Geometrico e ordinato come un piatto di sushi

di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco
Copertina di Ottavia Marchiori – Mineral

La voglia di fumare per rilassarsi e respirare aria fresca si fece impellente: era già un’ora che lavorava. Guanti e involucri di plastica, roteavano e superavano la linea dell’asfalto poi, come foglie autunnali, atterravano lievi vicino alle margherite, ai papaveri e alle macchie di malva con i petali ancora brillanti di gocce di pioggia primaverile. Una cornacchia grigia e un gatto nero che si avviticchiavano in movimenti innati, cercando ognuno di sovrastare l’altro. Accese e aspirò la cannetta, che aveva nascosto nell’intercapedine tra i due guanti della mano sinistra.

Tra macchie di erbacce e rifiuti, un ratto cercava cibo. Le api ronzavano, richiamate dai nettari, l’aria era pulita di pioggia e profumava di pitosforo. Lontano il latrare dei cani si sovrapponeva al cinguettio degli uccelli, al fruscio di un battito d’ali. Un vocalizzo roco: la cornacchia saltellando si allontanava, poi prendeva il volo, lasciando il corpo del gatto inanimato come un pupazzo, contornato da un mandala di mozziconi di carne e schizzi di sangue. Muovendosi impacciato, dentro la tuta isolante, si avvicinò all’animale morto e lo raccolse. Percepì il calore del corpo morbido, lo abbracciò, come se dormisse. Accovacciandosi, sentendo tra scroto e chiappe il pannolone umido, lo attraversò lo stesso disagio di quando si svegliava bagnato dopo aver pisciato a letto e chiamava impaurito: sapeva che gliele avrebbe date.

Adagiò il corpicino lungo il bordo della strada pieno di guanti colorati, mascherine, lattine, carcasse di animali. Vide un nugolo di mosche fluttuare mentre nelle narici si insinuava odore di putridume.

Guardò le tracce di sangue e peli neri rimasti attaccati al lattice dei guanti e si rimise in cammino.
A lei non piacevano i gatti, neanche i cani le piacevano, diceva: «Sporcano e portano malattie! Li rispetto, ma devono stare fuori casa.»  Gli toccava giocare con il cane di Gianni che abitava di fronte.

“Sei morta sola, senza preavviso, qualche settimana prima di questo attacco virale. Ti sei fatta portare via da un guizzo pressorio più forte del solito, una contingenza della vita. La tua rabbia ha sopraffatto il tuo attaccamento tenace alla vita e agli oggetti. Lo so che da lassù continui a preoccuparti della mia incapacità. Ma ti voglio dimostrare che so cavarmela.”

Impacciato da tutta la bardatura che doveva tenere, si aggirava tra le case in cerca dell’odore nauseabondo e pungente di carne morta in decomposizione.

“Eccone un’altra!” 

Suonò più volte e attese di sentire dei passi, una voce, un segno: silenzio. Entrò di prepotenza: lo investì l’odore amplificato. Da una stanza arrivava una luce tenue, la seguì. Sotto le coperte sporche di vomito e feci rinvenne il cadavere raggrinzito di un vecchio, con la bocca sdentata contornata da muco secco. Aprì i cassetti del comò in cerca di un lenzuolo, ne scelse uno a fiori sbiaditi. Involse il corpo, poi lo legò nel suo sudario come una mummia, con un pennarello scrisse 5: era il quinto ritrovamento della giornata. Lo caricò sulle spalle come un bovino macellato e lo sistemò nel furgone, poi rientrò per cercare un documento così da poter dare la corretta identità al cadavere. Prima di andar via si soffermò a guardare il letto sfatto e l’alone di sudore, provò a immaginare la sofferenza di quel vecchio.

“Ma tu avrai patito prima di morire? Immagino di no, sei sempre stata combattiva.”

Lo destò un miagolio, dalla porta aperta un gatto si avvicinò e iniziò a strusciarsi sulle sue gambe. Era rosso sul dorso e bianco immacolato sulle zampe. In cucina, trovò scatolette e croccantini, li sistemò su dei piattini e cambiò l’acqua nella ciotola. Il micio gli si strofinò un’ultima volta e poi si tuffò a rimpinzarsi. Restò ad ammirarlo.

“Sono belli i gatti, ammettilo! Non vorrei, ma devo andare. Ciao micio, fai attenzione.”

Chiuse la porta, risalì sul furgone e mise in moto in cerca di altri relitti.

“Prima vivevo senza dover guadagnare, c’eri tu: mi nutrivi e mi punivi. Dicevi che brancicavo. Replicavo: Aspetto l’occasione giusta per dimostrare di essere il migliore. Mi allenavo come i monaci Shaolin, meditavo, cercavo il maestro degno delle mie doti. Avevo letto e copiato: Ho scoperto che la Via del samurai è la morte: è necessario prepararsi alla morte dal mattino alla sera, giorno dopo giorno. Adesso sono solo uno dei tanti nobili guerrieri della morte, che ha coraggio, senza mai stancarsi.”

Continuò a perlustrare le case che sembravano disabitate. Prima di rientrare, visto che era di strada, decise di fare una sosta nel dojo zen.

“Ho voglia di respirare il passato. Tu non ci sei mai voluta venire.”  

Aprì la porta e lo accolse l’essenza sottile di incensi giapponesi, le pareti e i rivestimenti ne erano impregnati. Chiuse gli occhi e inspirò la rettitudine giapponese.

“Mi piace, mi pacifica. Cinque minuti di zazen per meditare sulla tua morte. No, con questo scafandro sporco addosso non è possibile, ci penserò dopo.”

Prima di uscire notò alla parete di sinistra una piccola figura immobile, in meditazione profonda: era il monaco giapponese, un piccoletto tutto inchini e sorrisi, arrivato cinque mesi prima che si abbattesse la pandemia. Lo invidiò.

“È uno stato che non ho mai sfiorato, ogni volta dopo venti minuti pruriti e dolori mi attaccano.”

Si avvicinò. Una fila ordinata di blatte nere dal pavimento saliva lungo lo zafu e si perdeva tra le pieghe della veste monacale. La pelle del monaco gli parve bluastra, lo toccò ed era freddo.

“Avrà raggiunto il satori? Lo sai che i tibetani, cremato un grande maestro cercano tra la cenere le reliquie: piccole pietre, formate dalla compassione e dalla saggezza del lama. Chissà cosa troverò tra i suoi resti.”

Lo avvolse in una coperta e lo sollevò. Sul cuscino gli scarafaggi brancolarono disorientati non avendo più il punto di riferimento. Nel furgone già abbastanza stipato, lo sistemò distanziato dagli altri cadaveri.

“Non voglio che il suo santo corpo si contamini.”

Rientrò alla base. Prima di finire il turno, ognuno doveva cremare ciò che aveva trovato. Dovette attendere che si liberasse il forno, mancavano pochi minuti alle 12,30.

“Attendere e mantenere la distanza, questa è la regola. Per primo cremerò il monaco, le ceneri avranno tempo di freddare, prima di portarle via.”

Finalmente poté cominciare l’ultima parte del turno lavorativo, di ogni corpo rimasero solo un nome e un cognome attaccati su un’urna, nel caso un parente si fosse fatto vivo per reclamarla.

Finito il lavoro tolse con tutte le precauzioni mascherina, tuta, guanti e pannolone, diventato giallo e fetido di urina stantia, buttò tutto nel sacco per i rifiuti speciali e andò sotto la doccia. Si lasciò arrossare dal getto turbolento, ma vapore e sapone di Marsiglia non riuscirono a togliergli dalla pelle la puzza di sudore, fumo, carne arrostita e morte che giorno dopo giorno s’infiltravano tra i dispositivi di protezione.

Guidò in compagnia delle sue elucubrazioni, tra strade vuote e marciapiedi deserti, tracce di vita solo davanti ai supermercati. Pensava a Laura, la sua relazione più lunga.

“Ma ci pensi? 84 giorni, ovvero 3 mesi lunari. Me lo dicevi che non era quella giusta, ma io testardo non ti ho dato retta. Quando ho capito che non era pura l’ho lasciata senza rimpianti. Però ero incazzato.”

Alle 17, aprì la porta di casa, il tanfo di chiuso toglieva il respiro come quando d’estate entrava nella sala di meditazione satura dell’odore di incensi legnosi e del sudore di ascelle e di piedi. Qui però non era entrato nessuno.

Cambiò l’acqua al piccolo vaso, la rosa era ancora vitale e profumata, la rimise accanto all’urna della madre, accese un incenso e un lumino. Aveva fame, ma in frigo trovò solo pezzetti di grana ammuffiti. Sul ripiano due scatolette di fagioli borlotti e del pane a fette, scaduto da una settimana.

“Non posso andare a mangiare fuori, non posso incontrare gli amici, non ti posso chiedere di prepararmi qualcosa.”

Dal formaggio tolse la muffa, la polvere verdastra rimase attaccata tra i solchi dei polpastrelli e inavvertitamente, maneggiandoli, la impresse sui tocchi ripuliti.

“Potrei venderli come le uova d’autore di Manzoni.”

Aprì la scatola di legumi, scolandoli tornò a sentire l’esalazione di marcio della mattina, usò l’acqua corrente per sciacquarli ed eliminare l’odore. Li mise qualche minuto nel microonde, poi ci aggiunse pezzetti di formaggio, un giro d’olio e li ingurgitò insieme al pane stantio.

“Perché non faccio la spesa oggi, ma rimando sempre a domani? Potrebbe essere un koan.” 

Trovò il colino per setacciare la cenere del monaco in cerca delle reliquie: niente. Rimase solo del pulviscolo sul tavolo e tra le mani.

“Forse non ha raggiunto l’illuminazione, oppure succede solo ai maestri tibetani. Tu che dici, sarà blasfemo buttare la cenere tra i rifiuti organici? In fondo meglio che nell’indifferenziato!”

Tornò in camera e si sedette a gambe incrociate, sullo zafu, di fronte all’altarino con l’urna. Raddrizzò la schiena, rilassò le spalle, poggiò la mano destra aperta, sulla gamba e sopra vi mise la sinistra per formare il mudra cosmico insieme ai pollici che si toccavano appena, poi allineò la testa e cominciò a respirare profondamente mentre gli occhi socchiusi guardavano un punto della parete bianca su cui immaginò di frantumare tutte le paure e le ansie. Dopo dieci minuti, quando la mente iniziava a calmarsi interruppe la seduta di zazen, ma rimase nella postura.

“Sai mamma, sono stanco di andare a caccia di cadaveri. In quarant’anni non avevo mai visto un morto, a parte te: eri così serafica nella bara. Invece della cenere avrei preferito averti imbalsamata per poterti abbracciare ogni volta che ne avessi avuto bisogno.”

Sentì gli occhi inumidirsi e un susseguirsi di momenti di vita familiare rigurgitarono dalla memoria.

“Quando ho iniziato questo lavoro, chiedevo il permesso, prima di toccare i corpi senza vita, li maneggiavo con delicatezza per paura di fargli male. Era raccapricciante trovare un essere umano trasformato in un manichino gelido. Avevo paura che di colpo si muovesse, facesse una smorfia o mi afferrasse un braccio. In fondo alla giornata, nonostante la fatica, il mio furgone era quello più vuoto. Ero il becchino che guadagnava meno. Dopo una settimana, ho imparato a considerarli rifiuti ingombranti e pesanti da smaltire. Ma tu queste cose dall’alto le vedi.”

Dalla finestra s’insinuarono le luci a led dei lampioni. Sentì arrivare lo sconforto e ricominciò.

“La sera vengono a trovarmi per farmi compagnia, non osservano la norma del distanziamento: tutte le notti questa casa è piena di anime. Mi raccontano la loro vita, mi sento mortificato per non averli trattati con l’adeguato rispetto. Ti cerco tra loro, ma non sei mai venuta a trovarmi. Perché vuoi continuare a punirmi? Lo sai che sei l’unica. Ti ho sempre amato anche quando ti disubbidivo. Ripenso con nostalgia a quelle dita tanto forti che prima mi avevano dato dolore e poi delicate mi accarezzavano per far assorbire l’unguento lenitivo all’arnica, ricordo l’odore di pomata alle erbe balsamiche mescolato al profumo del tuo corpo mi sapeva di tenerezza. Per noi sognavo un’esistenza geometrica e ordinata come un piatto di sushi, io sarei stato un samurai, avrei avuto un signore da servire con dedizione, degno della mia levatura e tu saresti stata la mia forza ispiratrice.”

Strinse i pugni, sentì il fastidio delle unghie che premevano sulla pelle e i tendini delle dita tirare.

“Hai rovinato tutto abbandonandomi.”

Poi fermo nella postura gli occhi iniziarono a lacrimare.

“Dormo poco, ho paura a stare da solo. Vienimi a trovare, ti prego, non puoi lasciarmi soltanto con le tue ceneri. Però ti avverto ho deciso di adottare quel gatto, domani passerò a riprenderlo, non può rimanere senza nessuno. Ho bisogno di vita da accudire, di qualcuno che mi tocchi.”

Cercò di rimanere immobile nonostante il corpo dolente. Il bastoncino d’incenso rilasciava le ultime volute di fumo odoroso nella stanza illuminata dal riverbero dei lampioni esterni e dalla fiamma tremula del lumino. Tra poco, come ogni notte, sarebbero arrivati.

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