Negli scheletri delle posture

di Arianna Cislacchi
Copertina di Veronica la Greca – Luglio col bene che ti voglio

Quando entrai nel locale rimasi ferma di fronte all’ingresso. Di pietra. Lo vidi con le mani alzate mentre raccontava un vecchio monologo. Non feci un passo di più. Circondata dai sussulti e le voci bassissime del pubblico, ognuno nel suo tavolino appartato, sfiorati appena dai fasci di luce dei riflettori. I calici ancora pieni di vino. Tutta la luce era attratta dalla sua figura, al centro del palco. Se ne nutriva con orgoglio, mentre gesticolava divertito per poi tornare serio un secondo dopo. Ero l’unica in piedi, a intralciare l’entrata. Qualcuno mi spostò bruscamente su un lato, mi disse qualcosa come “togliti di mezzo ragazzina”, e io trattenni il respiro, stringendomi il braccio dolorante. Il livido stava scoprendo nuovi orizzonti, s’allargava come una malattia nei pressi del gomito. Lo strinsi di più, per provare ancora quel dolore. I miei occhi si persero lungo le pareti. Sentivo la sua voce potente smuovere la pancia delle persone: risate, colpi di tosse, ammirazione. Poi applaudirono. Anche io sentii smuovere la mia. Ma non stavo per ridere. Mi sentii come una pecora, una piccola stupida pecora finita nella tana del lupo. Quando lo vidi scendere le scalette, mi nascosi; mi voltai dalla parte opposta e di corsa cercai il bagno. Trovare rifugio in momenti come questi era come infilarsi in un labirinto. Sbattei la porta con violenza, e la lasciai dondolare avanti e indietro mentre correvo dentro a un cesso qualsiasi, presa dai tremori e da un male feroce al petto. In ginocchio, coi capelli tirati su e la faccia abbassata. Volevo vomitare ogni cosa possibile presente nel mio corpo, ogni rimasuglio. Iniziai a spogliarmi, tolsi la giacca, il maglione, rimasi in canotta. Guardai il livido e lo accarezzai piano. Poi finalmente vomitai. Non so quanto sia durata. Sentivo la schiena irrigidirsi, piegarsi, lo stomaco contratto, la gola bruciare, l’odore terribile salire fin nelle narici. Ero stremata. Seduta sul pavimento sporco del locale iniziai a piangere, come una bambina che ha perso i suoi genitori. Rimasi con gli occhi chiusi per un po’, a pensare. Fu in quell’istante che qualcuno entrò e mi sollevò piano da entrambe le braccia.

Ahia, dissi. Aveva toccato il gomito. Mi faceva male da morire. La sua voce fu un sussurro, nulla di più.

Cosa cazzo fai qui?

Non risposi. Scossi la testa, tirandomi su con il suo aiuto. Non riuscivo a guardarlo negli occhi. Restai con la testa giù, le mani strette a pugni vicino ai fianchi. La fronte poggiata sul suo petto senza dire una parola, respirando male, divorata dall’inquietudine.

Ti fa ancora male?

Questa volta il suo tono fu premuroso. Annuii lentamente. Il respiro si fece più pesante. Tremavo. Era come se il mio corpo non rispondesse più ai comandi. Mi toccò con una mano; sfiorò il gomito, salendo piano lungo la spalla, fino a premere leggero sul collo. Fu una pressione delicata. Avvicinò le sue labbra, mi alzò il mento, sollevandomi e costringendo a guardarlo in faccia, per punizione.

Torna a casa.

Rimasi immobile a fissarlo, arricciando appena la punta del naso. La pressione sul collo si fece più forte, ma senza superare il limite. Ancorata a quella presa, sorrisi.

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