Addio Terra

di CB Carrer
copertina di Ambra Nardi


«Qua l’è na V

Rosetta sfrega i nodi della falange sulla carta, ne libera l’odore di inchiostro.

Maria, naso basso sul cruciverba della «Tribuna di Treviso», non risponde. La matita abbandonata nella mano.

«Satu che ìa vendù el negozio de Favareto?» Dice Rosetta. Si stringe nella vestaglia con le margherite che chiama la divisa del giardìn.

Le labbra della Maria stanno serrate.

«Almanco te recorditu come che se scrive V I N O?.» Rosetta fa su e giù col dito sulla pagina, tra un quadratino nero e l’altro.

Poi alcune parole biascicate della Maria: «Al Bepi ghe piase tant el Recioto!.»

Rosetta tira un sospiro di sollievo. E appoggia la testa canuta a quella dell’amica.

Restano ancora un po’ nella taverna ricoperta di legno mentre il tardo sole d’agosto filtra dalla finestra, con le proiezioni delle foglie dei gelsi sulle rughe.

Poi Rosetta prende Maria per le ascelle e la fa adagiare sul dondolo in veranda. Maria si guarda intorno. Un «Chi situ?» sussurrato, poi si addormenta.

Rosetta sospira. Sfrega le dita sull’orologio da taschino che tiene in tasca, lo tira fuori. Sotto la ruggine sul quadrante, si fermano le lancette viola fluorescente.

All’alba la luce accecante si fa strada nel villino. La Maria mugugna nel sonno, nella stanza accanto. Rosetta ci sbircia, poi le posa un bacio sulla fronte. Giù in giardino si avvinghia nella camicia da notte, con volto mesto. La travolge una folata di vento, come un elicottero che atterra. Ma non è un elicottero. È la nave stellare, quella dei suoi fratelli. Piccola, giusto per la ricognizione, pensa Rosetta, giusto per tirar su lei e non esser visti dai Terrestri.

Ne scendono corpi di luce, fumi colorati che si avviluppano su se stessi dentro pelle trasparente. Escono dall’ombra dei gelsi e fluttuano fuori dal portellone.

«Fratelli, mi aspettavo la vostra visita.» Non più dialetto, parla nella sua lingua madre.

«Sorella, è il momento.»

«Nuova missione?»

«Nuova esplorazione. Un nuovo pianeta su cui vivere.»

«Nuovo ciclo.» Dice Rosetta tra sé e sé.

Adesso pensa a Maria. La sua amica è in sala. Fissa un muro.

L’essere luminoso le poggia un arto sul braccio e dice: «Le vuoi bene. Ti affezioni. Come a ogni popolazione che visiti. Sei fatta così, sorella.»

Se ne vanno. Dicono che tornano l’indomani, a saluti fatti.

Rosetta resta lì. Prende in braccio la gallina sua preferita, le liscia le penne color caffelatte. Poi si siede sulla sdraio, sotto il sole che sorge, tra i colori rosati del cielo.

Per l’ultima volta, pensa Rosetta.

La mattina la passa tra le strade del paese, mentre ancora nella tasca le lampeggiano orologio e lancette. Dappertutto si corre e si va in bicicletta. La terra dei campi profuma di pannocchie, di viti, dell’acqua del Piavon.

Dietro le finestre, il tintinnio delle ultime posate delle colazioni.

Il suono delle campane rimbomba nella chiesetta, tutte le mattine stessa storia. Don Angelo raccatta i chierichetti, in ritardo per le prove della Messa delle undici.

Passa in bici Toni, accanto a Rosetta. Striscia un piede sull’asfalto e le lancia un sacchetto tutto di pinoli tostati.

«Cos che te fa qua? L’è presto!» Le dice. «Vengo io da te più tardi con la Cosetta!» Scappa via, una mano in aria, il cagnetto che gli corre dietro.

Arriva da dietro la Anna e borbotta. «Ancuo Toni el ciapa la strada longa ogi, me sa.»

Poi guarda Rosetta. «Oh cos che te ha, muso longo?»

«Nient, Ana, nient.»

«Vièn, che andén a cior el vin par Ferragosto.» Si prendono sotto braccio e vanno.

La strada verso Oderzo è torrida e sprofonda nei fossi. Il ciuffo d’alberi del locale del Tonon sfora come una corona sulla casupola delle due sorelle Borin, ormai ricordo di anni orsono.

Le accompagna nel cammino solo il rombo della corriera, il fragore della Seicento del figlio dei Furlan, le voci degli avventori della gelateria Ca’ Lozzio.

«Come che a stà a Maria?» Dice la Anna.

«Cussì e cussì.» Rosetta tutta triste. «Sta mattina l’è vegnù Mario intant che lavoree a far spese, nol pol mia star tant, con l’anca che l’ha.»

Fa una pausa.

«Ho da moverme.»

Che quel mattino abbia deciso di prenderselo per salutare il paese in silenzio, se n’è già pentita. È un pugno nel cuore, allontanarsi da Maria nelle sue ultime ore sulla Terra.

Ma deve lasciare al Bepi la spesa il più a lungo possibile, pensa. E poi lui la porterà all’ospizio a Motta. Pensa che lei a quel punto sarà già neonata, su qualche altro pianeta, poi nuova lingua, nuova vita e altre guerre.

S’erano conosciute sessant’anni prima, con la Maria. Era una figliola magretta, un po’ rozza, lavorava alla fabbrica di scarpe in una Milano mezza sfatta dalle bombe. Aveva raccattato Rosetta che batteva a macchina i ricavi del paron.

Lei s’era fermata per ravanare nella borsa, per prendere il comunicatore d’emergenza e farsi venire a prendere, quel pomeriggio. Pensava che dopo l’esperienza coi fascisti non ci voleva più respirare neanche un’oncia d’aria, su quel pianeta sozzo.

«Cos che te sì drio a far.» Aveva detto quella faccia da schiaffi, sbucata dalla porta dell’ufficio.

Aveva nascosto furtiva il comunicatore nella manica, come un fazzoletto sporco. «Nient, fume.»

«Situ de Treviso? Me lo ha dit a Giovannina.»

Aveva annuito.

«Te me sembra strana, te serve ciapar un fià de aria a fine turno!»

Erano state sui Navigli, coi piedi a penzolare sull’orlo dei muretti. Poi alla tombola alla fine della via dei Missaglia. Poi si ricorda una corriera, per fare quattro passi sull’Adda. I cigni che le avevan prese a beccate.

Poi fu l’anno in cui si stava per trasferire a Zurigo, si diceva che si guadagnasse meglio e poi, lei pensava, la Svizzera era neutrale. Era l’ultima opportunità che dava al pianeta, pensava, poi, fin.

«Vegne anca mi.» Se n’era saltata fuori un giorno la Maria in mensa, con la bocca aperta mentre mangiava il panino.

«Poi quando abbiamo abbastanza schei torniamo a Treviso.»

E allora erano salite sul treno della SBB, le valigie se le erano tirate su che strisciavano sugli scalini di ferro. Si erano infilate tra i sedili a ridere tra di loro, mentre scorrevano le cime innevate delle Alpi dietro ai finestrini.

Dieci anni dopo, avevano preso lo stesso treno al contrario, nel tepore di maggio, niente più neve. E si sentiva il vociare in dialetto di Rosetta e Maria tra gli scompartimenti e il ritmo delle ruote.

Poi la corsa, senza più fiato, verso il Venezia Santa Lucia, parcheggiato nei binari dall’altra parte delle navate di Milano Centrale.

«L’è qua! Venezia Mestre.» Aveva detto Maria, dopo tre ore di viaggio. Aveva puntato il dito in su per indicare l’insegna fuori dal finestrino.

«Manco mal che te ghe sì ti, Marì!» Rosetta aveva raccolto il borsone alla svelta. «Non me lo ricordavo quasi più.»

«Te sì drio perder a memoria!» Aveva riso la Maria.

Ricorda che poi davano le spalle alle spighe di grano. Davanti a loro, due casette gemelle e un gatto.

«Se ven copià l’una co l’altra.» Aveva sbattuto le mani, la Maria, verso i due cubozzi con le verande e le tendine a striscie, i gelsi a mo’ di ringhiera.

«Qualcosa de diverso l’è!» Rosetta aveva indicato i balconcini, uno d’ottone e l’altro in muratura.

«Così ci perdiam e te vegnarà a magnar in te a me taverna!»

«Manco mal!»

Avevano riso. E le stesse risate eran risuonate tra quegli alberi ogni mattina per gli anni a venire.

Rosetta se l’era ormai dimenticato, l’orologio nel suo taschino, il ticchettio fastidioso l’aveva mollato nella credenza. Ormai si pensava umana. Poi Maria aveva iniziato a perdersi nell’orto. E non era riuscita più a trovare la porta per entrare in casa.

Rosetta torna a casa che ormai è mezzogiorno. Il profumo di risi e bisi dalla cucina sveglia Maria, appisolata sul dondolo.

Poi Rosetta le liscia i capelli schiacciati sul lato.

«Devo andar a far un viaggio, Marì.» Dice. E un po’ piange.

Rosetta non le risponde, la bocca si apre e chiude senza denti.

Nel pomeriggio arriva il Toni, fa avanti e indietro nel vialetto schizzando la ghiaia con le ruote della bici da corsa. Lancia questa volta le more surgelate in mano a Rosetta, che le prende per poi sedersi accando a Maria. Ne sgranocchia una, l’altra la mette in bocca all’amica.

«L’è fresca, vè.»

Quella sera si sofferma dove la pianura incontra la montagna, la salita sgombra di piante, dove si distendono i grandi vigneti e i campi. Pensa che così le piace, il buon vecchio Veneto, illuminato di focolari e delle luci delle televisioni, nel buio.

Di nuovo, quella sera, dai gelsi si propaga quella familiare luce accecante, accompagnata dal vento. Maria si copre gli occhi d’istinto.

Rosetta cammina davanti alla nave stellare, davanti ai suoi fratelli. Si stringono, li fa parlare, dicono di un nuovo pianeta da esplorare, rigoglioso di vita. Lei li interrompe.

«Ci dobbiamo dire addio, fratelli. Io devo restare.» Dice.

Guarda Maria.

Si alzano voci, ce ne sono di profonde, poi di cristalline, le mancheranno, pensa.

«Non possiamo rigenerarti, perirai con questo corpo a te alieno. E con te tutte le tue memorie.» Dice uno di loro.

«Non le mie memorie.»

Compare un taccuino tra le mani di Rosetta, ne sfoglia le pagine, i caratteri minuziosi. Glielo pianta in mano, a quel fratello.

«Il traduttore ce la farà, a decifrarlo.»

Nel buio, la nave stellare decolla. Rosetta e Maria sono spazzate dal vento.

«Anden, l’è tardi, ven da dormir.» Le due amiche spariscono nella porta di ferro battuto. Cigola dietro di loro, poi il clang dei chiavistelli.

Nella notte di Piavon, solo la luce della televisione, al secondo piano, filtra dalle tapparelle della casa in campagna di Rosetta.


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