PERIPLO #16 – Appunti ribelli

Foto e testo di Martina Draft


Sono cresciuta negli anni in cui i bambini dominavano strade, campi e fossati, senza alcuna interferenza del clan degli adulti. Mia madre, invece di mettermi in guardia dai pericoli, si assicurava di farmi uscire sempre con i calzini buoni, in caso di gite fuori programma all’ospedale. Erano i rudimenti di un’educazione fatalista che trentanove anni dopo ha generato un’adulta ipocondriaca: se gli altri vedono l’insegna luminescente di una farmacia, io vedo salvezza; se gli altri vedono torte di compleanno e candeline da soffiare, io vedo raffiche di germi; se gli altri vedono avventure, io vedo la morte. Allo stesso modo, se il viaggio è una palestra per testare la solidità fisica e mentale, il Messico è stato il mio primo allenamento sul campo.

Nell’estate 2010 arrancavo sulla soglia di un maestoso infortunio emotivo, e la patria del compianto Emiliano Zapata mi ha raccolta con le sue mani amorevoli per gettarmi in pasto a un altro trauma. Mi trovavo nelle montagne del Guerrero con lo scopo di fare alcune ricerche sponsorizzate dall’ateneo di Ferrara sui mezzi di comunicazione nelle comunità rurali e, nel pomeriggio, con una carovana di altre undici anime da Italia, Messico ed El Salvador, avevamo visitato una stazione radio comunitaria – Radio Ñomdaa (la palabra del agua) a Xochistlahuaca, Costa Chica. La stessa notte, tornando a valle, una valanga ha travolto il furgoncino su cui ci stavamo spostando.

Guardando la questione dall’interno, il mio era il sequel di un’impresa universitaria iniziata l’anno precedente, quando avevo affidato cuore e tesi alla causa dell’emancipazione indigena in Chiapas. In pochi mesi avevo completato la metamorfosi da tesista nelle comunità rivoluzionarie zapatiste a pellegrina dell’attivismo nei municipi autonomi. Mi spostavo da un villaggio all’altro con fotocamera e registratore e, finché prendevo nota, pensavo che il mondo che avevo conosciuto quello del nord Italia cementificato a colpi di vino clinto e federalismo fiscale era una farsa, una distorsione della realtà. Quel sureste messicano che resisteva all’espropriazione di terre e agli abusi, che si organizzava in forme di autogoverno pacifiche e creava alternative ai modelli capitalisti di educazione, era l’opposto del grottesco teatro padano in cui avevo vissuto, dove la parola indipendenza veniva sporcata da individui che non avrebbero saputo da che lato appendere la bandiera di San Marco, se questa non avesse avuto le sei frange finali. Sapevo, a vent’anni, che un otro mundo era possibile, e mi apriva le porte grazie ai contatti di un professore fuori dagli schemi che alla domanda: «Che vaccini devo fare per andare in Messico?» aveva risposto: «Il vaccino lo devi fare se vuoi studiare in Italia». Da buon pragmatico aveva aggiunto: «Procurati degli stivali da pioggia, meglio se altezza ginocchia».

È dunque attività propedeutica al racconto immaginare il Guerrero: una regione che, sia secondo il mio prof che secondo il governo messicano, si colloca precisamente tra Città del Messico e la tanta malora. Un posto che definire lontano da dio è quasi un affronto, visto che dio, qui, oltre ad assumere dei contorni psichedelici e feticciati, non viene a battere cassa da secoli.

Immaginiamo di procedere da Città del Messico verso le spiagge vibranti di Acapulco, con una sosta nell’entroterra. Capiterebbe, allora, di toccare con mano il centro di un ecosistema che respira a ritmo dei progetti di ribellione e che allo stesso tempo soffoca imbavagliato dai capricci del mal gobierno, altresì noti come guerre a bassa intensità, dove sia bassa che intensità sono due sinonimi alquanto romantici del concetto di repressione. Ora, immaginate che in un piccolo furgone da nove vi fossero stipati dodici baldanzosi osservatori umanitari come quelli del gruppo di cui facevo parte. Se rovesciate la prospettiva e guardate il panorama all’esterno noterete poche strade, tutte sterrate, fatte della stessa sostanza del mandorlato quando calienta il sole e della consistenza delle stelline in brodo quando le nuvole aprono lo sfintere nella stagione della lluvia. Nella prima ipotesi – quella del mandorlato – le vostre ciabatte alzeranno una polvere sottile che un tale Malcolm Lowry ha edulcorato con l’aforisma Chi ha respirato la polvere delle strade del Messico, non troverà più pace in nessun altro paese; mentre la seconda ipotesi – quella delle stelline in brodo – vi sorprenderà con le caviglie insozzate di un pantano compatto, per il quale nessun filosofo ha avuto l’ardire di spendere mezzo verso. In entrambi i casi incontrerete delle persone, e quelle persone avranno molte storie da raccontare. Specie quella di una radio senza padroni, che nasce come strumento per rafforzare l’identità culturale, la lingua, e la partecipazione comunitaria, rifiutando qualsiasi legame con partiti o religioni. Conoscerete donne, uomini e bambini, lassù, che per motivi estranei alla logica non godono degli stessi diritti del resto della popolazione; che non sono neppure considerati dei numeri, dato che le autorità centrali non hanno alcun interesse a censirli. Queste persone diventano oggetto di interesse quando la loro presenza ostacola il lieto fine della compravendita di un pezzetto di terra a qualche multinazionale, tanto cara all’Occidente. Conoscerete donne, uomini e bambini, lassù, il cui cammino di lotta si muove fuori dai riflettori della comunicazione canonica, ma che sanno farsi sentire forte e chiaro. Queste persone non hanno accesso alla sanità pubblica e devono farsi otto ore di mulattiera per finire davanti a un tizio che, quando gli va bene, ha un diploma da veterinario. Capirete che un ipocondriaco qualunque, la cui coscienza riposa tranquilla in prossimità di un camice bianco e uno stetoscopio, potrebbe sentirsi un tantino spaesato.

Il 13 luglio 2010, in sella al nostro ruggente furgoncino, stavamo scorrazzando per intervistare gli speaker e gli attivisti locali, mangiando caldo de pollo a tavola con i compas mexicani. Immaginate di sentire in sottofondo, tra una cucchiaiata e l’altra, i programmi dell’emittente – che trattano di salute, diritti delle donne, storie in lingua amuzga e musica tradizionale – nati in risposta a una situazione insostenibile. Partendo da quest’ultima, proviamo a mettere insieme alcuni concetti chiave come: indifferenza, corruzione degli organi statali e federali, violazione dei diritti umani, discriminazione, difficile accesso alla giustizia per le popolazioni indigene. Se uniamo i puntini ne ricaveremo la cartina fisica della regione del Guerrero, ma potremmo estenderla alle regioni limitrofe, e clonarla fino a farla assomigliare a quelle di altri stati dove quel famoso dio, nominato alla carlona diverse righe fa, non mette piede dall’alba dei tempi. Mossi dalla curiosità si potrebbe chiedere agli interlocutori come sono riusciti ad avere la meglio sul mal gobierno, costruendo una radio clandestina con un’antenna grande quanto un campanile. Per procedere in ordine cronologico, sarebbe cosa buona aprire una parentesi tonda e una quadra per dire che Ñomndaa nasce dopo anni di abusi subiti dagli indigeni, soggiogati sia dai dispotici caciques che dal partito oppressore PRI. Ispirati dagli zapatisti del Chiapas, nel 2002 gli abitanti di Xochistlahuaca si organizzano nel Frente Cívico Indígena, dichiarandosi municipio autonomo. Due anni dopo prende vita Radio Ñomndaa.

Alla tiepida domanda: «Ma come avete fatto a…» si unirebbero altre voci al coro, rimaste in silenzio per non rovinare l’accordatura del nostro broken spagnolo, e vedremmo alzarsi il pugno chiuso del vecchio Alfredo, i cui discorsi qualcuno tradurrebbe dall’amuzgo. Scopriremmo che prima della radio fondata dai suoi compaesani nel 2004 non sapeva nulla di quello che succedeva nel suo piccolo paese e, per dirla tutta, non sapeva nemmeno ci fosse un Paese oltre al suo piccolo paese. Aveva sempre pensato quell’altro Paese come un’entità astratta e malevola, un po’ come noi con l’Agenzia delle entrate. Il medico di base? Più raro delle elezioni senza brogli.

David, annunciatore di Ñomdaa, ci illustrerebbe i dettagli di una rivolta andata a segno, quando alcuni mesi prima la sede venne circondata da reparti di polizia militare che ne volevano smantellare le strutture. La formula magica che aveva posto fine alle transazioni era più o meno la seguente:

Polizia: «O regolarizzate la radio e passate ai programmi di propaganda governativa o la smantelliamo».

Popolo unito: «Ma signori, fate pure, el aire no se vende» – l’aria non si vende (ovvero: le frequenze libere sono libere e noi le prendiamo quando ci pare e piace).

Polizia: «Ma quale aria? La radio è su una frequenza, e noi ve la togliamo».
Popolo unito: «E toglietela. Tanto noi ne occupiamo un’altra».

Come se la polizia avesse capito come funzionano le onde radio, aveva alzato le voci e i fucili su civili disarmati. Infine, Radio Ñomdaa aveva chiuso la frequenza precedente e ne aveva occupato un’altra, la 100.1 FM. Ed è forse così che nascono le barzellette sui corpi di stato, e il pueblo unido non viene mai vinto.

Con queste premesse, intrisa di entusiasmo e dell’orgoglio di esserci, ormai poco mi fregava dei sentieri con precipizi infartuanti o degli sguardi in cagnesco dei militari ai posti di blocco, figuriamoci se mi interessava la pioggia Potëmkin che si è scatenata sul tetto di lamiera proprio quando del caldo del pollo erano rimaste solo le ossa.

Dopo l’almuerzo e gli enormi abbracci abbiamo cominciato la discesa verso la nostra base d’appoggio e quando il boato della montagna che si sbriciolava ci ha costretti a uscire dal nostro van, la prima cosa che ci è parso di dover fare è stata correre senza meta, imprecando come invasati, dimentichi del galateo religioso.

Vi posso giurare che in questa circostanza confusionaria persino il più certificato degli ipocondriaci affermerebbe che la morte è sempre più poetica nel giardino degli altri: impantanati fino ai denti, con la saccoccia piena dei preziosi insegnamenti appresi prima della disfatta, l’ipocondriaco non può fare altro che vergognarsi delle scemenze con cui per anni ha farcito la propria testa, e lo scongiuro Se ne esco viva non molesterò più i medici di guardia il sabato sera diventa promessa indelebile. Perché quando l’ipocondriaco gioca a briscola con il destino, il gioco si fa serio. Talmente serio che, personalmente, la seconda cosa che mi è parsa di dover fare è stata guardarmi i calzini per verificare che fossero quelli buoni, nel caso mia madre si risvegliasse dal suo sonno eterno per indagare.

Per quello che di norma verrebbe chiamato miracolo, ma che noi chiameremo botta di culo, abbiamo raggiunto la strada illesi; siamo stati abbastanza fortunati da imbatterci in una macchina, e abbiamo implorato la donna alla guida di aiutarci. La santa creatura ha aperto un paio di negozi per permetterci di comprare vestiti puliti e tequila in dosi abbondanti, e si è assicurata che avessimo il necessario per trascorrere la notte all’addiaccio fino all’arrivo dei soccorsi. I soccorsi, per come li conosciamo noi, non sono mai arrivati, ma l’indomani la salvatrice è riapparsa in un comedor del paese, intenta a impastare tortillas.

In tutta onestà non c’è nulla di eroico nell’esporsi al pericolo ma quell’anno abbiamo scoperto che, al di là delle nostre paure più radicate, esistono delle leve motivazionali molto forti che non si riescono a descrivere e che ci spingono a compiere azioni che sentiamo giuste, costi quel che costi. Ci sono dei rischi che dei signori nessuno, come me e i miei compagni, armati della propria gioventù e delle migliori utopie, si sentono in dovere di correre; perché quando ti accorgi che la tua voce da signor nessuno unita a quella di tanti altri signori nessuno fa rumore, galleggiare in una valanga nelle interiora messicane vale la pena, e ne varrà sempre la pena finché ci saranno dei diritti umani da difendere.

Col senno del poi rifarei tutto a occhi chiusi e attraverserei ancora quelle montagne friabili per stringere le mani a donne, uomini e bambini che sul trespolo degli Altos guerrerensi mandano in onda ogni giorno la storia del loro popolo con fierezza e determinazione. Penso a loro quando mi perdo in particolareggiate elucubrazioni su patologie inesistenti e, fintanto che la memoria corre, le mie fantasie farmaceutiche si placano e mi sorridono benevole. Lo metto nero su bianco nel mio diario, a posteriori, per ricordarmi che anche se la tentazione di interrogare Google alla ricerca di malanni improbabili non mi abbia abbandonata, potrei essere capace di ripartire all’istante.

In più di vent’anni dalla sua nascita la radio è cambiata. Ora nel villaggio tutti i giovani hanno uno smartphone e, nonostante la saturazione di voci, Radio Ñomndaa si sbraccia per sfidare l’omologazione. Dalla mia visita nel 2010, a oggi, in Messico si sono succeduti quattro presidenti, e ognuno di loro aveva il potenziale per essere il meno peggio per poi rivelarsi il peggio e basta. A ciascun mandato la radio ha rifiutato l’offerta di legalizzarsi per mantenere la propria indipendenza. Ha subito danni naturali: l’Uragano Manuel nel 2013, blackout e fulmini nel 2019, e persecuzioni politiche dal 2004 alla data odierna, ma continua a rinascere grazie al lavoro collettivo e all’autogestione. Soprattutto, non ha mai smesso di andare in onda dalla frequenza 100.1 FM.

Le decisioni si prendono in assemblea, simbolo di democrazia diretta. Gli speakers vengono formati in una escuelita dove si apprendono le basi della comunicazione e la storia del progetto. L’autonomia non è un’idea, è una pratica quotidiana.

In un’invasione globale di rumori commerciali e notizie effimere, Radio Ñomndaa trasmette parole che resistono e curano chi le ascolta.

Con il pretesto di ricomporre gli ultimi stralci di questo reportage ho ripreso contatto con un po’ di persone incrociate in centroamerica, tra cui Beppe, un vecchio amico con cui ho condiviso due spedizioni, valanga compresa. Beppe è il tipo di persona che vorresti accanto sia durante eventi meteorologici avversi che durante un banale raffreddore; prima di tutto perché è dottore e poi perché conosce la discografia intera di Guccini e De Andrè, entrambi di enorme conforto sia in caso di slavina che di occlusione delle vie nasali. Beppe è tornato in Messico in agosto per partecipare all’incontro promosso dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in cui attivisti dai cinque continenti si sono radunati in Chiapas per rafforzare la rete di solidarietà tra popoli in resistenza e movimenti internazionali. Degli aneddoti che mi ha raccontato al telefono uno è rimasto a fare eco: «Hanno costruito le fondamenta di un ospedale chirurgico», mi riferisce, «ci saranno ben sei posti per pazienti in degenza». Nel nostro universo lindo e pinto una notizia come questa non farebbe gran scalpore, ma nella cornice messicana si copre di lirismo perché significa futuro, avanzamento. Non parliamo di un progresso becero, di stampo capitalista, che implica la colonizzazione di terreni, saperi e tecnologia, bensì il raggiungimento lento e ostinato dei diritti di primissima necessità. Quell’ospedale di cui ora esiste una timida colata di cemento che farebbe gola a regioni come la mia, il Veneto pagliaccio della bulimia edilizia è una promessa, che un giorno arriverà. Anche se quel giorno era l’altro ieri e ieri non c’era il martello ma solo la falce, o c’erano i denti ma non il pane, domani diventerà qualcosa di fondamentale, al pari di Radio Ñomndaa, che ho portato come caso esemplare, e che lo scorso dicembre ha celebrato i suoi ventuno anni di esistenza in resistenza nel tumulto della violenza istituzionale e dell’indifferenza generale. E così la lucha sigue, y el pueblo unido jamás será vencido.


Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
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