Mercanti di catrame

di Lorenzo Berardi
copertina di Julio Armenante


Abitiamo in via del Mercato, a Varsavia. Ne ha scritto Singer in un racconto e in passato ci transitavano mandrie di bestiame dirette al mattatoio municipale. Ancora oggi, che i buoi li macellano altrove, la strada è talmente larga da farci intuire a stento il palazzo di fronte nei giorni di bruma invernale, come questi. È un rettilineo trafficato e alienante, con la cucitura del tram al centro e i pochi tigli superstiti inclinati dal vento, che vi sbatte attraverso. Di giorno, ci ululano sopra ambulanze al galoppo e di notte vi si svolgono corse clandestine, fra brusche accelerazioni e fischiate di copertoni. In compenso, anche quest’anno al balcone del quinto piano, proprio sotto al nostro, hanno montato le lucine natalizie già a metà ottobre. Alternano il giallo al blu con tre diverse velocità e continueranno a farlo fino a marzo inoltrato. In quell’appartamento vivono in quattro, o forse in cinque, e mai siamo riuscite a capire il loro grado di parentela. Tre di loro dovrebbero essere fratelli, una la madre del trio, e l’ultima la nonna. Tuttavia, è possibile che uno dei fratelli sia il padre dei restanti due o che la presunta madre sia loro sorella. Quanto alla nonna, non si sa se sia ancora viva: l’ultimo avvistamento che ne ricordiamo risale a un paio d’anni fa.

L’incertezza in proposito è comprensibile. Da un lato, i rapporti di vicinato che abbiamo instaurato con gli altri condomini sono inesistenti, quindi se dovessero correre voci di corridoio non ci raggiungerebbero. Dall’altro, il nostro palazzo di otto piani è stracolmo d’anziani, i quali vi muoiono imperterriti. Decessi attestati con nome, cognome ed età dai fogli listati di nero, che appaiono di continuo al cancello d’ingresso. Scomparse confermate dai costanti lavori in corso negli appartamenti svuotati e dalle masserizie accumulate accanto ai bidoni della spazzatura al piano terra: gabinetti, scaffali di librerie, poltrone sfondate, modellini d’aerei, piante rinsecchite. Schegge di vite trascorse che restano lì per mesi a marcire alle intemperie, prima che noi lo si faccia presente all’amministratore o all’azienda privata di nettezza urbana. Questo palazzo in cui abbiamo comprato casa con un mutuo ventennale venne costruito per alloggiarvi le vedove degli sminatori dell’esercito polacco periti nel secondo dopoguerra. Gli anziani che si stanno spegnendo a una a uno al suo interno sono l’ottuagenaria prole di queste vedove di pace, ma la misteriosa nonna del piano di sotto, sempre che campi ancora, non vi appartiene. Lo sappiamo perché neppure è polacca, bensì armena, come gli altri occupanti dell’appartamento. Ci hanno detto di vivere qui da un decennio, mentre di professione fanno i contrabbandieri di sigarette, dettaglio che invece hanno omesso. Siccome il loro traffico d’affari dipende da fragili equilibri geopolitici, da quando l’Ucraina è stata invasa e un muro antimigranti eretto lungo il confine bielorusso, gli armeni hanno saputo diversificare. Pur continuando a ricevere merce dalle frontiere orientali, in flussi ridotti e a costi superiori, da tre anni gestiscono un barbiere-parrucchiere unisex dall’altro lato di via del Mercato. Il salone non ha un grande afflusso di clientela, ma in compenso riceve numerosissimi pacchi. Inoltre, il fratello più giovane si è iscritto a Economia all’Università Kozminski, una prestigiosa business school, come ci ha rivelato lui in ascensore. Averlo incontrato lì sopra non è stata una coincidenza, perché i contrabbandieri vi vanno su e giù a qualsiasi ora diurna o notturna. Il loro commercio al dettaglio non conosce soste e c’è spesso un capannello di clienti in attesa al cancello del nostro palazzo. Fumatrici e fumatori che camminano avanti e indietro come piccioni a caccia di becchime, in attesa che uno degli armeni scenda a recapitargli una stretta di mano imbottita al catrame e a riceverne una foderata al contante. Le coppie di agenti che pattugliano a piedi via del Mercato scelgono di non vedere simili transazioni. Quando camionette della polizia arrivano a sirene spiegate e posteggiano di traverso accanto al nostro cancello è per controllare i documenti di presunti irregolari, oppure per sedare un alterco fra ubriachi. I contrabbandieri armeni sono intoccabili, e incedono baldanzosi per il quartiere.

Siccome qua non esistono campanelli a cui suonare per accedere al palazzo, ma un codice numerico da digitare in una pulsantiera, ignoriamo i cognomi dei nostri vicini. Nell’elenco dei proprietari degli appartamenti spedito al termine delle riunioni condominiali i nostri sono gli unici nominativi stranieri. Sappiamo che i mercanti di sigarette sono armeni perché festeggiano il Natale ortodosso, guidano una Mercedes con la sigla ‘AM’ accanto a un tricolore orizzontale sulla targa posteriore, e il loro salone di barbiere-parrucchiere si chiama ‘Khor Virap’, tale e quale a un monastero nei pressi del monte Ararat. Claude lo traduce anche come ‘prigione in profondità’, ma ci auguriamo si tratti di un’allucinazione. All’oscuro delle loro identità, abbiamo coniato dei soprannomi per ciascun contrabbandiere. Il fratello iscritto a Economia, aitante e belloccio, è divenuto «Kozminski», come la sua Alma Mater. Quello in carne lo chiamiamo «Duduk», che sarebbe uno strumento musicale a fiato tipico della musica folk armena. Loro fratello maggiore – o forse genitore – è «Mkhitaryan», per via di una forte somiglianza con l’omonimo calciatore. La madre dei tre – o la sorella più grande – è «Ciabatta», perché non l’abbiamo mai vista indossare un paio di scarpe, neppure quando va a fare la spesa al supermercato Biedronka o si aggira per via Kijowska sussurrando «Papierosy, papierosy» ai passanti. Significa sigarette in polacco. Quanto all’elusiva nonna, le abbiamo affibbiato una quantità di nomignoli inversamente proporzionale alle sue apparizioni. Di recente, ne parliamo come di «Mama Weed», dal titolo di una commedia francese che adoriamo, nonostante gli armeni non smercino marijuana, o così pensiamo: noi non fumiamo. Un’altra caratteristica dei nostri vicini imprenditori è che nei fine settimana trafficano su certi macchinoni nel vialetto d’accesso al palazzo, accanto al mobilio degli anziani scomparsi. Oltre alla loro Mercedes smontano, oliano, aggiustano BMW, Audi, Honda Accord dai vetri oscurati. Vanno avanti a smanettarci sopra fino a notte fonda, avvalendosi di una di quelle luci dall’aureola circolare montate su un treppiede adoperate dalle artiste ASMR. Per mesi una torre di pneumatici spolpati da una di queste vetture e alta un paio di metri ha troneggiato al pianerottolo fra il quarto e il quinto piano. La pila di gomme è sparita la mattina dopo che ci abbiamo appiccicato in cima un foglio con scritto ‘Barad-dûr’, sormontato da un occhio di Sauron stilizzato. Lavorare nelle multinazionali ci ha insegnato ad essere passive aggressive, ma con ironia, e l’aspirante economista Kozminski avrà colto l’antifona. C’è anche questo: una sera d’aprile in cui mettevamo in letargo cappotti invernali, abbiamo trovato in mezzo al corridoio dello scantinato condominiale una poltrona lavatesta da parrucchiere. Da allora è ancora lì. Nel sotterraneo male illuminato e intriso di infiltrazioni e sgocciolii, con le tracce fosforescenti di topicida a fare da battiscopa, quella seduta con lavabo dà i brividi. Pare di vederci Duduk e Kozminski intenti a torturare con il waterboarding, alla Guantanamo, il turco titolare di ‘Fair Play’, il coiffeur concorrente di ‘Khor Virap’ in via del Mercato. Che i rapporti fra i due esercizi, distanti un centinaio di metri, siano tesi lo dimostrano gli sguardi in cagnesco lanciati dal turco alle sciampiste degli armeni quando queste fumano sigarette davanti ai suoi scalini d’ingresso. Lui fa altrettanto, reciprocando lo sgarro sin sulla loro soglia, però stantuffando da un aggeggio elettronico, per mostrarsi inscalfibile alle bionde nemiche.

Mkhitaryan e Ciabatta sono spesso sul balcone e tengono d’occhio dall’alto tali schermaglie. Ce ne accorgiamo quando rientriamo dal lavoro in presenza, nelle attese che il semaforo dell’attraversamento pedonale per accedere al nostro palazzo verdeggi. I due sorvegliano a turno la via del Mercato in attesa di clienti, consegne o pattuglie disobbedienti. Non c’è dubbio che monitorino anche gli affari del turco, dato che ‘Fair Play’, si trova di fronte al loro punto d’osservazione, e resta aperto fino a tardi. Le stesse lucine natalizie agganciate alla ringhiera del balcone, e tenute lì a sbrilluccicare per sei mesi, non possono essere casuali. La loro accensione e quei tre distinti intervalli d’intermittenza, ne siamo convinte, informano la clientela dell’imminente arrivo, della presenza o del ritardo delle stecche di sigarette, funzionando come un segnale Morse. Durante questi appostamenti aerei, Ciabatta stende il bucato oppure, d’estate, annaffia gerani multicolori, le cui sfumature di petali veicoleranno messaggi al pari delle lucine. Mkhitaryan, invece, indossa un binocolo da paramilitare a tracolla e, fra una messa a fuoco e l’altra, inganna l’attesa tagliandosi le unghie con delle tronchesine. Sentiamo distintamente i clic clic clic dal balcone di sopra. Nessuno dei due ci pare un tabagista, a differenza di Duduk e Kozminski, i quali si concedono spesso e volentieri un tiro a finestra aperta al pianerottolo fra il quarto e il quinto piano, dove sorgeva la pila di pneumatici. Il fatto che l’amministratore abbia affisso un cartello di ‘VIETATO FUMARE’ lì accanto per dissuaderli, non ha scalfito questa loro abitudine.

Fra di noi scherziamo, ma non troppo, che l’anziana Mama Weed sia la mente del gruppo. È lei, dall’alto della sua esperienza nel contrabbando cominciata durante la legge marziale dei primi anni Ottanta importando clandestinamente carta igienica dall’allora Cecoslovacchia, a decidere tutto. Impartisce istruzioni ai suoi quattro congiunti tramite pizzini e sa a chi far recapitare le mazzette necessarie ad assicurare il traffico delle bionde in arrivo dal confine bielorusso e da quello ucraino in questi anni conflittuali. Ha deciso di sparire dalla circolazione e farsi credere morta per sviare l’attenzione di altri clan di contrabbandieri interessati a una fetta più larga del mercato del tabacco. Dalla sua stanza, che dovrebbe essere sotto alla nostra, Mama Weed tesse una tela di ragno paziente e indistruttibile, capace di assicurare agli armeni del quinto piano la supremazia del lucrativo commercio di sigarette senza accise nella capitale. Ce la immaginiamo come una vecchietta che a stento riesce a deambulare sino al gabinetto, ma capace di ottenere dedizione assoluta con una singola occhiata da Ciabatta, Mkhitaryan, Duduk e Kozminski.

Nonna eminenza grigia o meno, consapevoli di quanto l’ingranaggio messo a punto dagli armeni sia oliato, quanto accaduto stamattina ci ha sconvolto. Prima ancora che albeggiasse, tutti i condomini del nostro palazzo sono stati destati nel sonno da un violento rimbombo ritmico proveniente dalla tromba delle scale. Quasi tutti, perché gli armeni hanno stabilito una turnazione per coprire l’arco delle ventiquattro ore e assicurare una presenza fissa alla clientela. Ed ecco perché i tre fratelli sono riusciti a eludere quell’irruzione a sorpresa della polizia nel loro appartamento, con tanto di ariete a sfondarne il portone. Li abbiamo visti con i nostri occhi precipitarsi fuori, sul balcone, e scavalcarne la ringhiera uno dopo l’altro, incuranti del precipizio di una dozzina di metri da lì al marciapiede. Agili come acrobati, si sono arrampicati sulle sbarre fino a raggiungere il nostro balcone, oltrepassarne la ringhiera, e lasciarsi cadere dall’altra parte. Li abbiamo trovati così: acquattati sul piastrellato e intenti a farci gesti inequivocabili di non tradirli. Così, quando due poliziotti si sono presentati alla porta, pochi minuti dopo, per chiederci se avessimo visto qualcuno o qualcosa, abbiamo prima assicurato di no e poi giocato sul fatto di essere straniere, fingendo di non capire le successive domande. Al che, gli agenti si sono guardati a vicenda, hanno scosso le teste imberrettate, e rinunciato ad attingere all’inglese in loro possesso a una simile ora antelucana.

«Il turco. È stato il turco a cantare».

«Maledetto. Dzaghig ci aveva detto di tenerlo d’occhio».

«E ora che facciamo?»

Le prime due affermazioni le hanno pronunciate Mkhitaryan e Kozminski, non appena entrati in casa nostra; Dzaghig, come avremmo scoperto in seguito, è il nome di Ciabatta. La domanda successiva l’ha posta una di noi, perché la situazione in cui ci siamo cacciate è spinosa. Preferiremmo evitare rogne con la giustizia locale, ma al tempo stesso ci dispiacerebbe denunciare i nostri vicini di casa. Saranno fuorilegge, ma sono anche gli unici nel palazzo che ci hanno sempre dato il buongiorno o la buonasera e tenuto aperto sorridenti il cancello d’ingresso, vedendoci arrivare esauste con quattro buste di Biedronka ciascuna. Ora siamo divenuti coinquilini per necessità, ma non può durare a lungo. Anche perché Dzaghig, da loro chiamata sempre per nome, era a consegnare stecche a domicilio durante l’assalto al quinto piano, e ora vive nascosta nel retrobottega del barbiere-parrucchiere. Noi non sapremmo dove accomodarla. Per paura che le loro conversazioni criptate su Telegram vengano intercettate, Mkhitaryan ha spedito Duduk a consultarsi con lei. La missione è avvenuta la sera del primo giorno della nostra coabitazione, grazie a un camuffamento e al modo in cui l’abbiamo truccato, divertendoci a farlo. Così il fratello in carne ha potuto recarsi in incognito a rassicurare la congiunta, e poi rientrare da noi con quattro contenitori colmi di delizie caucasiche, offertegli da un fornaio georgiano affezionato fumatore.

«Ma vostra nonna che fine ha fatto?»

«Quale nonna?»

«Ma come quale? Mama We…ehm quella vecchietta con il bastone che abbiamo visto in ascensore con voi un paio di volte».

«Rientrata in Armenia».

«Davvero? E come mai? Alla sua età un viaggio del genere deve essere faticoso».

«Fate troppe domande».

Kozminski ha questo modo brusco di risponderci, ma sotto sotto è un cuore d’oro. Ha passato tutto il secondo giorno di coabitazione in boxer floreali e canottiera disteso sul divano in salone a ripassare Statistica sul suo iPhone. Mkhitaryan, invece, ha trascorso il tempo facendo la spola fra l’ex cameretta-studio, ora stanza degli ospiti, e il bagno, parlando da solo e facendo docce su docce. Per non disturbarli, noi ci siamo messe a lavorare in smartworking dalla cucina e dalla nostra camera da letto. Quanto a Duduk, lui è uscito la mattina presto, travestito ma struccato, facendo ritorno soltanto a pomeriggio inoltrato con il fiatone, come se avesse scalato di corsa più di sei piani. Terminati kinkhali, khachapuri e pakhlava del cliente georgiano, a cena abbiamo cucinato noi, e sia le tagliatelle al ragù che le cotolette sono state accolte con grandi apprezzamenti.

Al ritorno dai rispettivi uffici, il terzo giorno, ci siamo accorte di come ‘Fair Play’ avesse la serranda abbassata. Insolito, poiché il suo titolare lo tiene aperto dal lunedì alla domenica dalle nove alle ventuno, e sospettiamo che ci dorma dentro. Fissato alla serranda, un cartello timbrato e dall’aria intimidatoria, con su scritto: ‘L’esercizio commerciale rimarrà chiuso sino a data da stabilirsi a seguito di ispezione sanitaria comunale’. Dopo gli armeni, quindi, è toccato al turco. Evidentemente qualcosa comincia a muoversi nel quartiere in ambito di igiene e legalità. Che dipenda dai recenti video social del sindaco a zonzo per via del Mercato? Sarebbe ben altro il degrado da combattere: per esempio togliere le licenze ai rivenditori di alcolici o multare chi dissemina rifiuti ingombranti. Questo, invece, è un accanirsi discriminatorio su chi lavora sodo.

«Quel tipo ha avuto quanto si meritava».

«Ma no! Si vedeva che ci teneva a quella sua botteguccia. Era sempre a spazzarla e pulirla fra un cliente e l’altro, e poi in pratica ci viveva. Da fuori non sembrava un posto sporco».

«Sarà, ma coi ratti non si scherza. Qui siamo a Varsavia, mica in un vicolo di Adana».

«Ratti? E chi ha parlato di ratti?»

«Ve l’ho già detto. Fate troppe domande».

Che Kozminski si mostri cinico verso il loro concorrente dipende dal suo modo di fare, nonché da risentimenti storici verso i turchi dei quali siamo a conoscenza, ma sappiamo ben poco. Spargere maldicenze è un discorso diverso, ma la colpa è dello stress di quanto è capitato alla sua famiglia. Basti dire che il loro appartamento al piano di sotto è stato messo sotto sequestro dalla polizia, ed è impossibile accedervi per via dei nastri che ci hanno lasciato. A pensarci bene, è strano come gli agenti non abbiano fatto due più due e perquisito anche ‘Khor Virap’. Forse gli armeni hanno ragione, ed è stato il turco a tradirli con una soffiata, senza la quale nulla sarebbe accaduto. Qualora fosse così, il titolare di ‘Fair Play’ non ha tenuto conto delle possibili conseguenze di calamitare di rimando attenzioni sulla propria attività commerciale. Dzaghig, che ancora vive nascosta in quel retrobottega, e le sue sciampiste avranno presto una clientela extra a cui fare barba o capelli.

Il quinto giorno di coabitazione, oggi, fila via in maniera simile ai precedenti. Questo sino alle diciannove, quando nel palazzo si propaga l’allarme antincendio. Siccome è il concretizzarsi di una nostra paura, molliamo tutto e scendiamo di gran carriera i sei piani di scale. Raggiunto il cancello d’ingresso, la situazione ci pare caotica, con decine di condomini vocianti e infreddoliti, ma sotto controllo. L’imbottitura di un divano mollato lì da settimane ha preso fuoco e da esso le fiamme si sono estese all’adiacente mobilio appartenuto a una recente defunta. Sino a che il fumo così sprigionatosi ha attivato un sensore d’allarme. Lo riferiscono i pompieri, arrivati in un batter d’occhio ad estinguere tutto. Noi crediamo, ma senza dirglielo, che il piromane involontario possa essere stato uno dei clienti degli armeni, poiché alcuni di loro si accendono una sigaretta sul posto, non appena le hanno ricevute, come per saggiare la qualità del prodotto. Difatti, anche stasera, il vialetto d’accesso è cosparso di mozziconi disseminati come coriandoli di zafferano sul selciato a lastre esagonali. Rassicurate dallo scampato pericolo, benché incavolate con l’amministratore per tollerare l’andazzo, risalendo le scale ci accorgiamo di essere senza chiavi. Nella fretta e nel panico, poco prima, abbiamo dimenticato di portarcele dietro. Poco male: ci apriranno dall’interno Mkhitaryan o Kozminski, i quali non abbiamo visto seguirci al suono dell’allarme, comprensibilmente. Peccato che, per quanto suoniamo e bussiamo, all’interno del nostro appartamento non si muova una foglia. Che i due si siano dileguati altrove nella confusione, senza che ce ne accorgessimo? Potrebbe darsi. Fatto sta che, per non insospettire oltre l’anziana vicina di pianerottolo, la quale sarà anche in punto di morte ma ci vede benissimo dallo spioncino, adottiamo il piano B. Consiste nel recuperare le chiavi di riserva dallo scantinato condominiale.

Scese che siamo di nuovo, e digitato il codice d’accesso al sotterraneo, raggiungiamo il nostro contatore dell’acqua. E lì scopriamo costernate che le chiavi non sono più appese al loro gancio. Neanche il tempo di riaverci da quella sgradita sorpresa, che una delle porte lungo il corridoio si apre, cigolando. Dalla soglia esce Duduk. Chiede cosa sia successo e dice di stare tranquille, invitandoci a precederlo nella cantina dalla quale è appena emerso. Ha degli attrezzi che vuole mostrarci – a Gyumri era apprendista fabbro serraturiere, lo sapevamo? – per capire quali possa adoperare per forzare il nostro portone. Entriamo senza esitazioni, ma proprio in quel momento salta la luce e la porta metallica si serra alle nostre spalle, come se qualcuno l’avesse spinta apposta. Nel buio, ci accorgiamo che Duduk è rimasto dall’altra parte, nel corridoio. E neanche lui risponde quando gli chiediamo di farci uscire. Battendoci contro i pugni ci accorgiamo che l’interno della porta della cantina è foderato, come se celasse uno studio di registrazione. Inoltre, qua sotto gli smartphone non prendono, altra grana da noi segnalata all’amministratore e irrisolta, ed è impossibile usarli per scrivere, chiamare o connettersi. Per qualche secondo tastiamo le pareti alla cieca, prima di ricordarci delle torce dei telefonini. Premuto finalmente un interruttore, quel che appare sotto al fascio di neon è un’ampia stanza dal pavimento coperto di tappeti, riproduzioni di Matejko alle pareti e una poltrona al centro. Una vecchietta ci siede sopra, rivolta verso di noi, e dondola un bastone, passandoselo da una mano grinzosa all’altra. Vedendoci lì, impietrite, esclama:

«Benvenute, ragazze! Vi stavo aspettando. Gradite una tazza di tè?»

«Che cosa ci fa lei qui?! Non era in Armenia?».

«In Armenia, io? E perché mai dovrei andarmene fin là?».

«Infatti ci sembrava strano quando ce l’hanno detto i suoi nipoti».

«Quali nipoti?»

«Ma come quali? I tre fratelli qui nel palazzo».

«Guardate che io non ho nipoti. Mi ritrovo solo un figlio scapolo, a Stettino, ma non lo sento da vent’anni. E dubito che quel soggetto là si sia riprodotto nel frattempo».

«Ma gli armeni…»

«Ah, loro! Parlano un polacco splendido, vero? Con voi si sente subito che siete straniere, ma con quelli per niente. Si prendono cura di me da quando con la pensione non riesco più a coprire le spese condominiali, le bollette e il mangiare. Stanno nel mio appartamento del quinto piano, e intanto io vivo qui sotto, al fresco d’estate e al calduccio d’inverno. Non mi manca nulla, sapete? Djivan, che era qui sino a un attimo fa, ha costruito un bagno e un cucinino comodissimi, mi fa la spesa e mi taglia persino i capelli. Di persona vado soltanto a ritirare la pensione alle poste, a fine mese, con la cara Dzaghig ad accompagnarmi, così sgranchisco queste gambe malandate e ci fumiamo assieme una sigaretta».

«Ma non le pesa vivere in cantina? Non si sente prigioniera? Come può accettarlo?»

«Fate troppe domande. Io qui sto benissimo. Anche se da sola è un conto e in gruppo sarà un’altra cosa. Eppure sono convinta che col tempo diventeremo ottime amiche. Questa era l’ex lavanderia condominiale e di spazio ne abbiamo. Non come nella cantina accanto, dove sta quel povero turco. Lo hanno nascosto qui l’altro ieri ed è così spaventato che ha paura persino di sciacquarsi la faccia. Sentiste come strillava quando Dijvan e suo fratello Ruben sono scesi a fargli un bello sciampo. Certo che dovete averla combinata grossa anche voi per imboscarvi qui sotto, così giovani. Siete fortunate che ci siano quei bravi ragazzi e Dzaghig a proteggervi. Sono dei santi e si prenderanno cura di voi e del vostro appartamento come se foste di famiglia. Tè nero o verde? Vi piace il pakhlava?»


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