di Amanda Rosso
copertina di Iperborea
Una foto scattata dall’alto nel cortile dell’Università di Pavia. Un diplodoco di plastica troneggia su un cerchio di sedie densamente occupate. Prepariamo l’inverno più caldo e follemente precario del decennio. Allora non sapevamo ancora che avremmo vissuto per mesi di caffè solubile, pizza-kebab, vin brûlé e sigarette, dormendo pochissimo e passando intere notti nell’Aula Magna Okkupata. Le canzoni improvvisate alla chitarra di Gió Disagio, lampione spento dentro me, lampione spento dentro te alle tre di notte, non abbiamo bisogno di una guida perché i leader portano sfiga, la nostra puntualissima sveglia. Attacchinaggi clandestini, le birre dell’Eurospin, le assemblee infinite, i sacchi a pelo buttati per terra.
30 novembre 2010: la mia Converse penzola attaccata a uno striscione di trenta metri con su scritto PER NON FINIRE SOTTO UN PONTE LO OKKUPIAMO. QUEL CHE VOGLIAMO CE LO PRENDIAMO. NO DDL GELMINI. La foto di quello striscione rimarrà appesa alla parete della sala di Casa Campari, l’appartamento condiviso con coinquilinə, amicə, conoscentə e vari animali non umani, fino a che anche l’ultimə di noi se ne sarà andatə. Lo striscione vero finirà invece nel Ticino insieme alla mia scarpa.
18 ottobre 2012: una foto sfocata e le amiche un po’ sbronze, mentre cantavamo Lorella Cuccarini — lo so grazie ai commenti su Facebook.
11 febbraio 2013: io, La Fra e Liuk sul divano. Dietro di noi la fotografia del ponte occupato, il mio portatile bianco con gli adesivi NO TAV, la totale mancanza di urgenza di immortalare quei momenti, che dovevano essere solo l’inizio delle nostre vite inseparabili.
Ho archivi fotografici di quegli anni che straripano metaforicamente da hard disk, telefoni e social media di varia natura: cortei, manifestazioni, picchetti, assemblee, ma anche partite a Risiko, compleanni, lauree, aperitivi solidali, picnic, concerti, carezze, accampamenti improvvisati, viaggi, festival, piantini ubriachi, maratone di Game of Thrones, Salvadór: 26 anni contro, Sherlock. Pino Cacucci, Rino Gaetano, Nuvole senza Messico…
Country roads, take me home…to the place, I belong…
Nel momento in cui quelle fotografie venivano scattate, ero convinta che la mia vita avrebbe avuto sempre quella forma. Amicə, politica, spazi condivisi, cortei, relazioni intrecciate fino quasi a diventare indistinguibili. Pensavo che il tempo si sarebbe continuato a organizzare così: collettivamente, sempre al presente. Quelle immagini oggi non sono semplicemente ricordi. Sono tracce di una forma di vita che per un certo periodo mi è sembrata non soltanto possibile, ma inevitabile.
È leggendo Un desiderio smisurato di amicizia (Iperborea 2026, tradotto da Caterina Orsenigo) di Hélène Giannecchini che ho riconosciuto qualcosa di familiare nella natura di quei frammenti. Il libro è attraversato dalla ricerca di genealogie affettive e politiche costruite attraverso fotografie, archivi, lotte, relazioni e memorie disperse. Leggendolo, ho avuto la sensazione che quelle immagini che continuano a riapparire dai miei archivi personali non documentassero soltanto degli anni universitari o una stagione politica, ma un tentativo concreto di organizzare diversamente il desiderio, il tempo, la convivenza e l’appartenenza.
Ci sono libri che arrivano come strumenti critici e altri che arrivano come compagnie. Quello di Giannecchini appartiene a entrambe le categorie e, proprio per questo, riesce in qualcosa di raro: trasformare la riflessione teorica in una pratica concreta di trasmissione, sopravvivenza e costruzione collettiva della memoria. Il libro si presenta come un attraversamento di archivi queer, fotografie anonime, album di famiglia, lutti, amicizie, immagini ritrovate ai mercatini delle pulci, testimonianze dell’attivismo AIDS, letture condivise, conversazioni, viaggi e genealogie inventate; ma ciò che progressivamente emerge è un progetto assai più radicale: costruire, attraverso la scrittura, una controstoria affettiva e politica capace di opporsi all’oblio sistematico prodotto dalla norma eterocispatriarcale.
Fin dalle prime pagine Giannecchini chiarisce la natura della propria ricerca: «Non mi bastava conoscere la mia famiglia. Avevo bisogno di un’altra genealogia». Non si tratta soltanto di cercare antenate queer, figure lesbiche o vite marginali da riscattare alla storia ufficiale; si tratta piuttosto di mettere in discussione il principio stesso della genealogia biologica come dispositivo naturale di appartenenza e trasmissione. «Ho creato io la mia ascendenza», scrive più avanti, e questa frase potrebbe funzionare come manifesto dell’intero libro. Perché Un desiderio smisurato di amicizia lavora precisamente nello spazio che si apre fra archivio e immaginazione, fra documento e invenzione, fra memoria e silenzio, insistendo sul fatto che l’assenza di tracce non equivalga mai all’assenza di vita.
È qui che il testo si rivela pienamente autoteorico, nel senso più rigoroso e interessante del termine. Negli ultimi anni la parola “autoteoria” è stata spesso svuotata e ridotta a formula editoriale per indicare testi che alternano autobiografia e riflessione teorica; ma nel caso di Giannecchini siamo di fronte a qualcosa di molto più radicale. L’autoteoria non consiste semplicemente nell’inserire riferimenti filosofici dentro un racconto personale, né nel mobilitare il vissuto come prova emotiva di un discorso teorico già formato. Al contrario, ciò che il libro mette in scena è la produzione collettiva e situata del sapere: la teoria emerge attraverso relazioni, incontri, immagini, archivi, desideri, lutti e pratiche quotidiane. Non c’è mai separazione netta fra esperienza e pensiero, perché il pensiero stesso appare come qualcosa che nasce dall’attraversamento della vita condivisa.
«Il pensiero ha espanso il desiderio», scrive Giannecchini, formulando una frase che attraversa l’intero testo come una sorta di dichiarazione metodologica. Qui il desiderio non precede la teoria né la teoria precede il desiderio: si trasformano reciprocamente. I libri, le conversazioni, le fotografie, le lotte politiche e le relazioni affettive modificano il modo in cui il soggetto percepisce sé stesso, i propri legami e il proprio posto nella storia. Monique Wittig arriva attraverso la prima amante, Judith Butler emerge da discussioni condivise, Jacob Israël de Haan viene letto ad alta voce durante una colazione ad Amsterdam, Donna Haraway, Kath Weston, Roland Barthes, Jodi Dean, Howard S. Becker o Michel Foucault entrano nel testo non come autorità astratte ma come presenze relazionali, figure che hanno contribuito a rendere possibile una certa maniera di abitare il mondo.
In questo senso, Un desiderio smisurato di amicizia queerizza non soltanto il proprio oggetto, ma il metodo stesso della trasmissione teorica. La conoscenza non si organizza più secondo la verticalità accademica della citazione autorevole, ma attraverso un montaggio rizomatico e centrifugo di materiali eterogenei. Il riferimento al rizoma di Deleuze e Guattari non è qui ornamentale: il rizoma indica infatti una struttura senza centro stabile né gerarchia lineare, fatta di connessioni laterali, proliferazioni e attraversamenti continui. Ed è esattamente così che procede il libro. Una fotografia conduce a un archivio; un archivio a una relazione amorosa; una relazione a una teoria politica; una teoria a un’altra immagine; un’immagine a una memoria collettiva. Il testo rifiuta costantemente la linearità genealogica tradizionale per costruire invece una costellazione mobile di legami, frammenti e sopravvivenze.
Anche per questo la dimensione intertestuale e intermediale del libro è così importante. L’intertestualità, qui, non consiste semplicemente nel citare altri testi, ma nel costruire il senso attraverso il dialogo continuo fra voci diverse, spesso lontane nel tempo e nello spazio. L’intermedialità — cioè il rapporto fra media differenti — permette invece a Giannecchini di mettere continuamente in relazione fotografia, archivio, memoir, teoria critica, oralità, memoriali pubblici, slogan politici, album di famiglia e immagini anonime. Ogni medium interviene laddove l’altro fallisce: la fotografia testimonia ma tace; l’archivio conserva ma lacera; la narrazione immagina ma non possiede; la teoria articola ma non esaurisce l’esperienza. Il libro si costruisce precisamente dentro queste insufficienze reciproche.
È qui che la lunga scena della cena immaginaria assume un’importanza decisiva. Attorno a quel tavolo siedono teoriche, amiche, morte, amanti, archiviste, persone anonime fotografate decenni prima, attiviste dell’AIDS, scrittrici, compagne di lotta. Nessuna voce domina le altre. Nessuna esperienza viene subordinata alla teoria. La tavola immaginata da Giannecchini diventa allora una forma alternativa di produzione del sapere, una contro-istituzione epistemologica fondata non sulla gerarchia ma sulla circolazione affettiva della conoscenza. È forse questo il gesto più politico del libro: trasformare la teoria in una pratica conviviale di trasmissione e sopravvivenza.
Anche formalmente il testo mette continuamente in crisi i confini fra generi e dispositivi narrativi. Il récit de filiation — forma narrativa contemporanea centrata sulla ricostruzione della genealogia familiare elaborata da Dominique Viart — viene qui radicalmente deviato e queerizzato. Invece di ricostruire una genealogia lineare e biologica, Giannecchini produce un sistema di affiliazioni mobili, elettive e rizomatiche che ricorda molto più da vicino la nozione di affiliation elaborata da Edward Said: un’appartenenza costruita attraverso prossimità intellettuali, politiche e affettive piuttosto che attraverso il sangue. Ma il libro spinge ancora oltre questa intuizione, includendo dentro tale rete anche le comrades, le compagne di lotta di cui parla Jodi Dean. Nel suo lavoro sul concetto di “compagna”, Dean propone infatti una forma di appartenenza politica capace di sospendere, almeno temporaneamente, le gerarchie individuali di classe, genere e identità per costruire solidarietà orientate all’azione comune. Le genealogie che emergono nel testo non seguono quindi linee verticali ma traiettorie laterali, intermittenti, spesso precarie. Sono genealogie fatte di frammenti, incontri, sopravvivenze e relazioni discontinue.
L’archivio occupa qui un ruolo centrale, ma mai rassicurante. Giannecchini sa bene che gli archivi queer sono per definizione fragili, incompleti, dispersi, spesso deliberatamente distrutti. «Una parte della nostra storia manca perché è stata deliberatamente distrutta», scrive, ricordando come la cancellazione delle vite lesbiche e queer costituisca uno degli strumenti fondamentali del potere patriarcale, come aveva già osservato Adrienne Rich parlando della “distruzione degli archivi dell’esistenza lesbica”. Album gettati via dalle famiglie, diari bruciati, fotografie anonime, relazioni censurate, eufemismi, vite costrette alla clandestinità: il libro insiste continuamente sulla materialità precaria della memoria queer e sulla violenza strutturale che ne ha reso difficile la trasmissione.
Per questo fotografie, lettere, diari, negativi, appunti e archivi domestici diventano nel testo oggetti politici. Il lungo incontro con l’opera della fotografa e attivista lesbica Donna Gottschalk costituisce uno dei momenti più potenti del libro. Gottschalk ha fotografato per decenni lesbiche working class, persone trans, attiviste, amiche, amanti, corpi esposti alla precarietà e alla brutalità del mondo; ha documentato non soltanto le manifestazioni o le grandi occasioni pubbliche, ma soprattutto la quotidianità delle vite queer, la loro durata, la loro vulnerabilità materiale. «Senza le mie foto, la sua esistenza sarebbe caduta nell’oblio», dice Donna a proposito di una delle persone ritratte. La fotografia appare allora come una pratica di resistenza alla sparizione, un modo di impedire che certe vite vengano cancellate una seconda volta.
E tuttavia, nel libro, archivio e fotografia sono sempre insufficienti. Le immagini parlano anche attraverso ciò che non mostrano. «La loro storia è contenuta nell’immagine e, soprattutto, nei suoi silenzi», scrive Giannecchini osservando la fotografia di due uomini sdraiati nell’erba alla fine degli anni Quaranta. Di loro non sa nulla; non conosce i nomi, il destino, la natura precisa del loro legame. Eppure, proprio a partire da quella lacuna, la scrittura si mette al lavoro, immaginando vite possibili, relazioni, paure, forme di clandestinità e sopravvivenza.
Qui il libro entra in dialogo, implicitamente ma con straordinaria precisione, con tutta una riflessione teorica sugli archivi traumatici e sulle memorie queer. Marianne Hirsch utilizza il termine postmemory per descrivere il rapporto che le generazioni successive intrattengono con un trauma che non hanno vissuto direttamente ma di cui ereditano immagini, racconti frammentari e silenzi. Georges Didi-Huberman insiste invece sulla necessità di leggere le immagini come sopravvivenze parziali, frammenti che resistono alla cancellazione storica senza mai restituire una totalità trasparente. Saidiya Hartman, con la sua nozione di critical fabulation, propone una pratica narrativa che tenta di immaginare le vite cancellate dagli archivi senza appropriarsene né fingere di colmare completamente il vuoto documentario.
Ma forse il riferimento più vicino al progetto di Giannecchini è Ann Cvetkovich. In An Archive of Feelings, Cvetkovich mostra come il trauma queer — e in particolare quello legato alla crisi dell’AIDS — non si conservi soltanto nei documenti ufficiali o nelle grandi narrazioni storiche, ma anche negli affetti, nei gesti quotidiani, negli archivi domestici, nelle testimonianze informali, nei materiali considerati minori o non legittimi. L’archivio queer, in questa prospettiva, non è semplicemente un deposito di documenti: è un archivio emotivo e relazionale, costruito attraverso forme di trasmissione spesso precarie, discontinue e non istituzionali. È precisamente dentro questo spazio che si muove Giannecchini quando immagina le vite dietro le fotografie anonime: non sta colonizzando il silenzio archivistico, ma tenta di restituire densità esistenziale a ciò che la storia ufficiale ha espulso dalla memoria collettiva.
Per questo una delle affermazioni più importanti del libro arriva quando Giannecchini scrive che «la letteratura non deve servirsi dell’archivio come di una miniera di vite a disposizione, ma piuttosto collaborarci». È una formulazione decisiva. La scrittura non sostituisce l’archivio né pretende di colmare definitivamente i suoi vuoti; entra invece nei silenzi, cuce frammenti dispersi, tenta di «riparare le nostre memorie mutilate». In questo senso Un desiderio smisurato di amicizia è anche una riflessione metodologica sulla possibilità di una pratica narrativa queer capace di sottrarsi tanto al feticismo documentario quanto alla pura appropriazione romanzesca dell’esperienza altrui.
Il trauma collettivo dell’AIDS attraversa il libro come una presenza spettrale e strutturante. Giannecchini appartiene a quella generazione cresciuta «nel pieno di un’ecatombe» senza averne ricevuto veramente il racconto. Qui il problema non è soltanto il silenzio istituzionale, ma l’impossibilità stessa della trasmissione traumatica. «Il trauma di quegli anni non può rientrare in un discorso», scrive l’autrice, riconoscendo come spesso siano le generazioni successive a dover cercare le parole che le testimoni non sono riuscite a pronunciare. Douglas Crimp aveva mostrato molto bene come la crisi dell’AIDS sia stata non solo una catastrofe sanitaria, ma anche una crisi della rappresentazione e della memoria: chi aveva il diritto di essere pianto, fotografato, raccontato? Quali vite venivano considerate degne di lasciare traccia? L’esperienza queer appare allora segnata da una forma specifica di postmemoria: vivere dentro le conseguenze di una catastrofe di cui si è ereditato il lutto senza averne ricevuto pienamente la narrazione.
Anche per questo il libro torna continuamente sui luoghi della memoria e sulla loro ambivalenza. L’Homomonument di Amsterdam, con il suo triangolo rosa rivolto contemporaneamente al passato, al presente e al futuro, non è semplicemente celebrato come spazio memoriale; diventa piuttosto il luogo in cui interrogare criticamente le forme della memorializzazione queer. Qui si potrebbe parlare, riprendendo Pierre Nora, di lieu de mémoire: un luogo materiale o simbolico in cui una comunità deposita e organizza la propria memoria collettiva. Ma Giannecchini mostra molto bene come ogni memorializzazione comporti anche una selezione, una gerarchia, una narrazione dominante. Da un lato, la necessità di avere finalmente uno spazio pubblico in cui piangere collettivamente vite considerate marginali o sacrificabili; dall’altro, il problema inevitabile di ogni memoria istituzionalizzata: cosa viene ricordato, da chi, in quale forma, e quali storie continuano invece a rimanere fuori campo. Non è un caso che il monumento venga letto da Giannecchini come un luogo tattico oltre che commemorativo, «sia un palcoscenico sia un avamposto», uno spazio da cui elaborare «tattiche e difese». La memoria queer, suggerisce il libro, non può limitarsi alla monumentalizzazione del lutto: deve restare conflittuale, vigile, capace di opporsi alle nuove forme di normalizzazione e assimilazione.
È precisamente qui che l’amicizia diventa il vero centro gravitazionale del testo. Non come sentimento privato o supplemento dell’amore romantico, ma come infrastruttura materiale di sopravvivenza, organizzazione della vita e produzione di continuità narrativa. La crisi dell’AIDS ha avuto un ruolo decisivo in questa riconfigurazione. Di fronte all’abbandono istituzionale, alla violenza morale del discorso pubblico e alla brutalità delle famiglie biologiche — spesso pronte a riappropriarsi dei corpi e delle memorie dei morti cancellandone relazioni, archivi e desideri — le comunità elettive hanno costruito reti di cura, assistenza, testimonianza e trasmissione. La storia dell’AIDS, mostra Giannecchini, è anche una storia dell’amicizia.
Ed è qui che il libro raggiunge la sua dimensione più radicale. L’amicizia queer non viene semplicemente valorizzata; viene sottratta alla sua tradizionale marginalità affettiva e trasformata in una categoria politica capace di ridefinire il significato stesso di parentela, casa, convivenza, cura e comunità. Kath Weston, nel suo testo fondativo Families We Choose, aveva già mostrato come le comunità lesbiche e gay abbiano costruito forme di parentela fondate non sul sangue ma sulla scelta, producendo sistemi di sostegno e appartenenza alternativi alla famiglia nucleare. Donna Haraway, insistendo sulla nozione di kinship, cioè di parentela intesa come costruzione di alleanze e responsabilità reciproche oltre la riproduzione biologica, invita a immaginare relazioni non organizzate attorno alla logica proprietaria della famiglia tradizionale. Michel Foucault, nel celebre testo «Dell’amicizia come modo di vita», vedeva nell’omosessualità non tanto un’identità quanto la possibilità di inventare nuove forme relazionali e nuovi stili di esistenza. Roland Barthes, riflettendo sull’idiorritmia nel corso Come vivere insieme, immaginava invece forme di coabitazione capaci di articolare vita collettiva e libertà individuale senza ricadere nella disciplina normativa della famiglia: il termine indica infatti la possibilità di condividere uno spazio comune mantenendo però ritmi, desideri e temporalità differenti.
Giannecchini raccoglie tutte queste linee teoriche e le riporta ostinatamente alla concretezza della vita quotidiana. Le sue comunità non sono astrazioni utopiche; sono fatte di letti attaccati, cucine condivise, divani, tavoli, fotografie appese ai muri, persone che si tengono la mano in ospedale, archivi salvati in extremis prima che una famiglia li distrugga, amiche che sviluppano pellicole trent’anni dopo, corpi che invecchiano insieme. La domanda che attraversa il libro non è semplicemente “come amare?”, ma “come vivere insieme senza riprodurre le forme normative della famiglia?”. E ancora: come invecchiare insieme? Come costruire strutture di cura reciproca fuori dalla logica proprietaria del matrimonio e della filiazione biologica? Come immaginare spazi di convivenza queer che non siano semplici imitazioni della domesticità eterosessuale?
Qui il libro tocca uno dei suoi punti più fertili: la consapevolezza che la famiglia non sia un fatto naturale ma una tecnologia politica. Giannecchini lo mostra molto bene quando mette in dialogo la propria esperienza con Arlette Farge e Michel Foucault: la famiglia è il luogo in cui la società organizza la trasmissione dell’ordine, del patrimonio, della rispettabilità e della norma. Per questo la questione queer non consiste soltanto nel chiedere accesso alle istituzioni esistenti, ma nel chiedersi se quelle istituzioni siano davvero trasformabili o se, al contrario, finiscano inevitabilmente per normalizzare ciò che vi entra. Le discussioni del libro attorno al matrimonio, alle unioni civili e alla stessa parola “famiglia” sono attraversate da questa tensione irrisolta: queerizzare la famiglia o abbandonarla del tutto?
Ed è forse proprio qui che emerge anche il limite più interessante del testo. Nel tentativo di opporre l’amicizia alla violenza normativa della famiglia eterosessuale, Un desiderio smisurato di amicizia tende talvolta a idealizzare le relazioni d’elezione, rappresentandole come spazi relativamente pacificati, non possessivi, quasi naturalmente immuni dalle dinamiche di dominio, dipendenza, esclusione o crudeltà che attraversano ogni forma relazionale. È una tensione comprensibile, forse persino necessaria all’interno di un progetto che vuole restituire dignità politica a legami storicamente considerati minori; e tuttavia resta difficile non percepire qui una certa rimozione del conflitto.
Se l’amicizia deve essere presa sul serio come forma politica di esistenza, allora bisogna forse riconoscere che anche le relazioni queer custodiscono le stesse trappole affettive, gli stessi rischi di possesso, le stesse asimmetrie e violenze che abitano altri rapporti. In questo senso, viene spontaneo pensare al lavoro di Carmen Maria Machado in Nella casa dei tuoi sogni, memoir ibrido in cui la relazione queer smette finalmente di essere idealizzata come spazio intrinsecamente emancipato e viene attraversata invece da abuso, manipolazione e controllo. È un punto importante perché, lasciata incontestata, l’idealizzazione dell’amicizia rischia di trasformarsi in un’altra forma normativa, altrettanto incapace di pensare davvero la complessità delle relazioni.
Eppure, anche dentro questa tensione, il libro conserva tutta la propria forza politica. Perché ciò che Giannecchini costruisce non è semplicemente un elogio dell’amicizia o un archivio queer sentimentale, ma una pratica concreta di contro-memoria. Un desiderio smisurato di amicizia mostra come la narrazione possa diventare una tecnologia di sopravvivenza collettiva, una forma di resistenza all’oblio e alla solitudine, un modo per produrre continuità là dove la storia ufficiale ha imposto fratture, vergogna e cancellazione.
Ed è forse proprio il valore del frammento a costituire il gesto politico più radicale del libro. Giannecchini torna continuamente su relazioni discontinue, fotografie anonime, incontri brevi, tracce incomplete, vite di cui restano soltanto poche righe o un’immagine sfocata. Nulla garantisce la permanenza di questi legami; nulla li stabilizza definitivamente dentro le categorie rassicuranti della famiglia, della coppia o dell’identità. Ma è precisamente qui che il libro individua una possibilità politica. Riprendendo implicitamente Foucault — quello delle “vite infami”, cioè di quelle esistenze marginali sopravvissute negli archivi soltanto attraverso il contatto con il potere repressivo, ma anche quello dell’“amicizia come modo di vita” — Giannecchini mostra come il frammentario, l’effimero, il non classificabile possano sottrarsi più facilmente alla cattura normativa.
Il patriarcato ha bisogno di continuità genealogica, di trasmissione lineare del nome, del patrimonio e dell’eredità; ha bisogno di relazioni stabili, riconoscibili, classificabili e quindi amministrabili. La famiglia normativa funziona precisamente come macchina di riproduzione di questa leggibilità sociale. Il frammento, invece, resiste. Le relazioni brevi, intermittenti, opache, le alleanze mobili, le comunità provvisorie, i desideri che non si lasciano fissare in un’identità stabile o in una struttura riconoscibile sfuggono più facilmente all’addomesticamento. Non perché siano pure o innocenti, ma perché restano eccedenti, difficili da catturare definitivamente dentro una retorica dell’ordine. Il frammento interrompe allora la teleologia patriarcale della continuità e della riproduzione; rifiuta l’idea che soltanto ciò che dura, si istituzionalizza o produce eredità possa avere valore storico e politico.
In questo senso Un desiderio smisurato di amicizia non propone semplicemente nuove forme di appartenenza: difende il diritto all’inclassificabile. Difende ciò che non dura abbastanza da diventare istituzione, ma che proprio per questo conserva ancora una capacità di disordine, di apertura e di invenzione politica. Rivendica il frammento e l’effimero come strategie epistemologiche e relazionali. Non tutto ciò che conta deve necessariamente diventare monumento, identità o genealogia stabile per avere valore. Alcune vite sopravvivono proprio nella loro precarietà, nei loro archivi incompleti, nei loro legami intermittenti, nei racconti tramandati a voce, nelle fotografie senza nome, nelle amicizie che hanno attraversato il mondo soltanto per un tratto di strada, riuscendo comunque a rosicchiare tempo e spazio all’oblio che avanza.
…Ma che voglia di piangere ho…
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