Formiche con le ali

di Gabriele Esposito
Copertina di Veronica la GrecaStelle cadenti

C’è un giorno più caldo degli altri all’inizio dell’estate, è quello dove escono dai buchi le formiche grandi. Sono maschi e sono regine – l’occhio attento distingue le due caste – orgia bollente di corpi nudi, vestiti solo con lunghe membrane trasparenti: ali, certo abili al volo, un volo goffo ma funzionale.
A terra i maschi sfiancati dall’amplesso ripigliano addosso polvere e merda perdute nei secondi gaudiosi, slanciati nel vento – ora non resta loro che vagare fino alla fine, piccoli cerchi disegnati sul cemento della strada. Passerà una giornata, forse due: moriranno dimenticati dal proprio amore fugace e dalle sorelle operaie mangiatrici di carogne.
Nell’aria ancora i valzer di coppia per chi è di turno a vivere l’attimo, protagonista d’un istante.
Una volta appagate, le regine se ne andranno via, getteranno le ali e il ricordo, porteranno il frutto di accoppiamenti multipli ben stretto nell’addome. Cercheranno un riparo oscuro, fonderanno un regno.

Vincenzo cammina piano nel marciapiede che lo porta all’ufficio, concentra il pensiero sulla respirazione, deve contenerla. Il sudore già macchia la camicia azzurra, un errore di stagione, un errore come tanti. Le formiche gli si appiccicano addosso, ne caccia via un paio con indice e pollice, frammenti d’ala gli rimangono in mano. Inevitabili le decine d’insetti maciullati dalle scarpe, passo dopo passo. Sul volto, acqua e disgusto.
Vincenzo si siede al tavolo da disegno e sfoggia la sua arte, certo un’arte industriale ma di bellezza pari solo alla sua difficoltà. Vincenzo ha il compito di produrre trecento immagini ogni giorno, circa dodici secondi di filmato. È a ragione ritenuto uno dei professionisti più validi nell’industria cinematografica d’animazione.

Mauro cammina piano nel marciapiede che lo porta all’ufficio, il collo più piegato del solito, eppure il cellulare per una volta è al sicuro nel taschino posteriore dei pantaloni. Osserva questa massa nera che si muove per terra, tutto intorno a lui, non capisce e però conosce il fenomeno, succede ogni anno, un giorno all’anno, a volte due. Mauro è quarant’anni che vede le formicone percorrere insieme a lui il percorso mattutino per andare a lavorare. Alcune già non hanno più le ali, le vede correre con passione verso i pertugi che le condurranno alla gloria. Altre, poco più piccole, tracciano cerchi per terra, spirali continue, otto orizzontali, infinito.
Mauro raccoglie i disegni che Vincenzo ha fatto il giorno prima e li ricalca uno per uno su dei fogli traslucidi con il pennarello nero. Poi prende i pennelli e dipinge, mette i colori giusti, deve controllare, il risultato è sempre meraviglioso. È a ragione ritenuto uno dei professionisti più validi nell’industria cinematografica d’animazione.

Giacomo cammina piano nel marciapiede che lo porta all’ufficio, ascolta quello che il suo iPhone ha da dirgli, indossa le cuffiette apposite, regalo del suo quindicesimo anniversario di nozze. Le cuffie gli pompano nel cervello il secondo movimento del concerto per pianoforte e orchestra numero uno in Mi minore di Chopin, nell’interpretazione di Dino Ciani e Aldo Ceccato. La dolce pressione dei tasti della giovane promessa, stroncata a trentadue anni per una tragica fatalità, gli inculcano ogni giorno un retrogusto malinconico di incompiutezza. Oggi Giacomo vede le formiche con le ali dibattersi con impazienza, spiccare il volo a coppie, a triplette, le segue con lo sguardo fino al raggiungimento del sole. Tranquillo e impeccabile Dino Ciani continua il suo fraseggio intricato fino ai passaggi più impossibili.

Alcune formiche franano a terra, sembrano non capire quello che succede, pare abbiano finito il loro compito, c’è chi decide di morire subito, senza tanto tergiversare. Giacomo ci passa sopra con le sue Nike, come ad alleviare un dolore che forse c’è e forse no, o forse Giacomo nemmeno se ne rende conto e quel che fa è solo continuare per la sua strada.
Giacomo raccoglie i disegni inchiostrati e dipinti da Mauro su fogli traslucidi, li piazza uno per uno sul suo apparecchio, si assicura che ogni personaggio sia disposto sopra gli altri lucidi a sua disposizione – quelli con i fondali ricevuti da un altro dipartimento dello studio – e infine fotografa. Trecento fotografie perfette, come ogni giorno. È a ragione ritenuto uno dei professionisti più validi nell’industria cinematografica d’animazione.

All’ora di pranzo Vincenzo, Mauro e Giacomo si ritrovano alla trattoria  della Mamma, la signora ha ottant’anni e il trio lo sa perché ne hanno festeggiato il compleanno da pochi mesi. La Mamma ha deciso di lavorare anche oltre la pensione. La figlia si occupa della cucina ma con i soldi non ci sa fare, solo lei è abilitata a presentare il conto finale ai propri clienti.
Oggi il piatto del giorno è stinco di maiale, una scelta bizzarra perché fa davvero molto caldo, tanto che in giro ci sono le formiche alate. Una cade nella birra belga che Vincenzo sta sorseggiando piano, è fresca, davvero perfetta, deve berla con attenzione perché la gradazione alcolica è comunque importante, si parla di doppia cifra. Vincenzo immerge le dita e getta per terra quello che resta dell’insetto. La Mamma, tra i tavoli, fa finta di niente. Torna con una scopa in mano, cerca di allontanare le formiche dal suo marciapiede, i clienti non sono contenti, potrebbero rinunciare a mangiare da lei oggi, potrebbero accontentarsi di prendere un panino al bar di fronte e portarselo in ufficio, con aria condizionata e senza bestiole strane in giro.

Vincenzo racconta una barzelletta, poi pensa alla pensione. Mauro ride, Giacomo la sapeva già, scrolla le spalle.
Mauro ride e si rivede in un’altra terrazza, manca solo un mese, sarà nel ristorante dello stabilimento balneare dove ogni anno consuma il risotto di pesce preparato dallo chef Claudio. Gli piace darci un’ampia spruzzata di pepe prima di iniziare il pasto.

Giacomo scrolla le spalle all’idea che forse tra qualche mese dovrà andarsene. Andarsene per sempre, si intende, è in attesa di analisi mediche. Non che ci sia un reale rischio, secondo il medico di base, ma come Giacomo ogni tanto riesce ad azzeccare qualche pieno alla roulette del Casino, non può fare a meno di pensare che in giro ci debba anche essere gente che muore pur non dovendo davvero ancora morire.

Vincenzo ordina un’altra birra. Mauro fa lo stesso, Giacomo non vede cosa avrebbe da perdere e si aggrega ai colleghi. Un brindisi allegro: pare che il film stia finendo, il regista è felice del loro lavoro, ora arriveranno in studio le star, i doppiatori, quelli che davvero contano alla riuscita della pellicola. Sembra che per questo lavoro il regista potrebbe entrare nella dura contesa per l’Oscar. 

Le formiche regine sono tutte sparite; gravide, le giovani principesse  possono sedersi sul trono. Vincenzo, Mauro e Giacomo hanno finito il pranzo, dividono il conto alla romana sotto l’occhio attento della Mamma, poi tornano in ufficio. Intorno a loro solo girano i piccoli maschi: moriranno tutti il giorno dopo, il loro compito è concluso, la specie continuerà.

L’indomani si potrà pranzare in pace.

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