La prima volta

di Marco Tosi
Copertina di Sante Cutecchia

Mio padre e mio zio sorvolavano il lago, in direzione del fiume. Li seguivo a breve distanza, ancora incredulo, sfruttando la loro scia.
Quella mattina si erano comportati in modo diverso dal solito. Mentre si preparavano mi avevano guardato più volte parlottando fra loro:
– Allora? Sei pronto? – aveva ammiccato mio zio.
– Dai, stamattina vieni con noi, prepara tutto – aveva aggiunto mio padre, con un leggero sorriso.
– È una prova importante, per cui non ti allontanare e usa la massima cautela, d’accordo?
Avevo annuito ed ero corso a prepararmi e a lavarmi la faccia, dovevo essere ben sveglio. Il cuore batteva più forte del solito, stordito e incredulo anche lui.

Il cielo era di un blu intenso e per la prima volta osservavo il lago dall’alto. Era molto più scuro di quanto avessi mai immaginato, e non faceva una bella impressione. Fui felice di lasciarmelo alle spalle, quando mio padre e mio zio virarono a destra, portandosi sul fiume. Qui il paesaggio era diverso. L’acqua scintillava, un tripudio di piccoli lampi, una moltitudine di fuochi d’artificio.

– Attenzione adesso! Guarda bene, alla foce! È lì che siamo diretti! – urlò mio padre.
Fu proprio un attimo dopo che una serie ritmica di colpi ci accolse, scuotendo l’aria. Sulla riva destra del fiume apparvero una decina di piccole nuvole, poco più che sbuffi di fumo. Intorno a noi altrettanti tuoni, che ci fecero traballare. Cabrando ci portammo fuori tiro, e un attimo dopo avevamo perso di vista mio zio. Le nuvole vere, bianche e inodori, si mischiavano ora a quelle artificiali, gialle e pestilenziali. Mio padre non mi perdeva d’occhio, e nel frattempo cercava il fratello. Pochi minuti dopo lo scorgemmo, ancora più in alto, sopra di noi, al riparo delle nuvole.
– Non ce l’hanno con noi, almeno credo! – urlò.
– Forse, ma non voglio avvicinarmi per capire se hai ragione o torto! Cambiamo rotta, seguitemi! – Replicò mio padre.
Ci portammo ad almeno cinquecento metri di distanza, diretti sull’altra riva e sorvolando la cima degli abeti, in sicurezza.

– Guarda ora, quella macchia scura, nell’ansa del fiume! Mio zio planò ancora, lo seguimmo.
Ora eravamo al sicuro, e sotto di me si stendeva per centinaia di metri uno spettacolo che mi tolse il fiato. Una moltitudine di soldati sciabordava sul pelo dell’acqua, i corpi gonfi e deformi. Alcuni con ancora indosso la divisa, altri ormai nudi, le gambe e le braccia distanti dal corpo, il viso rivolto verso il cielo, o al contrario verso il fondo del corso d’acqua. Erano tutti giovani, per lo più biondi, castani, pochi i rossi. Il fiume li spostava con dolcezza, e il gioco delle correnti li tratteneva in quel punto, come a nasconderli, a proteggerli. Alcuni affioravano e si immergevano seguendo il movimento dell’acqua, oppure ruotavano su stessi, come probabilmente avevano fatto tante volte in passato, per gioco. Non avevo mai visto niente del genere, neanche nei miei sogni più belli.

Mi voltai verso mio padre e mio zio, gli regalai il mio sorriso più ampio. Loro erano già a terra, mi restituirono il sorriso, guardandosi con complicità. Poi caracollando si avvicinarono a due ragazzi, che il fiume aveva deposto sulla riva. Le divise erano aperte sul petto ed entrambi mostravano ampi squarci su un fianco, segno che gli sciacalli erano già passati. Mio zio affondò la testa all’interno del ragazzo più vicino, mio padre fece altrettanto col suo. Un paio di minuti dopo mi guardavano, il cranio glabro rosso di sangue, il becco colmo di carne.

2 Comments

  1. Il ribaltamento della prospettiva è un artificio letterario che mi ha sempre affascinato. I racconti come questo ti lasciano immedesimare in qualunque cosa, tu guardi con gli occhi dei protagonisti per un po’, fino a quando la narrazione termina e tu ti senti addosso qualcosa di non tuo, di cui fai fatica a liberarti.
    Molto ben fatto.
    Bravo.
    🙂

    1. Grazie Paolo,
      il racconto è nato proprio osservando quella scena nell’ansa del fiume (davvero terribile, in un film recente). Nei giorni successivi ho riflettuto – sarò malato, lo so – sul ribaltamento, cioé come poteva apparire ai nemici e poi a un animale predatore, e poi il pensiero ha preso forma. Ti consiglio gli altri racconti su malgradolemosche, sono molto belli. ciao Marco

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