di Daniela Montella
copertina di Pietro Fabris
La porta blindata del negozio fa un rumore morbido: non è una serranda che clangora nell’alba umida, è un portale. Dentro la luce è calda e sa di casa. Illumina abiti appesi come quadri, teste di manichini degli anni ’40 usate come portacappelli, modellini di aeroplani sospesi al soffitto. La proprietaria non entra subito: cerca un segno che non arriva. Le scapole restano in tensione finché non fa la conoscenza dello spazio e non comincia la sua opera di cura. La proprietaria ama l’idea della metamorfosi. La sua è una natura di bozzolo.
I
La vetrina è piena di giocattoli: figurine di E.T., streghette, pupazzi, collezionabili della Mulino Bianco, automobiline. Una soglia che dà sul vecchio inarrestabile. Sul passato affascinante. Come aprire il primo cassetto nella casa dei nonni e trovarlo carico di mollette, spaghi, matite e bottoni. Il potenziale infinito. L’istinto primordiale del curiosare. In mezzo alle cianfrusaglie campeggia l’unico manichino: una bambola da vestire e svestire, con spille e cinture.
Dentro il negozio si trovano abiti di ogni sorta: gonne giallo canarino, Technicolor anni ’70, pelle, camicie da notte, kimono di seta verde, giacche di jeans degli anni ‘90 e foulard di seta. I vestiti, come le storie, aspettano le loro persone.
La gente del vicolo osserva da lontano: un animale nuovo, colorato e bizzarro che il branco deve riconoscere. La proprietaria saluta e sorride, si lascia studiare. Non ha fretta. Aspetta che arrivi il senso di appartenenza.
II
Le giornate si allungano e bisogna lasciare i tessuti pesanti. Stiracchiarsi al sole, uscire dall’inverno. Al posto del cappotto, il manichino indossa un vestito blu a margherite gialle: cielo stellato e prato insieme. Una ragazza lo vede e si ferma subito; il vicolo di tufo e i sanpietrini diventano un rumore di fondo.
«Quanto costa?» chiede alla proprietaria. Lei sorride.
«Provalo prima», dice.
Il camerino è il retro del negozio: c’è una sola lampadina appesa, una macchinetta del caffè spenta, un gabinetto senza tavoletta e una ragnatela senza ragno. Il vestito è l’unica cosa che brilla: si anima appena lo indossa. Si guarda allo specchio e dice: «Lo prendo».
Esce con il vestito addosso. Ha messo i jeans e la maglietta nella busta. Piena di colore, fa arretrare il grigio. Nel vicolo resta un giallo che brilla, briciole di polline e polvere di stelle. La proprietaria pensa: è la prima. La prima a uscire dal bozzolo, a essersi fidata, a essere cambiata. La guarda allontanarsi e si chiede come debba essere sentirsi così. Il giallo attraversa il vicolo e lei pensa alle comete, alle scintille. Un uomo alza lo sguardo per guardare meglio quell’anomalia. Una donna di passaggio sorride. Poi la ragazza svolta l’angolo e il colore scompare. Il vicolo torna pietra, tufo e passaggio, come se non fosse successo niente. D’istinto si porta le dita al collo, sulla nuca, alla ricerca di qualcosa che le prude. Pensa a una cucitura o una targhetta. Le dita girano a vuoto.
III
Le persone imparano a entrare: per curiosità, per toccare, per ripararsi dalla pioggia, per capire come catalogare quel negozio e la sua proprietaria. Entrano e accampano scuse. Sono diffidenti, annusano, studiano. Lei intanto osserva il vicolo e la sua lenta routine: i fiori sui balconi, il rumore dei passi, la luce del mattino, i panni stesi ad asciugare. Impara a riconoscere l’ora dalla posizione del sole. Il negozio cambia con lei: evolve, si colora, si illumina, si lascia guardare. Dalla vetrina passano lana e ciniglia, cuoio e cotone, lino pesante, macramè e seta croccante, stoffe impalpabili e cappotti impenetrabili. Attirano e ammaliano.
A non guardare mai sono i branchi. Si muovono in gruppo col naso all’insù e il telefono puntato. Spesso hanno un auricolare all’orecchio. Si immergono nel vicolo e lo attraversano senza parlare. Vestono di nero e si muovono in gruppo. All’inizio arrivano pochi alla volta, piccoli gruppi sparuti. Poi sempre più spesso e più grandi. Cambiano le lingue, non il passo strascicato. Hanno tutti la stessa fame e la stessa flemma, lo stesso sguardo rivolto altrove. Il vicolo smette lentamente di appartenere a chi lo attraversa. Cercano cibo. Seguono l’odore di fritto.
Gli altri commercianti le dicono di rendersi presente, di lasciare scie di zucchero per il loro apparato insaziabile. Lei cambia la soglia: mette due corde sottili e dorate, un vaso di fiori, crea un varco per il suo negozio. Vuole dare il benvenuto. A metà mattina un branco fa cadere le corde. Qualcuno si appoggia alla vetrina e cicca nel vaso di fiori. Lei aspetta la risacca per uscire e mettere tutto a posto. Guarda il cielo e allarga le braccia. Le bruciano le scapole.
IV
Mentre la città comincia a riempirsi di formiche sempre uguali, il negozio raccoglie il suo campionario umano. C’è una ragazza che prova tutto e non compra mai. Sorride, si scusa, promette. Tornerò, dice, come Terminator. Ogni volta va via a mani vuote, ridendo della sua battuta. I desideri lasciano scie come fili di seta e lei svolazza senza posarsi.
C’è il fotografo. Parla tanto, è ciarliero. È una creatura multiforme e colorata. Tocca tutto, prova, chiede. Ha mille zampe. Compra i vestiti per le sue modelle. Tace solo di fronte a una borsetta di seta anni ’40 color ruggine. La studia con calma. Manca solo che l’appoggi all’orecchio per ascoltare cosa ha da dire, come si fa con le conchiglie in riva al mare.
Ogni oggetto parla. Avvia una conversazione silenziosa. Cosa potresti essere? Cosa vorresti essere? Ecco un’altra versione di te. Ogni vestito propone metamorfosi. La proprietaria ama guarire con i vestiti. Ama farsi custode delle vite degli altri. Ama quando si riconoscono. Ama il contagio del colore.
In città dominano grigi e neri – bomber, sneakers, borse plastificate – ma quel vicolo è ancora un prato attraversato da scarabei dorati e lucciole brillanti, grilli canterini e coccinelle rosso fuoco. Api che volano con i gioielli di plastica dura degli anni ’70, vespe voraci che sfoggiano abiti di lino nero e si pettinano i capelli all’indietro. Ballerine di burlesque leggere come libellule. Uno studente che, all’inizio di ogni inverno, le chiede cappotti lunghi e voluminosi. Li prova camminando avanti e indietro, scostando gli orli con un effetto drammatico. Una falena atlante.
Il campionario umano è vario, luminoso, presente. Quando il negozio chiude, però, l’ombra sembra più fitta. Nera e spessa. Ogni sera, prima di andare via, la proprietaria guarda le insegne luminose in fondo alla strada e ne percepisce la moltiplicazione. Sono ancora lontane, si dice. Non verranno mai fin qui, si dice.
Prima ha chiuso il ferramenta, poi il negozio di cornici. Poi una merceria che esisteva da prima che lei nascesse. Le serrande abbassate restano vuote per qualche settimana, poi riaprono tutte uguali: insegne luminose, menù plastificati, fotografie di piatti. La città perde parole e acquista odori. Una scia muta per branchi ciechi.
V
L’uomo si è staccato dal branco. Lei lo capisce dall’odore di fritto che si porta addosso. Indica un foulard e dice:
«Quanto vuole?»
Ha la voce atona di chi parla dal fondo di un pozzo.
«Lo guardi prima», dice la proprietaria prendendo il foulard di seta. È leggero e luminoso. È così che immagina l’aria, se l’aria si facesse stoffa. Lo prende, fa per aprirlo e mostrarlo all’uomo. Lui alza una mano.
«Non ho tempo.»
Lei esita. Si porta il foulard al petto. Dice:
«Cento euro.»
L’uomo esce dal negozio senza neanche salutare. Lei sente le scapole bruciare come se qualcosa le spingesse dentro. Tira un sospiro di sollievo insieme al foulard.
VI
Il vicolo mostra poco i suoi colori. Una vita sporadica, luminescente, intermittente. Bisogna osservare molto per notare il colore tra i turisti. Briciole su sciarpe e cappotti. Seguono la scia. Lì si mangia bene. Nessuno dice più il nome della strada. Smette di essere luogo e diventa funzione, passaggio, ponte. I branchi si siedono davanti alla sua vetrina a mangiare. Le coprono i giocattoli e il manichino. Lei esita e balbetta, poi li scaccia con la scopa. È solo un caso, si dice, è per poco.
VII
I branchi tornano sempre. Non capisce da dove vengano. Aumentano. Odore di zucchero bruciato, di sale, di carne cotta. Lei chiude la porta del negozio per proteggere il profumo delle stoffe, la polvere buona, l’incanto della naftalina. Solo che poi è lei a non respirare. Il negozio si fa tumulo. Portale sul nulla. Lei si nasconde, loro scattano foto alla vetrina.
Passa la libellula burlesque. Le dice che ha chiuso l’edicola sotto casa. Resta nel negozio solo il tempo di guardarsi allo specchio. Non cerca la sua immagine, nutre solo la nostalgia. Veste di nero per un funerale senza lutto. Ogni mese passa qualcuno ad annunciarle una chiusura: un lento bollettino di guerra.
La cosa peggiore, pensa la proprietaria guardando il vicolo, è che le chiusure si somigliano tutte. Prima spariscono i proprietari, poi gli oggetti in vetrina diventano troppo luminosi, urlanti; poi arrivano gli operai e i trapani; poi, nessuno ricorda cosa c’era prima. Anche la morte è una copia di se stessa. Il buio avanza rosicchiando tutto con piccole mandibole nere e appuntite.
VIII
Più della luce, adesso la proprietaria conosce i rumori. Prima sono passi singoli, distinguibili: una suola liscia, un tacco duro, una bicicletta elettrica. Poi ci sono i gruppi. Risate che si alternano come maree e rotelle di trolley che grattano le pietre. Il brusio continuo. La vita inarrestabile. La guardano a una distanza considerevole. Non la studiano, depredano. Mani come mandibole che prendono e stringono. Il tessuto reagisce e si tende, cerca riparo.
Odia il cartello SI PREGA DI NON TOCCARE: è una distanza tra lei e il mondo. E poi, non leggono neanche: le insegne al neon accecano tutti. I suoi giocattoli assistono attoniti dietro la vetrina. Anche loro sembrano fuori posto: E.T., le streghette, le automobiline, sono come reliquie di un ecosistema estinto. I turisti li fotografano come farebbero con un fossile o un’antica rovina.
Il vicolo è un luogo di passaggio costante, dove le formiche si spostano con urgenza, cieche, naso all’insù, spinte dall’istinto feroce dell’accumulo, a caccia di briciole. Lei osserva lo stravolgersi del mondo ancora piena di mancanza, di cose da sistemare, di ricordi che premono, di un futuro che le sfugge tra le dita. Inarca la schiena e cerca il verticale, l’altrove. Si sente schiacciare dalla presenza del soffitto.
IX
Il vicolo è un flusso. Un passaggio di abiti neri e grigi e vita scolorita. Un giardino invaso dalle formiche; no; tramutato in formicaio: i vicoli sono i suoi passaggi, i b&b i suoi rifugi, le friggitrici sono regine. La città non si espande, mastica. Mastica le insegne, i nomi e le facce dietro ai banconi. Mastica le abitudini. Mastica il tempo lento delle conversazioni e quello fermo del pensiero. Tutto viene ridotto a qualcosa di commestibile, fotografabile, vendibile.
La vetrina è in fase difensiva. Tutto è lontano dal vetro. Il manichino è mezzo in ombra, i vestiti non prendono luce.
Un giorno, nell’ennesimo buio dell’assalto, la proprietaria vive una piccola sorpresa: la ragazza “Terminator” torna e compra davvero qualcosa. Lascia il negozio con una camicia di seta con una fantasia di frutta. Sempre qualcosa da mangiare, pensa la proprietaria. La saluta senza fare commenti. Vorrebbe essere felice per quella piccola vittoria, ma non sente niente. Niente. Scava a fondo e sente il vuoto. Guarda fuori dalla soglia.
La folla ha denti di plastica e olio. L’intonaco si stacca, fa la muta. La donna guarda le pareti soffocate del suo negozio. Anche un bozzolo diventa cella, se nessuno ne esce. La pressione porta al cambiamento. Senza quello, c’è solo la morte. Le città desertificano, si lasciano divorare, forse solo per trovare nuova spinta dal nulla.
Lei alza lo sguardo. Oltre le teste sempiterne e semoventi ci sono le mura smangiate di un altro palazzo, e oltre quello uno spicchio di cielo. Lo guarda vorace e apre la bocca. Ha fame anche lei, di altro. Di slancio. È il suo turno. Finalmente le manca il fiato; cerca l’altrove. Le scapole le fanno di nuovo male. Allarga le braccia e pensa alle ali: a tutte le cose che cercano di restare vive, agli animali che per salvarsi devono scappare dagli habitat bruciati.
X
La porta blindata del negozio fa un rumore morbido: non è una serranda che clangora nel tramonto umido, è un muro. Dentro, la luce è spenta e sa di sonno. Dormono gli abiti appesi come quadri, le teste di manichini anni ’40 usate come portacappelli, i modellini di aeroplani sospesi al soffitto, ignari del loro destino. Dorme ancora la città mangiatoia. La donna va via senza salutare. Nella borsa pochi gioielli, i ricordi dei suoi clienti, la stanchezza piena degli ultimi dieci anni. Chi passerà di lì non saprà che è esistito un prato.
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