di Mariella Zambetti
copertina di Chiara Casetta
Quando intravidi l’autobus numero 8 all’orizzonte, nel bel mezzo della tempesta di neve che quel giorno aveva investito la città, mi parve che avanzasse come una bestia ferita, sbandando nel tratto di strada che lo separava dalla fermata.
Io e un’altra trentina di sventurati lo attendevamo alla palina da più di un’ora, pieni di freddo e impazienti di far ritorno a casa. Il sole, ormai, stava tramontando.
D’improvviso un miraggio. Un puntino arancione si apriva il cammino in tutto quel bianco. Un coro di «Finalmente, se Dio vuole!» si levò dal marciapiede.
«Lo dicevo io che prima o poi arrivava! Era solo questione di pazienza!» urlava un vecchio indicandolo col dito.
L’entusiasmo, però, durò poco. Man mano che l’autobus si avvicinava capimmo tutti che qualcosa non andava. Quel pullman era stracolmo di gente raccattata alle fermate precedenti; se ne potevano vedere le guance schiacciate contro i vetri, i capelli incollati ai finestrini a formare ragnatele.
Si accostò con lentezza alla palina, in un gemito metallico, sobbalzando sui cumuli grigiastri che cominciavano a congelarsi. Le porte si spalancarono a fatica con uno sbuffo. Per qualche momento ci guardammo negli occhi, noi a terra e quegli altri là sopra, riflettendo su chi stava peggio.
«Tanto non ci state!» esclamò una voce nasale dalla massa indistinta di quei corpi ammassati.
«Fate spazio, è più di un’ora che aspettiamo!» ribattevano quelli a terra.
«Vado a sentire cosa dice l’autista!» gridai a quel punto ai miei compagni di sventura, dirigendomi verso la cabina del guidatore. I polpacci mi affondavano negli ammassi freddi, fradiciandomi i jeans. L’aria ghiacciata mi bruciava la faccia.
«Mi scusi! Sa dirmi tra quanto passa il prossimo?»
«Come dice?»
L’autista, un uomo di mezza età vestito di blu, con la chioma scura che gli partiva da metà fronte e si allargava come una criniera su tutta la testa, serrava stretto il volante quasi temendo che gli scivolasse via.
«Ho detto: sa dirmi tra quanto passa quello dopo?»
«Ah, non so mica se ne passano altri.»
«Come sarebbe? E la gente come fa a tornare a casa?!» tuonai.
«Mi sa che vi tocca per forza salire qui.»
«Qui?! Non ha visto in quanti siamo?!» puntai l’indice verso la calca intirizzita.
L’autista voltò il collo oltre la spalla con un movimento lento, al modo di una tartaruga. Parve rendersi conto solo in quel momento della folla sul marciapiede.
Per un paio di minuti mi fissò in silenzio, stringendo gli occhi a fessura.
«Forse un modo c’è» disse di colpo grattandosi la testa.
Si alzò in piedi dal posto di guida e urlò in direzione dei passeggeri:
«Dovete scendere!»
Quelli si scambiarono occhiate stralunate.
«Che cosa? Che dobbiamo fare? Scendere?» balbettarono increduli.
«Giù tutti. Ci dobbiamo riorganizzare.»
«Riorganizzarci per cosa?!» strillarono.
«Per farci stare tutti, dentro questo pullman.»
Proteste, insulti, urla. Ma l’autista fu irremovibile e l’autobus rimase fermo, il motore spento. La gente cominciò a scendere rassegnata, mescolandosi a quella in attesa sul marciapiede. Anche lui venne giù e mi raggiunse, gli scarponi sprofondati nella neve.
«Ho un piano» mi alitò nell’orecchio.
«Sarebbe?» alzai il sopracciglio sinistro.
«Va cambiata la prospettiva.»
Corrugai la fronte e scossi piano la testa.
«Dobbiamo impilare la gente. Come scatole in un magazzino» precisò.
Lo guardai fisso negli occhi. Pensai di non aver sentito bene.
«Sfruttiamo l’altezza del pullman e vedrai che ci stanno tutti» proseguì.
Notai che era passato al “tu” e mi adeguai.
«Sei fuori? E come pensi di fare?»
«Su ciascun sedile si siedono tre persone, una in braccio all’altra.»
«Non basta. C’è troppa gente.»
«Fammi finire. Tutti gli altri si sistemano per terra, gambe incrociate. Fanno una specie di tappeto umano. E ogni passeggero regge uno sopra di sé fino a formare torri di tre.»
Torri di persone dentro a un autobus. Un’idea che avrebbe dovuto inorridirmi e che invece, in quel momento, cominciò ad apparirmi logica. Persino elegante. Mi aggrappai a quella soluzione, rassicurata dalla geometria dei volumi.
«Forse si può fare» dissi infine.
Lui annuì più volte, poi continuò a ragionare a voce alta.
«Per primi facciamo sistemare quelli robusti, gli altri sopra. E per ultimi i vecchi e i malandati.»
Senza aggiungere altro, mi voltò le spalle e si diresse a falcate verso la gente in attesa. Il cesto di capelli gli oscillava sulle spalle. Rimasi immobile sul marciapiede, guardandomi intorno e soffermandomi sulle persone che erano più vicine. Un uomo di mezza età, con la testa grossa e il berretto di lana che a stento gli arrivava a metà delle orecchie. Un ragazzotto avvolto in un lungo pumino nero, coi capelli fini e unti.
Poco distante una signora avanti con l’età, con la crocchia d’argento e un sacchetto della spesa pieno di cartocci di latte. Al suo fianco un barboncino bianco se ne stava buono e immobile, come a non voler disturbare. Sembrava un tutt’uno col paesaggio di neve che gli stava attorno. Il guinzaglio, di un tessuto color lavanda, penzolava molle dalla mano della donna. Mi avvicinai di qualche passo per accarezzarlo. Al collare, della stessa tinta, era appesa una medaglietta a forma di osso. Inciso sul metallo c’era scritto: Pallino. Gli massaggiai la testa: i riccioli lanuginosi mi si intrigavano tra le dita.
«State zitti!» sentii gridare l’autista che nel frattempo si era fatto spazio a gomitate tra la folla. La massa di gente, che per tutto il tempo aveva continuato a inveire, tacque. Tutti puntarono gli occhi sull’uomo con la divisa blu, in attesa di istruzioni.
«Bisogna che vi sistemiate uno sopra l’altro, a formare torri di tre persone.»
«Uno sull’altro? Ma robe da matti!» urlò l’anziana col guinzaglio in mano. Pallino abbaiò, allarmato dal tono di voce della padrona.
«Signora, dobbiamo sfruttare tutto lo spazio disponibile.»
«Ma io ho una certa età e le ossa delicate!»
«Infatti lei starà in cima.»
Mi avvicinai all’autista per contribuire all’organizzazione logistica. Non so bene come accadde, ma mi scoprii a parlare come se il piano fosse anche mio. La gente mi ascoltava. Io stessa mi ascoltavo, sorpresa dal tono naturale della mia voce.
«Gli uomini si mettano in fila sulla sinistra. A destra le donne» ordinai.
«Al centro gli anziani!» gridò lui portandosi le mani a coppa davanti alla bocca.
Uno alla volta tutti quanti si mossero, in silenzio. I maschi robusti si sistemarono sui sedili. Quelli più magri presero posto per terra, a gambe incrociate. Le donne si piazzarono in braccio ai passeggeri seduti. Infine, salirono i vecchietti: con le ginocchia tremolanti si arrampicarono su pareti di carne. Tra questi anche la signora col cane. Pallino, sistemato sulle spalle, sfiorava il soffitto.
Mai vista tanta disciplina su un mezzo pubblico. Dovrebbe nevicare tutti i giorni, riflettei senza dirlo.
«Ci siamo tutti?» domandò l’autista risalendo sul mezzo e facendo per sedersi al posto di comando.
«Manco io» gli risposi dal marciapiede.
«Ormai le torri sono fatte. Tu stringiti vicino a me» mi rispose indicando il piccolo spazio accanto al suo sedile.
Dalla cabina di guida la visuale del tappeto umano era allucinata.
«Sembra il numero di un circo» dissi piano.
«Cos’è che sembra?» mi chiese lui distratto.
«Un’esibizione. Tipo acrobati.»
L’autista non mi ascoltava; armeggiò col cambio e guardò lo specchietto retrovisore.
«Si parte, gente!»
A quel punto il pullman tentò di riprendere la sua corsa. Il motore cominciò a girare a vuoto emettendo un ruggito sordo. Dalle ruote un sibilo secco e continuo, quasi un fischio ovattato. Le torri umane immobili, col fiato sospeso. Anche Pallino era all’erta: rigido, con la coda sollevata e le orecchie dritte.
Dopo un tempo che parve infinito imboccò la strada.
«Ben fatto!» battei le mani.
Il viaggio dell’autobus numero 8 verso il capolinea era cominciato.
Si avanzava a strattoni e dondolando, come l’insetto stecco. Dalla mia postazione potevo osservare quello che accadeva fuori. La neve cadeva copiosa e asciutta, appiccicandosi sui marciapiedi e sulle auto parcheggiate come una seconda pelle. In alcuni punti i marciapiedi erano ghiacciati, lastre trasparenti su cui i passanti scivolavano coi sederi per terra. Gli ombrelli sembravano fiori marci.
Dinanzi a noi un fiume di macchine, quasi ingoiato da tutto quel bianco, zigzagava tra i cumuli congelati. Il traffico era in tilt: clacson esplosi in un beep infinito, scampanellii di tram, semafori lampeggianti fuori uso per il blackout.
«Che macello!» esclamò l’autista, che nel frattempo si era levato la giacca e se l’era appoggiata sulle gambe. Gli potevo vedere i rivoli di sudore che dalle tempie scorrevano giù, fin dentro le orecchie. Il colletto della camicia era fradicio.
Le torri umane, intanto, a ogni curva ondeggiavano come spighe nei campi.
«Ecco la prossima fermata» dissi piano sfiorando il parabrezza.
L’autobus si accostò al marciapiede, grattando il ghiaccio.
«Bisogna rifare tutto daccapo» sospirò mentre si alzava dal sedile per raggiungere quelli a terra e spiegare il piano.
«Signori, dovete scendere di nuovo!» gridai alle torri umane.
I passeggeri si mossero, scalando mura di muscoli e ossa. Un po’ per volta si mescolarono a quelli in attesa alla fermata, che li osservavano con sguardi sgranati. Una ragazza gracile col cappotto rosso si soffiava il naso mentre attendeva con pazienza di risalire. Il mascara le colava dagli occhi arrossati, depositandosi sui bordi. Sembrava un panda.
«Tutto bene?» mi avvicinai.
«Sì, sono solo stanca.»
«Coraggio.»
L’autista, nel mentre, dava le istruzioni a voce alta a quelli nuovi. Gesticolava con le braccia, ricordandomi un’hostess che spiega ai passeggeri di un aereo come comportarsi in caso di avaria.
Per la seconda volta le persone salirono a bordo dell’8, disponendosi in ordine di peso.
Di nuovo il motore tossì per qualche minuto. Le torri umane, in silenzio, trattenevano il respiro. Poi ripartimmo.
Devo solo arrivare. Posso farcela, mi facevo forza col pensiero.
Nonostante fuori nevicasse, su quel pullman faceva caldo. Un caldo umido, appiccicoso, che faceva increspare i capelli. Mi tolsi il piumino, contorcendomi nello spazio ristretto della cabina.
«Si crepa, qui dentro» mormorai mentre mi sfilavo una manica per volta, piegando i polsi.
I passeggeri parlottavano tra loro a bassa voce, come recitando una preghiera. Sentivo una specie di brusio, spezzoni di frasi emergere dal tappeto umano.
L’odore di sudore, misto ad aglio e spezie, impregnava i vestiti.
«Cazzo di puzza!» imprecava l’autista a intervalli regolari.
Per un’altra decina di fermate il piano sembrò reggere. Nel tragitto molti salivano, pochi scendevano. Ogni volta l’autobus accostava alla palina, l’autista abbandonava il posto di comando e spiegava il piano ai nuovi venuti. Io ne valutavo la portata e aggiornavo le disposizioni. Chi era sotto saliva di un piano. Chi era in cima scendeva. Pareva filasse tutto liscio, il capolinea si avvicinava. La strada, man mano che ci si allontanava dal centro cittadino, si faceva via via più scorrevole. La neve si placò, i fiocchi sempre più radi.
Ma, a pochi chilometri dal traguardo, qualcosa andò storto.
Un uomo con la pancia prominente, accomodato su uno dei sedili sin dall’inizio del viaggio, cominciò a tossire. Un rumoraccio che gli saliva dal profondo, cupo e grasso. Incontrollabile, gli scuoteva tutto il corpo, sino a che i due che portava in braccio cascarono di lato, finendo sulla torre a fianco. Anche questa si rovesciò, travolgendo quella vicina. D’improvviso tutte le torri umane precipitarono, una appresso all’altra, come in un domino disordinato.
«Mi state schiacciando il braccio!» urlava la ragazza esile col cappotto rosso.
«Non sento più le gambe!» berciava la vecchia con la crocchia d’argento. Il cagnetto scomparso, come ingoiato dalla massa informe. Poco distanti i cartocci di latte, esplosi per la pressione dei corpi; il liquido schizzato su giacche e cappotti come un dipinto di Pollock. L’autobus oscillò.
L’autista fece per voltarsi, ma una curva lo costrinse a riprendere posizione.
«Che succede lì dietro?!» mi chiese allarmato.
«La gente sta crollando, fermati e apri le porte!» urlai.
Si bloccò nel mezzo della carreggiata. Tentò di azionare l’apertura automatica delle uscite, ma quelle erano bloccate dalla gente che ci era finita contro.
Dal vetro della cabina potevo vedere la bolgia di disperati.
I passeggeri, accalcati uno sull’altro, urlavano riempiendo lo spazio angusto di quel ferro vecchio. Un fischio acuto e continuo che partiva da dentro le orecchie e mi faceva scoppiare la testa. D’istinto me le tappai forte con i palmi delle mani e serrai gli occhi.
Rimasi immobile in quella posizione per una manciata di secondi, poi li riaprii.
La gente rantolava, le bocche appiccicate sulla stoffa bagnaticcia dei soprabiti e sul nylon degli impermeabili. Un rumore sordo, come di sottovuoto. Quelli in cima provavano a trovare un appoggio sulle bocche di quelli di sotto, spingendo le mani sulle labbra spalancate, rompendo denti e lacerando gengive.
Masse di capelli intrigati nell’aria, arti intrecciati, visi appiccicati al soffitto e alle pareti.
Sentivo la pelle d’oca sotto i vestiti incollati addosso. Nell’aria l’odore pungente della paura mi dava la nausea. D’istinto afferrai il fazzoletto che avevo in tasca, me lo portai alla bocca e ci vomitai dentro. Un conato quasi vuoto, se non per poche tracce di liquido acido.
Mi voltai verso il mio compagno di viaggio: una macchia scura si allargava piano sui pantaloni, all’altezza dell’inguine.
Schiacciò fino in fondo il pedale dell’acceleratore. «Arriviamo al capolinea, ormai manca poco!» mi gridò addosso.
Rimasi in silenzio a osservare volti violacei, occhi spalancati, pupille dilatate e fisse. Vene dei colli rigonfie, sul punto di esplodere.
L’autobus numero 8 proseguì senza sosta, scivolando veloce per le strade.
D’un tratto mi resi conto che le urla avevano lasciato spazio a un gran silenzio.
Giungemmo a destinazione; la neve aveva smesso del tutto di cadere. Tentai di aprire lo sportello della cabina di guida, ma qualcosa ci si era conficcato nel mezzo.
«Spostati, faccio io» mi scansò l’autista. I capelli ritti sulla testa, sembrava avesse preso la scossa.
Diede uno strattone all’anta di vetro, sbriciolandola in mille frammenti.
C’era una mano incastrata lì sotto. Il corpo era nascosto sotto un mucchio di altri cadaveri. La lana rossa che ne circondava il polso mi diede un capogiro. Ripensai alla ragazza esile, col trucco sbavato che la faceva assomigliare a un panda.
Per un attimo restammo ammutoliti, osservando in silenzio quella mattanza. Poi, con lentezza, avanzammo. Ci facemmo largo tra mura di corpi schizzati di sangue e latte, scostandoli a bracciate.
«Ohi! Mi sentite?!» esclamò l’autista.
«Rispondete!» gridai mentre lo seguivo con passo incerto, cercando di tenermi in equilibrio sul pavimento di schiene e facce rovesciate.
«Che disastro» ripeteva strofinandosi gli occhi con l’avambraccio.
«Aspetta… non lo senti anche tu?»
«Cosa?» mi rispose guardingo.
«Shhh…sembra un guaito.»
Sotto la pila di resti martoriati un mugolio, un gemito sommesso. In mezzo a quell’ammasso di carne inerte, ecco spuntare un brandello di stoffa lavanda e un ciuffetto di ricci aggrovigliati.
Un cane si faceva largo scodinzolando su quel tappeto di morte, venendoci incontro.
Pallino era vivo.
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