di Vargas
copertina di Francesco Quaranta
Il presente articolo può essere letto anche come continuazione ideale di questo, nell’ottica di una critica più ampia alla letteratura mainstream-borghese che se continuo a far uscire con questa lentezza non farà sicuramente in tempo a smettere di essere borghese, ma sicuramente mainstream sì.
Buona lettura.
Purtroppo tocca iniziare con un po’ di contesto.
Il 28 giugno su La Lettura del Corriere della Sera esce un articolo titolato Contro la fantascienza. Lo firma Mauro Covacich, che per chi conducesse un’esistenza più felice della mia, è un rispettabile autore italiano di letteratura mimetica da cursus honorum classico. Ha scritto narrativa, ha buttato giù non-fiction per darsi un tono, flirtato col teatro, raccolto riconoscimenti all’estero per tornare profeta in patria, detto la sua più o meno informata sui quotidiani in veste di editorialista. Ha insegnato al liceo.
In Contro la fantascienza Covacich si sente in diritto di prendere un intero genere letterario (o meglio, un intero corpus estetico-contenutistico), noto tra le altre cose per non essere stato capace nemmeno di darsi una definizione univoca della propria natura e derubricarlo a bambinata fallimentare perché incapace di prevedere il futuro, un’idea che nell’anno del signore 2026 può sopravvivere solo, appunto, in un editorialista del CorSera.
Il pezzo non è semplicemente sbagliato (per motivazioni che vi potete leggere comodamente qui), ma assurdo proprio a un livello concettuale. La fantascienza è a malapena un insieme omogeneo; come buona parte dei generi letterari è tutt’al più una conversazione in corso, i cui scopi, metodi e prospettive si avvicendano con il variare dei partecipanti: per dire, alla questione divinatoria di cui tanto si lamenta Maurone aveva già messo un punto Ursula K. Le Guin una quarantina d’anni fa; che il pianeta alieno fosse sempre stato il nostro, invece, ci era già arrivato J.G. Ballard quando si era giunti alla (prima?) new wave del genere. Sulla questione della natura escapista del media non mi pronuncio perché non mi va (ancora) di essere volgare.
Prendere quindi un’intera tradizione (viva) e buttarla nel cestino con dati risalenti a una sessantina d’anni fa (presumibilmente l’ultima volta che il Nostro ha preso tra le mani un Urania usato) solleva un ulteriore problema di cui né l’ovvia alzata di scudi, né la sinfonia percussiva di umilianti coppini subiti da Covacich sempre su La Lettura, mi pare si sia occupata.
Ma dietro il contesto sta sempre altro contesto: è un corposo annetto, forse di più che su La Lettura appaiono grassi editoriali su testi di genere, per lo più di fantascienza. Le ragioni sono di una banalità quasi deprimente: è dagli anni ’80 che l’immaginario di massa si forma su prodotti SFF (sci-fi fantasy) e tutti coloro che sono cresciuti assorbendo questo tipo di media non potranno fare altro che incorporarne l’esistenza nel proprio panorama culturale. Ciò comporta che nella produzione contemporanea sarà molto più difficile ignorare l’esistenza del fantastico di quanto lo fosse in precedenza.
Ci si potrebbe aggiungere anche una ferita prettamente italiana nel comparto produttivo, che aveva completamente interdetto la SFF, costringendo la scena a nutrirsi giusto di quella produzione anglofona che poi era finita ad emulare. Ci sono voluti gli anni ’90 perché alla fantascienza italiana fosse permesso di riprendere un discorso autoctono (sì lo so, stavano autori più che validi anche prima, ma qui sto parlando di scena, lo spazio materiale/relazionale all’interno del quale è possibile un dialogo costruttivo più o meno pubblico, necessario a qualsiasi forma d’arte).
Quest’insalata si potrebbe condire con quella crisi della narrazione borghese (di cui Covacich è esponente) che ormai è impossibile da negare. Alcuni dei migliori titoli del catalogo nazionale degli ultimi anni vengono dal genere, che per sua natura si dimostra molto più adatto a navigare l’immaginario quando crollano le grandi narrazioni collettive e qualche fuoricatalogo SFF ormai lo ha praticamente chiunque, persino l’Unione Buddhista Italiana.
In realtà è molto più facile che il 7 ottobre di questa faccenda sia un pezzo di Vanni Santoni su La Lettura del 21 Giugno che in effetti si macchia del crimine di aver detto un’ovvietà: La narrativa è solo genere, il resto è noia.
Su queste macerie quindi, Mauro Covacic, rispettabile alfiere di un mondo che muore, avverte un distinto bruciore perianale e lo interpreta come impulso all’azione.
Prontamente sono arrivate le risposte, a opera di Nicoletta Vallorani (parte di quella scena anni ’90 di cui sopra e autrice di altre sette milioni di interviste dove le chiedono sempre la stessa cosa), Vanni Santoni (che si occupa principalmente di SFF, anche e soprattutto su La Lettura) e ancora autori che vi potete comodamente spulciare dall’archivio de La Lettura. Le argomentazioni sono tutte assolutamente sensate, apparse in decine di centinaia di altri editoriali e articoli e saggi accademici e podcast e barzellette del Cucciolone dell’ultimo lustro: esplorano l’arcobaleno di intenti che sta dietro la SFF, la sua natura politica e la crisi della produzione borghese che ironicamente ha determinato l’assoluta necessità di un’alternativa fantastica nel discorso letterario: fanno insomma fact-checking.
Ma il fact-checking, che comunque è necessario, da solo non ha mai portato una goccia d’acqua al mulino delle forze del bene, come ci ha insegnato l’ultimo ventennio di discorso politico. A controllare l’esattezza dei dati va solo chi già sente la puzza di stronzata, mentre chi vede nella SFF le simpatiche pindariche di gente che scambia gli Avengers per Dostoevskij non potrà che annuire sobriamente alle savie parole del Venerato Maestro. Una rettifica avrebbe avuto più senso dalla redazione de La Lettura stessa, quella che da un po’ non fa che riscoprire l’esistenza della fantastica. Sarebbe bastato giusto un errata dell’articolo precedente, perché sia chiaro, a Mauro Covacich può non piacere la fantascienza, un diritto che non decade nemmeno se la conosce solo per sentito dire.
Il diritto di scriverne con sciatteria da una platea del genere no.
In quest’ottica, gli articoli che sono poi effettivamente seguiti sarebbero sembrati meno una predica al coro e più la giusta ammenda di una testata culturale che prende posizione dopo quello che è stato, volendo essere gentili, un atto di titanica superficialità e volendolo essere meno, una bizzarra regalìa a un nome autorevole.
È forse proprio l’autorevolezza il problema di base dell’intera polemica (vorrei dire dialogo, ma nessuno sta parlando con nessun altro): tutti gli autori, le opere, le massime citate vengono e in realtà potrebbero solo provenire, da fonti non solo consacrate, ma anche piuttosto datate per un genere mutevole come la SFF. La stessa Vallorani, forse una delle pochissime operatrici italiane vive e attive menzionate è comunque stata la prima vincitrice di quello che fino a qualche anno fa era l’unico premio di giuria per la letteratura fantascientifica esistente in Italia.
Il vizio di forma di tutta la querelle richiama le due sequenze speculari de L’attimo fuggente dove Robin Williams all’inizio e George Lloyd in chiusura, espongono alla classe il proprio metodo esegetico per l’oggetto letterario. Come spesso accade, Covacich crede di incarnare il primo, con i suoi continui riferimenti a noia ed emozione durante la lettura, finendo invece a portare avanti la sterile normatività del secondo, che applica in malafede sistemi teleologico valutativi con il solo pregio di essere gli unici che conosce. E appresso a Covacich chi ha risposto ha fatto lo stesso, tentando di sostenere a colpi di autorità la difesa di una tradizione letteraria che giusto adesso sta smettendo di essere considerata una bambinata minoritaria dal mainstream del discorso critico. Mario Covacich non è che lo spasmo muscolare di un sistema che non conosce altro che sé stesso.
In brevissima sostanza, si cerca ancora una volta di smantellare al casa del padrone con gli strumenti del padrone.
E qui arriviamo al secondo punto, proveniente non dal povero Maurone, che sta solo urlando alle nuvole, ma proprio dalla testata su cui il testo è apparso.
Perché la Lettura del Corriere della Sera, uno dei maggiori inserti culturali di questa Zattera della Medusa di paese che ci è capitato in sorte, ha reputato consono pubblicare un pezzo non tanto controverso, quanto dilettantistico e materialmente errato?
I più cinici diranno per fare shitstorm, ma ai più cinici mi sento di rispondere che per quello sta Dagospia, senza contare che non so cosa si potesse sperare dall’aggressione gratuita di una comunità vivace, ma ancora minoritaria. Possibile non ci sia stato un editor che abbia letto il pezzo e abbia illuminato Covacich non dico sull’opzione di documentarsi, ma quantomeno dell’esistenza di Wikipedia?
Parrebbe di no, perché la questione del grande saggio che scende dalla montagna per comunicarci che ha digerito si ripropone poco dopo i primi impatti di orata sulle gote del Nostro, quando esce una replica (pro domo sua) di Maurizio Ferraris.
Come Covacich, Ferraris non lavora con il genere. Non è nemmeno una parte meno conosciuta dei suoi interessi, come era successo con Emanuele Trevi per il Meridiano dedicato a Philip K. Dick. Ferraris è un filosofo noto per una sua teoria che cerca di superare l’assenza di appigli di lettura del reale lasciati dal postmodernismo con un’ontologia che passa per i documenti, o più in generale i testi in senso lato. Non meno importante, suppongo, passa un sacco di tempo in televisione. Il pezzo è una marchetta mascherata con delicatezza da motozappa che mette la bandierina su un argomento che ancora una volta conosce (almeno dall’articolo) giusto per sentito dire. Anche facendo lo sforzo di ignorare il numero in sovrimpressione che promette una pentola a pressione alle prime cinquanta telefonate, rimane solo: tiepido benaltrismo paternalista (ci sono più cose tra cielo e terra… AUFF); la stessa comprensione del testo di Covacich, ma in salsa cattedratica; una piroetta concettuale degna di Simone Biles dove insinua che se esiste il tecnofeudalesimo ipercapitalista è colpa dei libri di fantascienza; l’immortale bias dello specialista (o del piazzista) che riesce a leggere ciò che lo circonda solo attraverso la lente della propria disciplina: quando si ha solo un martello, tutto sembra un chiodo.
Cosa ci rimane di tutto questo discorso?
Assolutamente nulla.
La querelle conta otto articoli (nove, se includiamo i consigli per le letture di Nicoletta Vallorani, di più con i contributi ospitati da Loredana Lipperini sul suo blog, la miriade con il trambusto di signoramia indignati tra Substack e social) accessibili solo a pagamento (o con MLOL, ma voi lo sapete che esiste MLOL?) per un pubblico di lettori forti, sottogruppo di quelli del CorSera.
Dopo questa sparata, La Lettura non ha certamente guadagnato utenti, così come la fantascienza, che al massimo ha avuto l’ennesima occasione per serrare i ranghi, sempre più numerosi (ma per ragioni altre).
Il tutto nel pieno delle vacanze estive dove a voler essere onesti con noi stessi, l’unico periodico che merita di occupare le nostre mani è una copia della Settimana Enigmistica.
Di questi otto articoli abbiamo il disinformato viécce d’apertura, a cui si è accodato giusto uno che ha pensato fosse una buona idea tentare di vendere ai lettori un aspirapolvere, inframezzati da cinque difese informate di un genere che non ha altra pretesa se non quella di indicare una direzione e ricordarci che non dobbiamo stare per forza fermi qui nella morchia (indie-punk parrebbe).
Alle volte non gli riesce, ma che dire, nelle parole di Ferraris ogni tanto sbagliano anche i meteorologi.
La questione qui è che questi cinque autori sono stati convocati tra le pagine dell’inserto per una precisa funzione, quella di rispondere a una vaccata (anche se sono sicuro Covacich l’abbia intesa giusto come lesa maestà), mentre ho l’impressione che i due Venerati Maestri venuti a comunicarci che quelle piastrelle mica si mettono così abbiano avuto da subito a disposizione la scena per agitare un’estremità a vostra scelta, lasciare tutto macchiato e andarsene soddisfatti della propria sentenza.
E mentre so che la dinamica tossica dell’autorità (mai della competenza) continuerà a partorire queste evitabilissime pagliacciate, sono anche consapevole che se la SFF si fonda su qualcosa è sulle aspettative che nutriamo sul mondo che ci circonda. L’elegante noncuranza verso ciò che non merita la nostra attenzione funziona solo se siamo in una posizione di potere, altrimenti, mentre noi non ci curiam di lor, gli approssimativi tromboni che infestano i vertici di qualsiasi struttura potranno comodamente continuare a fare gli approssimativi tromboni. E a forza di elegante noncuranza finiremo a tenere molto pulito e ordinato solo il nostro splendido meraviglioso giardinetto, che non è un ombelico, ma non è che sia poi più grande.
Nel numero del 17 agosto, Mauro Covacich, con la faccia ancora gonfia di pizze che sono sicuro sostenga essere solo un’insolita reazione istamminica, decide che il pallone è suo e decide lui. Che il discorso è finito e comunque questa fantascienza che vi piace tanto (che sembrerebbe essere solo Dick e un racconto risalente al 1950) è scritta male e che l’unico modo di fare letteratura è scrivere bene, benissimo, di quel mondo morente che gli ha permesso di essere un apprezzato scrittore e lo lascia parlare di cose che non conosce sull’inserto culturale di un quotidiano nazionale.
La porta la chiude lui perché è casa sua e se c’è una nuova aspettativa che dovremmo tirare fuori dalla conclusa carnevalata è per il bene di tutti dovrebbe essere anche casa nostra.
Tra una difesa e l’altra del proprio sacrosanto lavoro, forse sarebbe opportuno occuparsi anche di questo lavoro strutturale di cura degli spazi, magari aprirle le finestre di questa casa.
Sennò si fa la muffa.
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