Hadoken

di Andrea Bruccoleri
copertina di Wenzel Hablik (Starry Sky, Attempt)


Quando ero piccolo andavamo in villeggiatura a Marausa Lido, protuberanza della costa di Marausa, frazione del comune di Trapani. Manco un quarto d’ora di macchina. Casa di campagna la chiamavamo, anche se di campagna ne era rimasta ben poca da quelle parti e sarebbe stato più corretto definirla una casa al mare.

Mia mamma guardava fuori dal finestrino e diceva Ai tempi miei, qua erano tutti campi di ulivi. Tra il paese e la spiaggia c’erano solo trazzere, e qualche mulo sciancato che le percorreva.

Poi, ogni volta che svoltavamo allo svincolo per Marausa Lido e imboccavamo la carreggiata che conduceva alla costa, ripeteva Ai tempi miei, non esisteva Marausa Lido. C’era solo il paese.

In fondo al rettilineo che tagliava le vigne svettava la Torre di Mezzo, un rudere del Sedicesimo secolo che serviva per gli avvistamenti dei pirati. Una torretta alta sì e no di una decina di metri.

Mio padre, concentrato al voltante, ascoltava in silenzio.


A Marausa Lido, c’era un panificio che vendeva le pizzette e le brioscine con lo zucchero, un tabacchino che vendeva le schedine del Totocalcio e le sigarette, un ristorante famoso per il risotto agli scampi e il cuscus di pesce. C’era pure un bar dove di martedì si faceva il karaoke.

Perpendicolare alla litoranea, c’erano delle stradine dove negli anni Ottanta gli impiegati di città si erano costruiti delle villette con colonne in finto marmo, persiane in alluminio anodizzato oro, lampioncini di plastica in stile “antico” e statue da giardino di cemento raffiguranti putti o leoni dipinti di bianco.

La metà di quelle case, a meno di cento metri dal mare, erano abusive.

Vedrai che prima o poi fanno la sanatoria, diceva mio padre alla mamma per farsi perdonare.

La nostra villetta, con tanto di colonne in finto marmo, persiane in alluminio anodizzato bronzo e nani da giardino di ceramica, sorgeva a novanta metri dal mare. Novantaquattro, per l’esattezza.

A dispetto delle certezze di mio padre, la sanatoria non è mai arrivata.


Per un bambino che c’ha quasi dieci anni, in un torrido dopopranzo di agosto, non c’è niente di peggio che essere rinchiusi in una casa di campagna. Asfissiati tra quattro mura, intrappolati tra il russare dei grandi e l’incessante frinire delle cicale, la noia si carica di un peso insopportabile.

L’aria ristagna. Il brontolio del frigorifero si mischia al ronfare di mio padre, al lamento strozzato dell’autoclave che si rumulía in garage. Anche i rumori della casa si strascicano, sono in trappola, come il replay di un fallo da rigore mostrato una e un’altra volta ancora al rallentatore. Mi corico sul letto della cameretta, mi alzo, vado in soggiorno, mi butto sul divano, sfoglio una rivista a caso. Il sudore dei capelli si appizza alla federa, mi annervo.

La faccia, me la piazzo di fronte al ventilatore della cucina, accendo e poi spengo i tasti uno dopo l’altro: basso, medio, forte. La sensazione di caldo non diminuisce. Basso, medio, forte. Sotto la maglietta, le ascelle me le sento assammarate.

Mi abbutto tantissimo, soprattutto nel primo pomeriggio, perché con quaranta gradi all’ombra manco in giardino si può uscire e dentro casa bisogna stare quieti che tutti stanno facendo il riposino. Mi trascino in garage, appoggio il mento sul davanzale della portafinestra, sospiro, trovo la forza di uscire. Fuori è un forno sventagliato dallo scirocco. Bianco accecante. Vegetazione sbiadita, erbacce abbruciate. Insetti impazziti e lunghe e impassibili file di formiche che non ne vogliono sapere di giocare con me.


Nella stradella parallela alla nostra, c’è il bar dove di martedì sera si può cantare col microfono i pezzi moderni che le mie sorelle vanno a ballare in discoteca, tipo All that she wants o Whats is love? Oppure Living on my own di Freddie Mercury.

Io, di andare nella strada grande non c’ho il permesso, che ci passano le macchine, è pericoloso. Però per raggiungere la sala giochi basta attraversare la gramigna che separa le due stradelle private. Così non c’è il rischio di finire investiti, o di fare arrabbiare alla mamma.

Al bar, c’hanno i videogiochi di Shinobi e Street Fighter II. Allora, quando racimolo qualche moneta o un biglietto di mille lire, ne approfitto subito per scapparmene da casa e accompagnare al mio ninja favorito tra i sobborghi e le paludi di un Estremo Oriente bidimensionale.

I miei genitori fanno la pennica nella camera da letto, il russare di mio padre sovrasta il baccano delle cicale nascoste tra gli arbusti rinsecchiti del giardino. La mamma ha lasciato in cucina la borsetta. Nel portafogli cinquemila lire. Troppi soldi, un’enormità. Li prendo. Li infilo nel marsupio. Scappo via di corsa.

Luce accecante. Sandali svelti a calpestare terra, pietrisco e il giallo di erbacce abbruciate dal sole. Il sudore che dal collo mi cola sulla schiena, manco lo sento. Manco le vedo le chiazze che si allargano sul cotone della maglietta all’altezza dell’ascella. Troppi piccioli. Venticinque gettoni. Venticinque partite. Una fortuna. Il cuore a palla come quando, d’ammucciune, si fa qualcosa che non si deve fare. Un intrallazzo di cui prima o poi si è chiamati a dare conto. Sicuro che Padre Cocò mi fa una ramanzina e cento ave Maria mi assegna, la prossima volta che vado in chiesa per confessarmi.

Ma adesso mi devo concentrare.

Zangief, a noi due.


Per un bambino che c’ha quasi dieci anni, cinquemila lire sono un patrimonio: venticinque gettoni valgono un tredici alla schedina. Posso perfino prendermi il lusso di sprecare qualche partita per imparare a fare l’Hadōken e lo Shōryūken con Ryu. Tanto se perdo, metto un altro gettone.

Così, uno dopo l’altro, i miei avversari li spacco tutti: Dhalsim, Chun-Li, Ken, nessuno può fermarmi. L’aereo di Ryu viaggia inarrestabile sulla mappa della schermata principale alla ricerca di nuove sfide: il Giappone della scuola di sumo di Honda, l’America della base militare di Guile, il Brasile della foresta amazzonica di Blanka. E poco importa se Baldrog o Vega mi mandano al tappeto, se perdo metto un altro gettone e ottengo subito la mia rivincita.

Sagat m’ha sempre fatto vedere i sorci verdi, ma oggi sono imbattibile. Il cuore a palla. Hadōken, shōryūken. Ryu vince il primo round. Il thailandese è forte, un vero colosso, non molla, si fa sotto. Spara le sue mezze lune di energia. Ma oggi non ce n’è per nessuno. Ryu para, contrattacca. Hadōken. Shōryūken. Ecco, lo abbiamo in pugno. Oramai siamo a un passo dal mostro finale. Mr. Bison, comincia a tremare. Hadōken. Hadōken. Masúchen!

You win.


Una cascata di note metalliche. Un tintinnio di monetine elettroniche che, come un jackpot virtuale, aumentano il mio score nella barra in alto dello schermo. Un mormorio di approvazione. Mi giro: non sono più da solo. Nella febbre del gioco, manco mi sono accorto che i ragazzini della sala mi si sono radunati attorno. E ora mi acclamano, mi danno pacche sulle spalle, mi incitano a battere a Mr. Bison, che loro non l’hanno mai vista la fine di Ryu.

Spaccalo tutto, mi dice uno.

Fagli buttare sangue, mi dice un altro.

Ma ora non mi devo distrarre. Sullo sfondo un tempio cambogiano con le torrette alte; in primo piano, una corte lastricata e un matacubbo gigante che pare una campana.

Round 1. Fight.

Mr. Bison lancia in aria il mantello e subito attacca. Ma Ryu salta, si scansa. Evita i calci volanti e contrattacca. Hadōken. La tensione a palla. Shōryūken. La scarica di colpi sui tasti di plastica si confonde coi battiti del cuore. Le dita indolenzite. Bison si rialza. È stordito. C’ha le stelline. Ryu gli salta addosso. Pugni, calci. Lo sgomma tutto. La musica accelera. Il tempo stringe. Mr. Bison è perso: la linea della vita quasi rossa. Mi attacca col suo Psycho Crusher, la sua mossa speciale. Ma Ryu para, lo neutralizza.

Poi è un attimo. Uno schiaffone mi abbrucia la guancia, perdo l’equilibrio. Sono colto alla sprovvista. Non capisco. Non è possibile che Mr. Bison si sia materializzato al mio fianco. Mi giro: i ragazzini si sono dileguati.

Mia mamma mi afferra per l’orecchio e, senza dire una parola, mi trascina a casa assestandomi di tanto in tanto un perentorio calcio in culo, se il mio passo inciampa nel cammino di sterpi che separa le due stradelle.

Mio padre, seduto sul dondolo della veranda, il giornale aperto sulle ginocchia, ci osserva in silenzio.


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