Donburi con calamaro

di Barbara Marunti
Copertina: Ottavia Marchiori – 空 (Sora)

Lui mi ha detto che per cena stasera vuole il donburi col calamaro.
È già oltre la soglia di casa, chinato per infilarsi le scarpe. Stasera fammi il donburi col calamaro, mi dice, e io prendo nota, perché lui è un buon marito e io faccio quello che mi dice.

Lui mi ha detto cosa vuole per cena: questo vuol dire che stasera non rincaserà tardi.
Ceneremo insieme.
Lui rincasa sempre tardi dopo il lavoro. È da qualche anno che ha preso l’abitudine di trattenersi coi colleghi a bere fino alle dieci di sera e io quindi mangio sola: riso bianco e zuppa, perlopiù.
Gli uomini fanno tutti così da quando è finita la guerra: si tengono stretti tra loro, le battutacce a fare da scudo a certi ricordi del Manshukoku in cui le mogli non compaiono mai.
A me va bene: l’ultima cena insieme non la ricordo neanche più. Mi va bene che lui torni a casa sereno e brillo, se lo merita perché è un buon marito.

Stasera però lui ha detto che per cena vuole il donburi col calamaro.
Il mio programma solitario di riso bianco e zuppa cambia: la prima cosa da fare è procurarmi gli ingredienti per il donburi col calamaro. In casa tengo solo riso lessato, miso e alghe per le mie cene, mentre il donburi col calamaro lo voglio fare con gli ingredienti che ai tempi della guerra sono spariti e che son tornati solo da poco.
Nel donburi col calamaro voglio mettere il calamaro, le uova di salmone piccanti, il novellame di acciuga bollito, la frittata d’uovo con scalogno tenero. Uovo e scalogno me li dà il signor Okayama, che è tanto caro e ha le galline e un orticello.
Al mercato del pesce, invece, comprerò uova di salmone e novellame di acciuga e un bel calamaro dalla carne spessa. Nishiōji ha i calamari migliori di Tsukiji, quindi è da Nishiōji che vado a comprare un calamaro per mio marito.
Glielo taglio, signora?, mi chiede, e io rispondo di no, perché il donburi col calamaro è buono se il calamaro è mangiato fresco di coltello e mio marito non tornerà prima di sera, quindi esco dalla bottega di Nishiōji col calamaro vivo che si agita nel secchio pieno d’acqua.

Sulla strada di casa butto un occhio al mio calamaro nel secchio: illuminato dal sole obliquo delle cinque, il calamaro espone il fuso d’argento delle viscere, ingrossato da un ovario gonfio d’uova. Nishiōji mi ha trattata bene: il mio calamaro è una femmina. A mio marito piace che nel donburi si aggiunga l’ovario del calamaro sezionato a rondelle: a sinistra i tentacoli e il mantello tagliato sottile come so fare io, a destra l’ovario in pezzi che pare un proiettile di mitraglia fatto a fette.
Sono contenta che stasera mio marito possa avere per cena il calamaro femmina.

Il calamaro continua ad agitarsi. Nell’ombra del secchio i tentacoli del calamaro si annodano convulsi e increspano l’acqua, e mi chiedo se sia così che fanno le cinesi.
Questa cosa delle cinesi è venuta fuori quando, poco dopo il suo ritorno dalla guerra, mio marito e io abbiamo cercato il figlio maschio. Mi prende le gambe sulle spalle e mi dice, con una faccia nuova: Tu non ti agiti mai. E io gli rispondo: Non ho di che agitarmi. Mentre cerchiamo il figlio maschio lui mi dice: Fa’ come le cinesi. Io ho risposto: Non so cosa vuoi dire. Con questa sua faccia nuova lui mi spiega il Manshukoku: Le cinesi urlano quando vengono prese, si agitano e scalciano e vanno zittite con la baionetta. Fa’ come le cinesi, o non riuscirò a darti un figlio maschio.
Il figlio maschio è arrivato e mio marito non ha più parlato del Manshukoku.

Aspetto il ritorno di mio marito a fianco del calamaro nel secchio. Ho già bollito il novellame d’acciuga e composto la frittata d’uovo con lo scalogno tenero, le uova di salmone sono adagiate sul riso. Manca il calamaro, che mi guarda muto dal secchio, ma per il calamaro devo aspettare che torni mio marito, altrimenti il calamaro saprà di rancido e i tentacoli recisi non saranno freschi al punto di agitarsi al tocco delle labbra, come li vuole mio marito, e questo mio marito non lo merita.
Lui è un buon marito, me l’ha dato mio padre, e da buon marito mi ha dato il figlio maschio; ha fatto il Manshukoku, e il Manshukoku era il suo dovere. Ad altre è andata peggio: ad alcune i mariti hanno preferito la gloria della morte in battaglia, altre ancora aspettano un disperso. Le più sfortunate –  sole e vergognose – pare siano state abbandonate per certe bellezze cinesi risparmiate dalle baionette.
Mio marito, invece, è un buon marito: è tornato dal Manshukoku e mi ha dato il figlio maschio.
Per avere il figlio maschio ha dovuto dirmi di fare come le cinesi e io allora, che non so cosa facciano le cinesi, mi sono inventata il terrore di guardare mio marito come si guarda un soldato, mi sono fatta prendere per i capelli e aprire le cosce senz’altra minaccia che quella di una cinese lontana mille miglia, che a mille miglia da qui è stata presa mentre scalciava dal soldato che mi sta tra le gambe, sventrata da una baionetta, un corpo in pezzi che è l’unica cosa che a mio marito fa venir voglia di cercare il figlio maschio, e ho strillato e scalciato perché quella cinese in pezzi non mi prendesse marito e figlio.

Il figlio alla fine me l’ha preso la pertosse.
Non ne abbiamo cercato un altro e mio marito la sera parla del Manshukoku coi colleghi scampati alla guerra, io mangio le mie zuppe col riso bianco: va bene così.
Ma stasera mio marito rincasa presto e vuole il donburi col calamaro.
Io lo aspetto in cucina in compagnia del calamaro ormai quieto. Sul fondo del ventre ho un calamaro che mi si annoda alla carne e m’increspa i pensieri: a quest’ora avrei già finito la mia zuppa col riso bianco.

Il tonfo sordo delle scarpe di mio marito sulla soglia mi dice che è ora di iniziare.
Il primo taglio incide il corpo nel senso della longitudine. Questo permette la fuoriuscita immediata dei visceri, che metto da parte per una successiva lavorazione. La carne è compattissima e soddisfacente al tocco. Sento le cinesi in pancia, tanta è l’agitazione: la polpa esposta mi carezza la pelle, mi par d’avere una baionetta tutta mia. Col secondo taglio recido gli arti, col terzo rimuovo il capo; il quarto monda la carne dalle cuticole lasciate dai visceri asportati.

Alla fine di tutto, lui si agita ancora.
Il calamaro continua a guardarmi dal fondo del secchio.

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