Abbruttoddìo – Vecchi

di Mattia Marzà
copertina di Julio Armenante (rielaborazione da anonimo. Fonte Upplandsmuseet)


«Ho visto i mongoli ».

Sarebbe interessante, un giorno, produrre una storia completa dei foreign fighters; o meglio, una storia che smentisca la presunta uniformità, linguistica ed etnica, degli eserciti, specchio e sottinteso di quella dei popoli e delle nazioni. Lo sguardo del nostro tempo restituisce un quadro nitido, ben delineato, in cui i popoli sono sempre stati identici a loro stessi, in fila per due con la disciplina gaia e senza sforzo degli alunni all’uscita di scuola, viventi di evoluzioni lineari, coese, razionali. 

È quasi lo stesso che tracciare una panoramica dell’universo vegetale a partire da una rapida gita nel reparto ortofrutta di un ipermercato: le fragole così, i pomodori cosà, la melanzana è nerastra ed oblunga, la barbabietola si distingue facilmente grazie al colore rosso e al tipico involucro del sottovuoto. Nei punti d’ombra di questo atlante, fiorisce il trascorrere lento e impercettibile del tempo, da marchiare a fuoco con il timbro delle definizioni, degli stati, delle lingue; deflagra la smisurata violenza degli imperi, che avvinghiano i continenti con l’accortezza di lasciare l’onore del palcoscenico solo ad una risicata minoranza; serpeggiano storie individuali, bislacche, mobili, che mal si conciliano con l’ordine bigio e incasellato dei manuali; e poi c’è la guerra, quel marasma sordo di sopraffazione e violenza, durante la quale le normali regole di esclusione vanno sagomate, limate, adattate. Nelle trincee della Somme e di Ypres, si battono inglesi, francesi, tedeschi; o, a guardar meglio, senegalesi, gallesi, scozzesi, australiani, lituani, ucraini, boemi, bengalesi… A guidare la carica delle giubbe blu, la civiltà occidentale contro la barbarie degli indiani, c’è il generale Custer, capelli biondi, marcato accento del nord-est degli Stati Uniti; eppure, a frustare i ronzini ed imprecare contro i fucili che si inceppano, c’è la schiuma della terra, quegli immigrati buoni solo a trovare la morte in una prateria dimenticata da Dio. A quella gentaglia non si possono neanche dare gli ordini in inglese: capiscono male, parlano peggio. Una babele di lingue, che cozzano fra di loro mentre in sottofondo tintinnano le sciabole e sibilano le frecce: ungherese, gaelico, polacco, italiano.

Certe sottigliezze non sono appannaggio della minuzia un poco ottusa della ricerca; basta esser nati in terra di frontiera. Ferruccio, per esempio, è di Fiume: talvolta si definisce istriano, più spesso italiano, ha un cognome duro e pieno di consonanti, in famiglia parlava croato. Ha idee liberali, venate di conservatorismo; non particolarmente strano, date le sue vicende biografiche e la sua vecchia professione di consulente finanziario. Impreca contro Tito, ma anche contro i preti della sua gioventù, che lavavano la bocca con il sapone e bollavano come delinquenti congeniti quei due tre bambini che non parlavano italiano. In famiglia erano antifascisti – almeno, qualcuno lo era; ma, più che le camicie nere, erano i tedeschi a dargli noie. Settant’anni a Torino e il matrimonio con una piemontese purosangue hanno lavato via l’accento, ma non le origini: resta un groviglio di storia, di storie, affastellato di contraddizioni, rigoglioso di inversioni di marcia, impossibile da dipanare. 

Ha ormai superato i novant’anni, ma è rimasto affilato nella mente, svelto nella lingua: alle piccole fissazioni della senilità accompagna prontezza di ragionamento e considerazioni caustiche. Si fa spiegare venti volte al giorno cosa siano le tag, questi misteriosi simboli che cicatrizzano i muri nell’elegante quartiere occidentale di Torino dove vive; mi fa fermare la sedia a rotelle di fronte ad una saracinesca interamente ricoperta di graffiti e scarabocchi, la osserva pensieroso per qualche minuto, cercando di rapportare quel coacervo indistinto e plurale all’armonia dei dipinti, poi fa tremolare l’indice puntato e commenta: «Guarda, la Cappella Sistina dei mentecatti».

Si fa portare via, scuotendo la testa. 

Insieme cuociamo al sole, proviamo esercizi di mobilità che esegue con dedizione monastica e disciplina prussiana, chiacchieriamo di pittura, di Jugoslavia, della morte. Dismessi i piccoli bastoncini da trekking che utilizza per camminare qualche decina testarda di metri, affonda di nuovo nella sedia, fa saettare gli occhi nerissimi e rantola l’inizio di un nuovo discorso.

«Ho visto i mongoli, sai? Da bambino, la guerra stava per finire, i tedeschi scappavano verso l’Italia e l’Austria, avevano paura di arrendersi a Tito. Stavo giocando di fronte a casa, ho visto questi quattro-cinque mongoli a cavallo che si avvicinavano. Ho chiamato mia zia, loro hanno detto qualcosa nella loro lingua – articola un suono denso di esse e di acca, stravaccando il labbro superiore sui denti – e hanno fatto il gesto del cibo… Pensa tu, mia zia si è spaventata: pensava che mi volessero mangiare!»

Si potrebbe discutere a lungo di quella capacità, maschile io credo, di ignorare l’ovvio; di soppesare la propria percezione come indiscutibilmente giusta ed universale, tanto da non metterla in discussione a distanza di decenni; di liquidare, pur nell’affetto, pur nella stima, le emozioni femminili come qualcosa di essenzialmente sovradimensionato e irrazionale. Che nel maelstrom del conflitto, con meno di dieci primavere sulle spalle lisce, si possa non aver contezza di certe dinamiche è cosa normale; che il vento degli anni non abbia eroso tale certezza granitica è ben più straniante. Nel frattempo, Ferruccio ha ripreso il racconto, cesellando qualche dettaglio: le divise tedesche dei mongoli, i suoi occhi fissi sui cavalli, la zia che – col groppo in gola, ne siamo certi – distribuisce quel poco cibo che c’è in casa.

Allontanandosi alla chetichella dall’aneddoto, la domanda sorge quasi spontanea: i mongoli? Nel golfo del Quarnaro, poi? Neanche Gengis Khan si è incuneato così ad Occidente, neanche Tamerlano ha fiutato le sponde saline dell’Adriatico. Dove non si arriva da conquistatori, tuttavia, si arriva talvolta da conquistati. La purezza della razza ariana, infatti, non ignorava che il potere politico riposa sulla canna del fucile e, come in tempi di magra pecunia non olet, in tempi di guerra milites non olent. Centinaia di migliaia di untermenschen, di sotto-uomini, vennero arruolati, un po’ a forza, un po’ turandosi il naso, per colmare i vuoti dei ranghi nazisti, sfruttare al meglio odi secolari e conflitti intestini, espletare quelle funzioni troppo degradanti o pericolose per i giovanotti teutonici: staffette, porta munizioni, cuochi, sminatori, scannatori di partigiani. Erano hiwi, ausiliari, ma non solo: alla fine della guerra, più della metà delle Waffen SS, del fiore all’occhiello dell’abominio razziale, saranno costituite da stranieri, non sempre arianizzabili. Ci sono vecchie foto di mitraglieri sikh, la carnagione bruna ed il turbante che fanno un po’ a cazzotti con la divisa con le due saette, sulle spiagge della Normandia; e le voci popolari ancora raccontano di indiani squartati dai partigiani nei vicoli di Strasburgo, la lotta contro il fascismo che si vena di odio razziale. Un’intera divisione costituita da bosgnacchi ed albanesi di fede musulmana denuncia episodi di razzismo interno al corpo militare, ricevendo la solidarietà e l’indignazione di Himmler, che tuona contro le angherie ai danni dei camerati di altra fede. Gli ufficiali bianchi, infatti, mal digeriscono i privilegi accordati alla divisione, dal fez verde, assolutamente non in linea con il vestiario standard, alla possibilità di avere un imam per battaglione, dalla concessione della preghiera cinque volte al giorno al rancio personalizzato, che ovviamente non comprende maiale e birra, colonne portanti della dieta germanica. L’integrazione, fiore all’occhiello delle croci uncinate di ieri e di oggi: puoi rimanere, a patto di cancellare te stesso; potrai ricordare qualcosa, a patto di dimenticarti per sempre.

Nelle steppe dell’Unione Sovietica, i nazisti si scoprono affratellati nella lotta al bolscevismo con dozzine di soggetti: i kulaki tanto compianti dai potenti di tutto il mondo, le frange reazionarie e nazionaliste di ogni cantuccio al di qua e al di là degli Urali, i preti e gli imam, i nostalgici dello zar e quelli dei pogrom. Spesso non serve neanche il vincolo fraterno: per le alte sfere sovietiche, ogni prigioniero è da considerarsi disertore, e per le legioni disarmate dalla Wehrmacht la scelta è tra una pallottola futura dell’NKVD od una istantanea delle SS, o al più una morte di inedia e di freddo in un campo di prigionia. I reazionari, i nazionalisti, i religiosi, i sommersi dalla storia, i travolti dagli eventi: miriadi di traiettorie accomunate da una nuova divisa, un nuovo elmetto, nuove insegne gonfie di rune. Si pone un problema, solo apparentemente di forma: passino gli ucraini e gli armeni, financo i bielorussi, ma che fare dei tagiki, dei calmucchi, degli siberiani? Come possono essere considerati ariani? Come dargli la dignità di liberatori nazionali dall’oppressione comunista, indispensabile per fomentare divisioni nei territori occupati? È così che una comunità militare diventa un’etnia vera e propria, passando dalle pagine di Michele Strogoff alla tassonomia delle razze: accanto ai valloni, ai francesi della Charle Magne e ai norvegesi della Wiking, combatteranno anche le divisioni cosacche, comodo termine ombrello per mascherare, almeno nella retorica, quegli insopportabili tratti somatici asiatici. 

Ben due divisioni di cavalleria cosacca, poi riunite in un unico corpo d’armata, combatteranno sotto le insegne del Reich, esibendo lo stemma viola con due saske – le sciabole caucasiche – gialle incrociate: svolgeranno compiti di repressione partigiana, compensando la scarsa disciplina con l’efferatezza delle stragi, ricevendo in cambio il disgusto e la disistima dei tedeschi e dei loro alleati, in particolar modo dei croati, non esattamente gente di primo pelo. Gli zoccoli dei loro cavalli calpesteranno le steppe della Russia meridionale, arrancheranno sulle colline della Jugoslavia e sconfineranno in Italia, in Carnia, per essere più precisi, per poi ritirarsi verso la Carinzia, seminando stragi ed eccidi: finiranno trucidati dai partigiani o riconsegnati all’Unione Sovietica. 

Sono loro, probabilmente, i mongoli che ricorda Ferruccio. L’anziano si limita a sanguinare ricordi e ad immergersi nei suoi occhi di fanciullo, tralasciando la storia, le storie, che deflagrano di piste da seguire, di motivazioni da indagare, di traiettorie da supporre.

«Hanno mangiato, quei disgraziati avevano più fame di noi. Poi, uno di loro mi ha sollevato e mi ha messo sul cavallo: mi ha fatto fare tre o quattro volte un giro intorno alla casa, mentre mia zia mi guardava dall’uscio. Ci hanno salutato e sono andati via in silenzio. Chissà che fine hanno fatto»


«Ero con questo mio amico, vivevamo nello stesso cortile di case popolari, a quei tempi si stava in giro tutto il giorno insieme. Era un giorno d’estate, e lui viene e mi fa: “Sto andando a trovare mia zia, vuoi venire con me?”. E io: “Ma dove sta tua zia?” “San Lorenzo al Mare, diciotto chilometri da Sanremo” E noi siamo andati, neh, facevamo tutto in bici, eravamo allenati. All’andata siamo passati da Cherasco, al ritorno da Pinerolo. Bei tempi quelli».

Il mondo di Simone è più o meno tutto qui: San Lorenzo al Mare, i giorni da garzone di macelleria, un piccolo atto di rivalsa contro un padrone, capace, però, di ammettere l’errore dopo la sua sfuriata, i viaggi in camper con moglie e figlie, quello in Jugoslavia, dove rimasero senza benzina e ne scroccarono un poco ad un camionista, ricambiando con una bottiglia di vino – che «a quei tempi lì costava più o meno quanto un pasto completo» -, e quello in Spagna, dove per comprare i biglietti della corrida rimasero senza soldi e furono costretti a mangiar pastasciutta e olio per giorni e giorni. Simone ha l’alzheimer, trotterella davanti a me con passo sicuro, ogni giorno batte le stesse orme. Quando prendiamo qualcosa al bar, ordina un cappuccino e mescola lo zucchero con cura e impazienza; lecca i residui del cucchiaino dilatando le pupille e gustando la gioia del glucosio, al riparo dalle occhiate aguzze della moglie, preoccupata per il suo diabete. Se è particolarmente felice, tamburella le dita della mani a mezz’aria, a metà strada tra lo stregone che mormora un incantesimo e il bambino che imita il pianista; in stato normale, punteggia il silenzio di paroline borbottate, “oh beh”, “lallà”, “eh, sì, sì”; triste non penso d’averlo visto mai, triste ho paura non possa più essere. 

Qualche piccola mania, qualche piccolo rito: la cassetta della posta controllata all’uscita e al rientro, il desiderio costante di veder giocare al pallone i ragazzini, qualche commento perplesso sulle acconciature dei giovani o, peggio, dei cinquantenni che tentano di imitarli. Parla spesso delle sue amicizie, di chi ha conosciuto insieme alla moglie nel loro vagare gitano, del figlio di quella coppia di amici che, rientrato con i genitori dal campeggio, riuscì ad eludere la loro sorveglianza e a lasciare clandestino Vicenza, alla volta della Romagna: «eh, si è rifugiato nel nostro camper, voleva vedere la ragazzetta che aveva conosciuto la settimana precedente! Noi, si capisce, ce lo siamo tenuto; prima, però, gli abbiamo fatto chiamare i suoi. Pensa te, quei due poi si sono sposati». Anche con i vicini di casa parla spesso, me li dipinge con poche pennellate precise subito dopo che ce ne siamo congedati: «quello lì, poveretto, ha avuto proprio un brutto infarto. Però, quando gli parli del Toro, oh, gli si illuminano gli occhi!». Nelle sue parole emerge a brandelli l’immagine di una società diversa, non ancora schiantata dai muri; un mondo dove parlare con chi si aveva vicino non era esercizio o volontà, ma banale quotidianità, stiracchiarsi al mattino, rimestare la salsa con il cucchiaio. Con la moglie ha un rapporto amorevolmente burbero, dagli aneddoti che racconta sembrava capace di ascoltarne i silenzi, di leggerne gli umori; delle figlie parla poco, tendenzialmente ne rammenta i primi dieci-undici anni. Ha un baffetto sottile da faina, rado e ispido.

Religione poca, il giusto, rispetto per i preti e ammirazione per le chiese, poche quisquilie teologiche; politica quasi nulla, l’essenziale consapevolezza che tutti rubano; calcio non troppo, i festeggiamenti per l’ultimo scudetto del Toro, due tre volte allo stadio, comunque non vale la pena di perderci troppo tempo; hobby, beh, la bici, il grande amore, le raccolte di francobolli, libri qualcosina, cinema pressoché zero, musica non saprei dirti. Non traspaiono particolari passioni, particolari interessi. Forse non più.

Le ore con lui arrancano. È spesso allegro, molto gentile, si interessa sinceramente di ciò che mi frulla nel cervello; ugualmente, dei crampi d’angoscia attanagliano le nostre conversazioni. È questo che rimarrà del mulinare dei giorni, due aneddoti smozzicati dei miei tredici anni?


Vive in una villetta a schiera in un paesello che trasuda ricchezza a pochi minuti di macchina da Torino: un ampio piano interrato, che nel corso degli anni è diventato il suo antro saturo di fumo di pipa, una dozzina di stanze al pianterreno, un cortiletto spartano, un garage spazioso. Tanti libri disposti con ordine, forse troppo; un esercito di posaceneri disseminati fin dove giunge lo sguardo; videocassette, dividì, dischi, vinili, un cimitero di passioni cristallizzate. Si stiracchia al mattino, aspetta che gli venga cambiato il pannolone, si pulisce sommariamente, e con scarso successo, inondando il bagno; tre fette biscottate, un caffellatte di soia; scende al piano di sotto, mette su il vinile di Gracias a la vida, ascolta i gorgheggi diJoan Baez che imita i piccioni in amore; mangerà qualcosa di leggero per pranzo, guarderà un film western nel pomeriggio, probabilmente La Battaglia di Alamo; una cena un poco più sostanziosa, ancora un disco di Joan Baez, i preparativi per il sonno; prima di dormire, mette via la pipa, esausta dopo una giornata di combustione pressoché perpetua, e ripone sulla credenza il pacchetto di tabacco, di cui ha consumato l’esatta metà del contenuto. Domani farà lo stesso. 

A differenza degli altri, con cui condivido qualche ora ogni pomeriggio, con Ciriaco trascorro circa una settimana: sei notti e sette giorni due volte l’anno, per concedere alla moglie, ben più giovane di lui, il lusso di una piccola vacanza nella casa al mare della sorella, indispensabile boccata d’ossigeno. Non è solo un fatto di cura, dell’estenuante trascinarsi dei compiti e delle commissioni: senza alcun timore di smentita, Ciriaco è una persona oggettivamente spregevole. Risulta arduo non cadere nel pietismo quando si tratta di anziani e di malati; ma non con lui.

Psicoteraupeta di formazione, Ciriaco è monatto d’elezione: il naso adunco impreziosito da una verruca piuttosto grossa, pare quasi di vederlo raccogliersi in religiosa solennità di fronte allo strazio della madre di Cecilia, per poi deridere i cadaveri, inneggiare alla peste, sganasciarsi sguaiato mentre trinca vino in un mondo che muore. Stasera lo origlierò di soppiatto mentre si ripete sul letto ciò ha fatto quest’oggi, colto dall’improvvisa consapevolezza della malattia; domani sputerà sulle scale e mi chiamerà con nomi di donna quando non gli concederò la sigaretta che brama ed esige con fare imperioso. 

Quasi tutti gli anziani che ho incontrato vivono il momento della pulizia con disagio: ognuno prova a modo suo a scacciare la realtà concreta dell’impotenza, e lo spettro vicino della morte, che trasudano le mie mani quando indosso i guanti e preparo la salvietta inumidita. Chi ridacchia vergognoso, chi distoglie lo sguardo, chi sospira ingoiando le lacrime. Non Ciriaco. C’è un lampo di soddisfazione nei suoi occhi; non il sollievo della pulizia, o la gioia del corpo, ma il gusto di tornare per un attimo in cima alla catena alimentare. Lo scorrere del tempo ha reso il suo corpo debole, fragile, dipendente; femminile. Certuni rimpiangono le possibilità infinite della gioventù, della sanità: Ciriaco rimpiange la sua capacità di prevaricazione. Meglio, per Ciriaco a quello tutto si riduce, la salute, la giovinezza, la conoscenza, la felicità. È più umiliante, pensa, pulire il culo grinzoso di un vecchio che avere il denaro e la possibilità di farsi lavare via la merda e la piscia da giovani dita altrui. Un ghigno gli increspa le labbra, le pupille rimangono fisse sulle mie: se abbiamo discusso, o ritiene che gli abbia in qualche modo mancato di rispetto, renderà l’operazione più ardua, più duratura. Oggi non solleva le gambe, si rovescia un poco sul lato, scalcia il pannolone sul pavimento, rimanendo a fissarmi mentre lo raccolgo grondante: per giorni ho provato molta vergogna quando mi scoprivo ad accusarlo mentalmente di urinata dolosa, ma è difficile non esserne convinti quando metto a confronto il genuino imbarazzo e le scuse di ieri, quando ha fatto cadere un piatto mentre tentava di porgermelo, con i denti snudati e gli zigomi tesi di oggi.

Il primo sintomo dell’Alzheimer, mi hanno ripetuto durante le formazioni, è la perdita della capacità di empatizzare: Ciriaco ha evidentemente deciso di portarsi avanti, e di astenersi dallo svilupparla in toto, e sembra pure andarne piuttosto fiero. Se vive nel passato, e se le sue memorie sono fedele riflesso di ciò che era, allora la sua mente si avvicina ad una distopia feroce, al nostro male quotidiano. È stato a lungo responsabile – o qualunque sia il termine equivalente in quel bizzarro idioma da piccola caserma – di un gruppo scout: non nega gli episodi di nonnismo e le torture da branco che avvenivano sotto la sua egida, li racconta anzi con orgoglio divertito. «Il buffissimo Paolo», per sua ammissione preda prescelta per lunghi anni, ne ha subite «davvero di tutti i colori»: accarezzando la pipa, solletica il ricordo di quella volta che lo legarono con delle corde a degli alberi e lo strattonarono fino a farlo alzare “almeno di trenta centimetri” dal suolo. Di fronte al mio sguardo atterrito, borbotta con nonchalance: «oh beh, dovevo torturarlo, io ero il bieco Abdul, e lui il capitano degli inglesi catturato». Gli occhi trasudano gioia. Torna a parlare del buffissimo Paolo, una lama di umanità sembra squarciare il nero della sua lingua quando spera, una volta che il tempo si sarà fatto bello, di fare una vacanza con lui; subito torna monatto, e sibila che gli dovrà pure mandare dei soldi, tanto sa che non può permettersi una vacanza, quel morto di fame. 

Schiocca la lingua soddisfatto quando torna bullo di campeggio, denigratore di camerieri, evasore seriale di tasse: il condor che si avventa compiaciuto sui cadaveri che gli altri disdegnano, o che almeno non ammettono pubblicamente di consumare. Mai una parola sulle figlie, su degli amici, sul suo lavoro, parla unicamente di sé e delle sue passioni, che però assomigliano ad una protesi storpia della sua volontà di potenza. Stamattina, al mio risveglio, l’alba rosata proiettava una luce sanguigna sulle villette a schiera, quei frankenstein architettonici destinati a liberi professionisti e piccoli milionari, ma progettati con l’uguaglianza rabberciata e il conformismo solitamente destinati alle case popolari. Un paesaggio quasi post-nucleare, che ben si addice ai miei pensieri: in questi ultimi tre giorni ho pensato almeno tre volte di piantargli un cacciavite in gola mentre dorme, ho pianto molto, ho avuto un attacco isterico di fronte ad una pentola che rifiutava di sgrassarsi, ho bevuto di nascosto dei sorsi imbarazzati di whiskey. Per quante operazioni compia, ce ne sarà sempre un’ulteriore che mancherà, che dovrò rimandare, che dovrò raffazzonare; incontrerò sempre uno sguardo di scontento, seduto di fronte a me all’ora di cena, o arrossato di fatica nello specchio del bagno. Preparo la caffettiera, penso alle madri di questo mondo.

Farò bollire il latte, cambierò le lenzuola, farò partire la lavatrice mentre passo lo straccio sul sentiero di gocce giallastre che conducono dal letto al lavandino del bagno. Joan Baez ringrazierà la vita, che le ha dato tanto.


Non che gli altri siano immuni dai piccoli atti di meschinità, dalle microscopiche umiliazioni che sole possono restituire l’illusione del controllo. In una giornata particolarmente crepuscolare, Ferruccio si è fatto fare un massaggio ai piedi, rimanendo compunto e un poco algido mentre mi inginocchiavo con la morte nel cuore. Eppure, non penso ne abbia ricavato il sollievo o il potere preventivati, tanto che non ha più reiterato quella richiesta. Il corpo maschile anziano, malato, esperisce il rivolto di un’esistenza condotta ad esercitare autorevolezza, autosufficienza, capacità di risolvere i problemi; è lui stesso, lui solo, il problema. La consapevolezza di essere un peso attanaglia lo stomaco, penetra una lama di ghiaccio negli organi: c’è bisogno di farsi allacciare le scarpe, di farsi sorreggere mentre si barcolla verso il gabinetto, di farsi programmare la giornata. In un mondo che ha educato a non avere cura degli altri – o, meglio: ad averne in forme estremamente codificate e materiali, a provvedere per le necessità altrui considerandone alternativamente i bisogni come ostacoli da elidere o ridicole esagerazioni -, è impossibile sviluppare una forma di cura per sé stessi: ed anche quando un volto, sia amico, familiare o professionale, è lesto a risolvere un problema, davanti agli occhi c’è solo la constatazione di una inedita inutilità. Non sono più io a dare soluzioni; a questo punto, sono proprio io l’imbecille che ne ha bisogno. L’ho notato anche quando mio padre attendeva un’operazione in un letto d’ospedale, ammantandosi di tristezza pigra, astenendosi dalla rasatura: per fargli tagliare la barba, a nulla sono valsi i consigli e l’affetto, gli abbracci e i rimbrotti affettuosi. Sola poté l’umiliazione: di fronte a medici ed infermieri, colpirlo al cuore con gli insulti. Mentre si passava la mano sulle guance fresche, e realizzava stupito di sentirsi un poco meglio, io spiavo il riflesso della luce sulla finestra a scorrimento della sua camera, con il terrore che anche per me, oramai, la violenza fosse l’unica forma possibile di vicinanza. 

Per qualcuno, come Ciriaco, l’unico strumento di salute rimane la sopraffazione: quella agita, quella menzionata, quella rimembrata. Ferruccio è più sfaccettato, più empatico. Certo, un pomeriggio, strattonato da me e dalla moglie, che non ci intendiamo su quale sia il percorso migliore per condurlo dalla camera alla cucina, urla frustrato di comandare lui, in casa; qualche ora dopo, piange, e chiede perdono. Nei momenti di difficoltà, usa parole precise e disperate. Un giorno, mentre accanito discende le scale, una fatica titanica che gli ingolfa le caviglie, tra un ansimo e l’altro sostiene di aver vissuto troppo a lungo. Per più di un anno non gli viene concessa l’installazione di un montascale, e quindi sfoglia i vecchi libri contabili recluso in casa, ingoia le parole mentre realizza che tutti i soldi guadagnati non bastano a far sì che la sanità pubblica si occupi celermente del suo caso. Quando finalmente posso accompagnarlo a fare una passeggiata, le labbra che gli tremolano di gioia, si fa portare sulle rive del Po e rimane ad estasiarsi delle carezze del sole, perdendosi ad ammirare una ridda di foglie che sbuca da un muro: «ora posso morire in pace», sussurra infine. 

Le donne sono più esplicite, loquaci, aggressive. Adelaide, la moglie di Ferruccio, viene da una famiglia di galleristi e curatori d’arte, estrazione che di quando in quando si fa esplicita in una citazione fugace, un commento aguzzo, una rasoiata di competenza. È il ritratto pressoché stereotipico di un’anziana piemontese alto-borghese, compunta, precisa, formale: a dir meglio, dimostra come l’adagio che vuole i piemontesi falsi e cortesi sia sostanzialmente preciso nella scelta degli aggettivi, ma tremendamente fuori bersaglio nell’aggiunta della congiunzione. Non c’è tentativo di nascondere le proprie mire, o di indorare la pillola: c’è solo fredda formalità, morta gentilezza, nell’esprimerle. Non c’è galanteria nelle richieste, ma galateo della formula. Se si associa la falsità al tentativo di mascheramento, non c’è modo di definirla falsa: chiede ciò che vuole con nitore e precisione commoventi, scegliendo accuratamente parole che, sotto la patina garbata, deflagrano di passivo-aggressività. Non chiede di aprire la finestra, ma se l’interlocutore ha voglia di aprire la finestra; non cela la perplessità, la fa emergere con un glaciale “fai tu che sai”. Ogni cosa ha un suo posto, ogni posto ha una sua cosa. Ogni contesto richiede una formula, ogni formula si incastona con algebrica perfezione in un contesto.

Le prime settimane con lei sono un inferno: commenta, punzecchia, controlla, zittisce, freme, ordina, occhieggia, si intrufola. Panottica, scruta con piglio di carceriera ogni operazione: il laccio della scarpa che si avvolge in un’asola, la risma di fogli che a filo di piombo biseca il tavolo. I miei passi sono cuccioli da addomesticare, ruscelli da incanalare. Mentre mastico nervosismo con i denti immobilizzati dal sorriso di circostanza che so di dover dispiegare, penso che, in fondo, è normale. Sono un estraneo che viola la domesticità, il primo di quella che si prospetta essere una lunga serie: sono il volto dell’impotenza, sono l’avvisaglia della fine, sono la morte. Ho il volto obliquo del tradimento: la sua generazione ha tenuto in casa i genitori, accudendoli fino all’ultimo respiro. Ahimé, oggi il mondo va di fretta, non c’è tempo di badare ai propri familiari: le figlie hanno scaricato su di me l’onere di Enea che si carica in spalla Anchise, e sono io a sobbarcarmi il peso della degenza di Ferruccio, al modico prezzo di tredici euro lordi l’ora, trenta onesti denari. Inoltre, Ferruccio ha bisogno, più che di un’assistenza fisica, di un conforto intellettuale: saranno pure importanti la ginnastica, la mobilità, le passeggiate in centro, ma ciò che davvero conta è la possibilità di chiacchierare, di non cadere nell’abulia della depressione. Sono solo marginalmente un infermiere, il mio vero ruolo è quello di dama di compagnia. Con Ferruccio ci troviamo quasi istantaneamente, e allora è lesta a subentrare la gelosia. Per lei, la vestizione di Ferruccio è uno dei mille impegni in una giornata densa di corse ed angoscia; per me, il fulcro di un pomeriggio retribuito. Ho la possibilità, il privilegio, se si vuole, di poter impiegare dieci minuti d’orologio per completarla, lasciando che sia lui a sistemare, flemmatico e certosino, le invisibili piegoline di un maglione; di permettergli in supervisionata autonomia un lampo di realizzazione, seminando così le conversazioni del pomeriggio. Lei no: la frusta delle ore incombe, e quelle calze vanno infilate nel più breve tempo possibile, a costo di rendere il marito un manichino per qualche istante. Trovare un equilibrio pare impossibile: la sinergia è impossibile quando si è attanagliati da un fisiologico, ancorché irrazionale, senso di colpa. 

Per parte mia, è la prima volta che mi trovo in questa situazione lavorativa, e sono saturo di idiota buona volontà, di perfezionismo da novellino: l’empatia è pratica razionale, quasi strategica, e se il sentimento riesce in qualche modo a ben direzionare il mio rapporto con Ferruccio, quando si tratta di Adelaide trasudo condiscendenza, proceduralità, distanza. Invasa, tradita, rimpiazzata, bacchettata: sono l’ennesimo uomo che le ruba un pezzo di esistenza. Per una volta, le roboanti teorie sulla forza creativa e trasformatrice dello scontro non rimangono pedanterie ancorate alle pagine lette in metropolitana, e si fanno vivide, ben al di là di ogni forma di controllo o coscienza. Non sto pianificando la vita, sto vivendo.

Un pomeriggio d’estate, appiccicoso d’afa, ci urliamo contro, squarciandoci le corde vocali e ispessendo i tendini sul collo: Ferruccio ci osserva frastornato mentre i nostri occhi si arrossano e le pupille si fanno lama di coltello. Una volta rigurgitata la tensione soppressa, il rapporto diventa strettissimo, profondo: nei giorni successivi ci scusiamo a profusione, facciamo esercizio sincero di autocritica, contestiamo i reciproci atteggiamenti senza astio, con un’inaspettata torsione di affetto. Sghignazziamo complici, riveliamo paure nelle pause caffè, ogni tanto ci scocchiamo sorrisi di fronte ad una parola che ci risveglia emozioni forse identiche. Ogni tanto ci ricordiamo quanto bene ci ha fatto quella mezz’ora di strilli isterici. 

A quegli iniziali tre mesi di incubo, seguiranno due anni meravigliosi, in cui la grigia monotonia del lavoro e le scintille dei legami elettivi giocano a chiapparello. Ferruccio è ormai diventato troppo debole, troppo fragile, e serve un ausilio professionale che io non sono in grado di dare, e che loro, mi pare, non vogliano ricevere da me: ci salutiamo un poco imbarazzati, ma tornerò un paio di volte da ospite, a bere un caffè e a parlare di Cezanne, lei stravolta di fatica, ma scossa da sobbalzi di gioia, lui sempre più curvo e fiacco, ma con gli occhi sempre rivelatori di mondo. Trascorre un altro anno. Lei mi scrive per dirmi che, circa un mese prima, Ferruccio si è addormentato per sempre. Piango un poco. 


In ogni vita c’è un universo, in ogni casa una galassia. La perizia operaia di Simone, tornato apprendista di macelleria, la soddisfazione che distilla il padroneggiamento sugli strumenti del proprio lavoro. L’affetto un po’ pleonastico ed appiccicoso di Tamara, la moglie di Simone, che mi tratta quasi da nipote, forse per non realizzare fino in fondo il motivo della mia permanenza in casa loro. Un commento fulmineo su un recente best seller da parte di Arianna, che finalmente ha potuto leggere un poco, lontana dai rantoli imperiosi di Ciriaco. Le vite degli altri emergono nelle loro profondità e nelle loro irrilevanze, si ricongiungono alla storia e ne fuoriescono con violenza. Al secondo piano di casa di Ferruccio abita Eleonora, una vecchia amica, che ormai trascorre le giornate accasciata sul divano: tutto è mastodontico, i soffitti babelici della casa, la quantità sconfinata di libri – almeno un paio di decine di migliaia – , la sua corporatura elefantiaca ed eburnea. Lei e Ferruccio siedono in salotto, gonfi di una gioia che non ho mai visto in uno sguardo altrui, sorseggiano tè, discorrono di Trieste e dell’amor patrio ormai perduto in questa nazione allo sbando; in cucina, io e Pamela, una delle due badanti peruviane che assistono Eleonora, rimaniamo in piedi a bere caffè, ci scopriamo entrambi comunisti. Io parlo delle sgangherate lotte che incendiano – si fa per dire – l’Italia, lei di Sendero Luminoso, della guerriglia nella jungla, del padre rifugiato politico. Mi sembra di stare a Parigi, a contare le ore che ci separano dall’assalto alla Bastiglia; mi sembra di stare indossando un bel costume. 


C’è il sole oggi, e Ferruccio è in vena di ricordi. Lo zio era arruolato nella marina militare austro-ungarica: era di stanza a Pola, e ha lasciato il servizio attivo appena in tempo per evitare l’apocalisse della Grande Guerra. Gli raccontava che, una volta, aveva affrontato in battaglia gli aborigeni, riuscendo a salvarsi per miracolo: Ferruccio sghignazza al solo pensiero. «Eh, era proprio un marinaio, gli piaceva raccontare fandonie, attirare l’attenzione. Poi, figurati, io leggevo Sandokan, era bello pensare che mio zio fosse una specie di Yanez». 

La distopia di internet è talora una stilla di gioia. Bastano poche ditate frettolose, quasi distratte, e si schiude il tramonto. Nel 1895, la corvetta cannoniera Albatros, in dotazione alla imperial-regia marina e ormeggiata a Pola, scorta una spedizione scientifica nel sud Pacifico, con l’obiettivo di individuare giacimenti di nichel che permettano a Vienna di affrancarsi dal monopolio francese, di preparare con cura la guerra che verrà. Una volta raggiunte le isole Salomone, però, l’equipaggio rimane vittima di un agguato delle popolazioni locali durante una ricognizione a terra: il barone che guida la spedizione e quattro marinai restano uccisi, gli altri scappano e ritornano mestamente nell’Adriatico. No, non Yanez de Gomera: lo zio di Ferruccio era Corto Maltese.

Si illumina, torna ragazzo. “Allora lo zio non mi ha detto una bugia!”.


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