invitò a uscire con un bizzarro inchino. Annalisa rise. E mentre il venticello della sera le scompigliava i capelli, non poté fare a meno di pensare all’estate.


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