Il clan dei Dal Lago

di Tiziana Lunardi
Copertina: atsef – Cristiano Baricelli

E infine il Signore, sull’angelo della morte, sul macellaio
Che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco
Che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto
Che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò
Alla fiera dell’est, per due soldi, un topolino mio padre comprò.”

Un profumo di polenta e sugo impregnava la casa. Era una giornata di settembre come tante e Vittoria sfogliava pigramente Giallo. Dalla tv fuoriusciva quell’angosciante canzoncina che sua nipote da bambina voleva sempre cantare mentre faceva il bagno coperta di schiuma e giocattoli. Una mosca ronzava attorno a un foglio appiccicoso che pendeva dal soffitto.

L’età avanzata aveva portato a Vittoria acuti e noiosi dolori, che non mancava di raccontare a chiunque le chiedesse come stava. Persino ai poliziotti che a volte istituivano un posto di blocco proprio accanto alla sua casa.

Quel particolare giorno, poi, nella sua mente c’erano solo prati bruciati e ricordi in bianco e nero: rimuginava e rimuginava, sulla sua vita, sull’infanzia, la povertà del dopoguerra. Sì, negli ultimi giorni Vittoria non pensava ad altro, ci pensava persino mentre guardava Chi L’ha Visto, per lei la cosa più bella mai creata sul pianeta.

Signora cosa porterebbe su un’isola deserta se potesse scegliere una cosa, una cosa soltanto?

Una tv, per guardare Chi L’ha Visto, avrebbe risposto senza esitare.

Una vita semplice.

Le piaceva scrivere e le città di mare quando pioveva. Ma era nata in campagna, in un luogo e in un tempo dove i sogni andavano a morire, soprattutto se non si avevano soldi. Ripensò a quando scriveva appannando il vetro con il fiato. Sei strana, le dicevano i suoi genitori ridendo con disprezzo. Come biasimarli, avevano vissuto una guerra che lei aveva eluso per un pelo e da cui suo padre non si era mai ripreso. Lei era un’anima di un’epoca passata o chissà, forse futura, capitata lì per errore, per quel destino abietto che costringe grandi menti all’oblio.

Pensava alla sua unica nipote, quella ragazzina di quasi trent’anni che non lavorava, tipica figlia unica di un focolaio pieno di rancore. La madre, che poi era anche sua figlia, era un’esile donna sensibile travestita da mostro di superficialità, che aveva capito presto che i soldi, dopotutto, potevano sostituire l’amore. Tesi che confermò quando, dal dentista, le capitò di leggere una strana, visionaria teoria, ovvero che se la chirurgia facciale arrivava a impedire i movimenti del volto funzionali a esprimere le proprie emozioni, quelle emozioni si spegnevano anche nella mente. Poteva forse chiedere di meglio? Per contrappasso sua nipote aveva deciso di prendersi troppo sul serio per curarsi dell’aspetto esteriore e passava le giornate a guardare film russi, a mangiare, a fumare erba e a insultare la madre. Per lei quello significava vivere da bohémien. E che dire dell’altra sua figlia, la maggiore? Una donna sulla cinquantina, con le stesse velleità intellettuali della nipote, imprevedibile e alcolizzata.

Sospirò, coprendosi gli occhi stanchi con le mani.

Per Vittoria non esisteva aspetto umano più spaventoso dell’imprevedibilità.

Guardò i quaderni sopra il tavolo e un sorriso amaro le spaccò il volto: avrebbe dato qualunque cosa a dodici anni per un solo foglio, per una matita. E ora, ora che era tutto lì, a portata di mano, il cervello e gli occhi avevano preso a funzionare a intermittenza, come una lampadina che sta per spegnersi.

Guardò fuori dalla finestra, la morte non doveva essere molto lontana. A volte immaginava di vederla fluttuare intorno alla sua casa, leggera, serena, come una buona dormita dopo qualche goccia di Valium. Finì di bere il suo caffè nero e, come ogni giorno, uscì per vedere se le era arrivata posta. La sua cagnolina Carota ne approfittò per tormentare l’esile esistenza di una farfalla bianca.

Vittoria notò subito che dalla buca delle lettere spuntava una busta verde smeraldo.

Sempre pubblicità, pubblicità o bollette, pensò infastidita.

Ma quando la prese in mano si accorse che la busta riportava una vistosa scritta:

Raduno annuale del clan dei Dal Lago

La aprì. All’interno vi erano un invito a suo nome, Vittoria Dal Lago, e il volantino vecchio stile di un hotel situato ai piedi di una collina.

Il clan dei Dal Lago, la gente ha del buon tempo da perdere, pensò.

E mise l’invito nella tasca del grembiule.

La giornata continuò come al solito, seguendo il ritmo di una routine a tratti maniacale. Cucinò il pranzo, esagerando come al solito con il burro, guardò qualche programma di cronaca nera in tv, portò Carota a passeggio, fece il bucato e andò a fare la spesa.

Quella busta, però, continuava a ronzarle in testa come il rumore quasi inafferrabile della corrente.

Nella sua vita tutto era ripetizione, e, per quanto la sua vita interiore fosse tutta visioni e fantasia, la realtà esterna era di una banalità alienante. Così, quell’invito si era insinuato dentro di lei, prepotente come un’idea appena nata.

Dopo aver bevuto la tisana che da qualche settimana aveva sostituito le sue cene consolatorie, fece il solito giro di telefonate. Sua nipote non le rispose: la immaginava girare impercettibilmente gli occhi verso il telefono, sospirare e riportare lo sguardo sullo schermo della tv. Allora chiamò Emma, la sua figlia minore, che la liquidò dopo circa un minuto e quindici secondi di chiacchiere nervose. Almeno aveva risposto. Alla fine chiamò Lisa, la sua figlia maggiore. Non rispose nemmeno lei. Probabilmente dormiva.

Guardò Carota, che riposava distesa su una morbida cuccetta azzurra, scodinzolando. Stava sognando. Dopo qualche minuto anche lei si addormentò sul divano, con la busta ancora in tasca.

Il raduno era previsto per il weekend successivo e, studiando una vecchia cartina Michelin, Vittoria scoprì che l’albergo si trovava a due ore di strada.

Andarci le sarebbe costato un enorme sforzo fisico, soprattutto psicologico. Erano anni che non si trovava in un luogo affollato, che le veniva l’emicrania anche solo ad avere la sua famiglia riunita ai compleanni. Ma il germe della vita, quell’ultimo soffio di esistenza che precede l’idea della morte, si era insinuato in lei e ormai si stava moltiplicando.

I giorni successivi trascorsero in uno stato di euforia, lavava e piegava abiti, li disponeva per tipologia, per colore, li provava in un crescendo di agitazione e disgusto per sé stessa. E sì che pensava di aver superato quella fase.. dov’era finita quella meravigliosa pace che dà la rassegnazione?

Smise di mangiare burro, poi smise di mangiare dolci, e alla fine smise di mangiare qualsiasi cosa.

Iniziò a sperimentare le poche pettinature che poteva fare con i suoi corti capelli bianchi, che per l’occasione tinse di biondo e poi di nuovo di bianco. In quei giorni si dimenticò persino di chiamare la sua famiglia, così la sua famiglia si ricordò di chiamare lei. Ma non svelò a nessuno i suoi piani. Si ritrovò anzi quasi a disprezzarli tutti, qualche volta le capitava. Provava rancore nel vedere il suo fallimento come madre, che aveva portato poi anche sua figlia ad essere un fallimento come madre. Per fortuna sua nipote diceva di non volere figli, così avrebbe spezzato quella triste catena di Sant’Antonio. Che pensiero moderno. In sole due generazioni si era passati da avere sette figli a una donna non ha bisogno di procreare per sentirsi completa.

Il giovedì che precedeva l’evento tutto era in ordine: la sua unica valigia di pelle scura era chiusa e appoggiata davanti alla porta.

I suoi capelli erano profumati e perfettamente in piega.

Era distesa a letto, ma non riusciva a dormire, e quando per miracolo si assopiva, terribili burattini le infestavano la testa, il caldo la soffocava, così andava in bagno, si sciacquava il volto, guardava il vecchio orologio appeso in salotto e attendeva.

Quando finalmente fu l’alba, si sentì in diritto di maledire tutto e di prepararsi un caffè. Indossò un elegante completo di lana bordeaux in tinta con un rossetto Chanel che le aveva regalato Emma, una collana di perle, l’unico gioiello prezioso che possedeva, e si guardò allo specchio.

Sorrise. Erano anni che non si preparava con così tanta cura.

Prese una borsetta in finto coccodrillo, la sua valigia e poi lei e Carota uscirono di casa.

Salì nella sua vecchia 500 rossa, accese con fatica il motore e partì.

Il silenzio era spettrale, così accese la radio e ascoltò il telegiornale. Era sempre rassicurante il telegiornale. Iniziò a tormentarsi le pellicine; quanto detestava quei gesti isterici, le davano un’aria così inaccessibile. Spesso, in pubblico, puliva ossessivamente i suoi occhiali da vista con sguardo morboso e, cosa ben peggiore, si ritrovava a fissare le persone, non riusciva davvero a farne a meno… certo, cercava di controllarsi, soprattutto quando si accorgeva delle occhiate stranite o quando il sangue cominciava ad uscirle copiosamente dalle dita, ma spesso erano tentativi vani, che duravano solo finché ci pensava.

Carota dormiva serenamente nel sedile accanto a lei, ogni tanto mugugnando come parlasse con qualcuno. Vittoria la guardò e sentì i nervi sciogliersi.

Il viaggio proseguì sereno, si fermò solo per bere un caffè in un autogrill e finalmente, dopo poco più di due ore, si ritrovò di fronte alla castigata porta in legno scuro dell’albergo. Lesse l’insegna: Albergo Moderno.

L’ingresso era gremito di persone e di un’incredibile varietà, osservò Vittoria. Coppie, famiglie, anziani, gente agiata con grandi occhiali scuri e macchine costose: davanti ai suoi occhi si presentava una vera e propria comédie humaine. Si poteva dedurre che ognuna di quelle persone fosse lì per esporre il meglio di sé, per riscrivere la propria storia a favore di camera.

Vittoria sospirò, lasciò cadere la testa sul sedile e chiuse gli occhi. Però c’era un bel tepore a casa stamattina, pensò. Il suo telefono improvvisamente squillò. Sua nipote.

«Pronto?»

«Ciao nonna! Come stai?» sensi di colpa e pessimo tempismo. Questa era sua nipote.

«Ciao! Posso chiamarti più tardi?»

«Sì, ma non preoccuparti nonna, volevo solo salutarti» sottotesto: ho fatto il mio dovere non serve che mi richiami. Chiuse il telefono, si guardò per un’ultima volta allo specchietto, si rimise il rossetto e uscì dalla macchina.

Era una giornata uggiosa, umida, immune alla disumanità del sole. Vittoria guardò verso il cielo e sorrise, c’era persino quel buonissimo profumo di sottobosco che si percepisce dopo una giornata di pioggia.

Prese dal bagagliaio la sua valigetta, controllò di avere in borsa l’invito e si avviò, cercando di non incrociare sguardi, verso la reception, che in un quel momento con suo grande sollievo era vuota. Tutti erano ancora impegnati ad amalgamarsi e a salutarsi all’ingresso.

Un giovane receptionist, pallido, sudaticcio e palesemente irritato, stava cercando di riorganizzare un’enorme, disordinata, pila di fogli. Accanto a lui, c’era una pianta di erba miseria color porpora, che ne rendeva il colorito ancor più lugubre.

«Buongiorno» disse la donna in tono gentile. Il ragazzo non rispose. Dopo qualche secondo Vittoria ci riprovò.

«Mi scusi?»

Il ragazzo alzò la testa e la guardò con occhi vacui, come se guardasse un punto indefinito dietro di lei.

«Salve signora, prego».

«Sì, buongiorno. Ecco… io ho ricevuto questo» disse con un irrazionale disagio, porgendo al ragazzo il suo invito.

Il ragazzo lo osservò per qualche secondo.

«Sì, certo, lei è la signora…?»

«Dal Lago» rispose Vittoria.

Il ragazzo alzò lo sguardo, accennando un mezzo sorriso di scherno.

«Sì, mi scusi ha ragione, che stupida. Vittoria»

«Certo…Ora controllo subito il numero della sua stanza. Alle 12 nella sala grande verrà servito un aperitivo e avrà luogo una breve presentazione dell’evento. Allora…la sua camera è la 9, ecco a lei la chiave. Primo piano a destra»

«Perfetto, la ringrazio» rispose Vittoria.

Intanto dietro di lei si era raggruppato un confuso ammasso di persone, tutte brandivano il loro invito diffondendo nell’aria un acre odore di sudore ed eccitazione.

Vittoria si allontanò infastidita, sbattendo contro i borsoni ammassati a terra, e si avviò verso l’ascensore. Mentre aspettava che l’ascensore toccasse il piano terra si guardò indietro. Lo stile interno dell’albergo era del tutto diverso da quello esterno: due morbide poltrone in velluto rosso arredavano un’elegante hall vittoriana, le pareti erano scure e rendevano l’ambiente piccolo e leggermente claustrofobico. Strano, pensò Vittoria. Sembrava l’insieme di tutti gli alberghi che aveva intravisto nei film gialli che di solito guardava con la nipote. Ora che le osservava meglio, anche le persone sembravano avere qualcosa di strano. Si muovevano come formiche a cui hanno appena distrutto il formicaio e fino a quel momento le aveva osservate solo nel complesso, ma scomponendo l’immagine apparivano tutte leggermente fuori tempo, lo stile e le movenze erano datati e i loro sorrisi avevano un che di ossessivo.

Arrivò l’ascensore e la donna smise di pensarci.

Vittoria entrò nella sua stanza e si sedette pesantemente sul letto, assaporando finalmente il silenzio. La camera aveva un buon profumo, di cotone pulito. Provò un irrazionale moto di felicità. Dopo qualche minuto si alzò e si rinfrescò le ascelle e il viso con dell’acqua di rose. Erano ormai le 11.30, così decise di scendere a cercare la sala da pranzo. Entrò goffamente nell’ascensore, rischiando quasi di scivolare addosso ad una donna. Le chiese scusa e la fissò con più attenzione: aveva un’età indefinibile, probabilmente sulla cinquantina. Era accompagnata da un violento profumo che aveva impregnato l’aria e le conferiva un’aura di arrogante ricchezza. Il suo viso incipriato era incorniciato da folti capelli mossi, molto scuri. I capelli di una medusa. I suoi occhi erano spalancati in un modo quasi innaturale, il suo sguardo era assorto e le labbra rosse corrucciate.

Stava leggendo una rivista. All’improvviso Vittoria provò una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Un forte senso di ingiustizia, invidia, sottomissione e soggezione seguirono i fluidi movimenti della donna, che ovviamente Vittoria lasciò uscire dall’ascensore per prima, facendosi da parte con un timido accenno. Si rese conto di non averle mai tolto gli occhi di dosso, ma la donna non sembrava essersene accorta, anzi, non alzò mai lo sguardo dalla sua rivista. Quel breve incontro l’aveva resa trasparente.

Danzavano senza sosta tra gli invitati. L’unica a non partecipare a quella rappresentazione teatrale della Risata di Boccioni era lei.

«Posso aiutarla signora?»

Vittoria si voltò con volto inespressivo verso il giovane cameriere.

«Se mi dice il suo nome posso indicarle il suo posto» continuò il ragazzo sorridendo.

«…Vittoria»

«Oh, mi scusi signora se non l’ho riconosciuta, è davvero un onore incontrarla! Mi segua, mi segua! Quanto mi è piaciuto il suo ultimo romanzo, il colpo di scena finale…»

Vittoria rimase in silenzio e guardò smarrita il cameriere. Le luci erano accecanti, i volti sfocati e quella bolla di voci ovattate la confondeva.

Seguì il cameriere come sotto l’incanto di un flauto magico fino al fondo della sala, fino a un tavolino apparecchiato per quattro persone posizionato proprio sotto il palco. In centro al tavolo vi era già dell’acqua e una bottiglia di vino bianco. Il cameriere le spostò la sedia per farla sedere.

«Ecco, prego signora, questo è il suo posto. Gradisce qualcos’altro da bere?»

«Magari dell’acqua brillante. Grazie»

«Gliela porto subito»

Il cameriere si disperse tra la folla.

Vittoria, dalla sua posizione privilegiata, si guardò un po’ attorno. I lampadari di cristallo erano delle vere opere d’arte e la sala era così ben allestita, proprio secondo i suoi gusti. Quella bellezza la fece sentire improvvisamente appagata e una certa euforia le illuminò gli occhi.

La vita le scorreva nelle vene, si sentiva parte di qualcosa.

A un tratto il suo sguardo si soffermò su una coppia, seduta a pochi metri da lei.

La donna delicatamente rideva, portandosi una mano davanti alle labbra, mentre l’uomo parlava concitato sfiorandole la spalla. Poi lui le baciò piano una guancia e accarezzò l’altra con dolcezza.

Erano persone semplici, potevano addirittura essere definite persone anonime, con abiti sui toni del grigio e del marrone. Non indossavano accessori, solo due discreti anelli d’oro all’anulare sinistro. 

L’uomo versò distrattamente alla donna del vino bianco nel bicchiere, continuando a tenere fissi gli occhi nei suoi, come fosse il gesto più naturale del mondo, come se l’avesse fatto mille altre volte. 

La sensazione di beatitudine che aveva provato poco prima si era trasformata in una profonda, mortificante solitudine.

Istintivamente cinse le braccia attorno a sé, come in una giornata invernale.

Faceva davvero freddo lì, perché nessuno sembrava accorgersene?

I tradimenti, il divorzio, i farmaci, i mesi su quel letto sfatto, le lenzuola sporche, i suoi occhi spietati.

Quando mi vedi felice soffri, si vede. La mia felicità ci allontana. Solo due infelicità possono convivere in uno spazio stretto.

Così aveva detto lui, già fuori da quella porta.

No, lei non aveva mai conosciuto quell’intimità, quella tregua dalla vita che danno certi amori.

Poi quell’uomo era morto e lei era riuscita a elevarsi al di sopra dei sentimenti.

Ora, però, i suoi occhi si spostavano impulsivamente sempre dalla parte della coppia. Sembravano due attori, tanto erano luccicanti i loro occhi e stereotipati i loro gesti. Da una rumorosa porticina proprio accanto al palco, uscì una ragazza. Doveva essere forse una valletta, una di quelle installazioni d’arte contemporanea che si espongono in televisione. Era giovane, sensuale e lo sguardo di tutti, nella sala, si posò su di lei.

Vittoria si girò verso la coppia, pronta a sorridere malignamente dello sguardo imbarazzato di lui verso quella ninfetta, ma la delusione fu cocente. Lui continuava a guardare quella donna, come fosse la persona più interessante della sala. Nemmeno sembrava essersi accorto della ragazza, né di nessun altro in realtà

Che schifo, pensò Vittoria. Avrei gioito dell’umiliazione di quella donna. Il rancore mi ucciderà prima delle malattie.

«Signora, mi scusi…questo posto è occupato. –

La signora che aveva incontrato in ascensore troneggiava davanti a lei e la guardava. Vittoria sentì di avere lo stesso sguardo intelligente di una carpa.

«Come?»

«Mi dispiace disturbarla, ma questo posto è occupato, vede…c’è scritto Vittoria Dal Lago»

«Ma…io sono Vittoria» rispose guardando la targhetta di fronte a lei.

Un cameriere che stava in piedi accanto alla donna osservava la scena confuso, seguendo nervosamente con gli occhi lo scambio di battute.

«Si tratta sicuramente di un caso di omonimia» disse alla fine il ragazzo in tono solenne.

Le due signore, imbarazzate, lo guardavano senza rispondere.

«Sì, allora…chi tra le due belle signore più tardi dovrà tenere il discorso?» continuò con finta allegria il cameriere.

«Io in effetti dovrei…» rispose la signora con le labbra increspate.

Il cameriere si voltò lentamente verso Vittoria con sguardo avvilito. I suoi bulbi oculari troppo bianchi lampeggiavano. Vittoria strizzò gli occhi, come per metterlo a fuoco o scacciare un brutto pensiero.

«Signora sono mortificato, il mio collega dev’essersi sbagliato…»

Vittoria si alzò lentamente per tornare al suo ruolo.

«La accompagno subito al suo tavolo».

Quel cameriere continuava a parlare ma a Vittoria la sua voce arrivava lontana, distorta.

«Certo…» rispose alla fine. La sua omonima le fece un sorriso di circostanza. Vittoria gettò un’occhiata di sottecchi alla coppia: non parlavano più, stavano anche loro osservando la scena. Seguì il cameriere fino a un tavolo ai margini centrali della sala, dov’erano già sedute delle persone. Pensò di correre via, uscire dalla sala senza guardarsi indietro, salire in macchina e chiudersi per sempre al sicuro nella sua casa. Stare per molto tempo lontana dal mondo rende la pelle sottile e la gente ostile.

«Signora ecco, questo è il suo posto» anche in questo caso il cameriere le spostò la sedia per farla sedere. Gli altri commensali stavano già parlando tra loro. In tutto erano in quattro, una donna, due uomini e lei. La salutarono e ripresero a discorrere.

«Sì, no incredibile, sto scrivendo un articolo sulla morte di quella ragazza, sì la studentessa inglese…mio Dio c’era sangue ovunque e delle feci nel bagno!»

«Delle feci in bagno?»

«Sì, sono dovuta uscire…»

Vittoria capì subito di cosa parlavano. Era ossessionata da quel caso da settimane. Aveva guardato ogni servizio, sviscerato articoli, formulato ipotesi, persino preso appunti.

«Secondo lei chi è stato?»

Tutti e quattro si voltarono a guardarla.

«Lei segue il caso?» le chiese uno degli uomini.

«Sì…»

«È anche lei una giornalista?»

«No, l’ho seguito in…»

«Ah quindi lei è una spettatrice. Non creda a quello che le propinano i media…la tv dice solo bugie».

Tutti e tre risero. Uno dei due uomini aveva denti molto gialli e sputacchiava mentre rideva. Un po’ di saliva arrivò quasi addosso a Vittoria. L’altra donna riprese a parlare.

«C’è una relazione complessa tra chi crea e chi guarda…sì insomma, ci sono moltissimi filtri in mezzo, un po’ come nel gioco del telefono senza fili…lo conosce?»

La donna era visibilmente alticcia.

«Sì lo conosco, ma…»

«Oh, allora se lo conosce capirà di cosa sto parlando. Lei come si chiama? –

«Vittoria».

«Tanto piacere, Vittoria, è bello parlare con una spettatrice una volta tanto. Qui ormai ci si frequenta solo tra giornalisti, è alienante…»

Mentre la donna continuava a parlare come una goccia cinese, Vittoria vide con la coda dell’occhio alla sua destra un neon lampeggiare. Creava un gioco di luci e ombre che le ricordava  i primi film di Walt Disney.

«Signora? Si sente bene? Le dicevo, i casi di cronaca nera ormai sono spettacoli! Sono meglio del cinema, sono cibo per l’anima! Si ricorda le Bestie di Satana? Signora?»

Vittoria si girò di scatto verso di loro, stava per parlare quando tutte le luci si spensero all’improvviso. La valletta che Vittoria aveva visto poco prima salì sul palco. Aveva un abito allucinogeno molto corto e la sua pelle chiara bruciava le cornee come un sole di metà agosto.

«Signore e signori! Ho l’onore di chiamare qui sul palco Vittoria Dal Lago!» disse la ragazza.

Tutti i suoi nuovi amici si girarono a guardarla come avvoltoi davanti a un cucciolo appena morto.

«No, non sono io»

I tre, all’unisono, si girarono inespressivi verso il palco.

La donna era sotto le luci della ribalta, elegante come una fiera. Poteva sentirne il profumo anche dal suo posto in seconda classe.

Tutti applaudirono.

«Vi ringrazio. È un piacere poter presenziare oggi a quest’evento colmo di tradizione e di persone meravigliose!»

Vittoria osservava ammaliata il suo sorriso e il lucidalabbra rosso fuoco. Perché non c’era lei su quel palco? Quando, in quale preciso momento la sua vita aveva cominciato a rotolare impercettibilmente verso il basso, fino a quel fermo immagine? Perché certe persone tengono discorsi e altre hanno la forma del fango?

«Ci racconti del suo ultimo libro, Una donna comune»

La donna sembrò riflettere per qualche secondo.

«Ci ho lavorato per due anni, è stato uno dei libri per me più difficili da scrivere. Trattandosi di un giallo non vi svelerò la trama, vi dirò solo che si tratta di un tributo alle persone ordinarie, alla loro importanza per l’arte e per il mondo!»

Vittoria stentava a crederci. Era un po’ come ringraziare le mucche per il latte o per i panini del McDonald’s.

Sentì all’improvviso qualcosa colpirle il piede e vide Carota, che fino a quel momento aveva sempre dormito accanto a lei, alzarsi spaventata. Il buio, però, non le permetteva di vedere niente.

La donna continuava a parlare, ma a un certo punto Vittoria cominciò a sentire delle risate. Le risate di un bambino. Sembrava sentirle solo lei. Si guardò intorno, ma nessuno rideva. Dopo qualche minuto si accesero le luci e tutti applaudirono di nuovo. Un ragazzino correva verso di lei, seguito da una vecchietta con i capelli bianchi e la crocchia. Vittoria, però, sembrava l’unica a vederli.

«Mi scusi signora! Le ho lanciato la mia palla per sbaglio…»

Nessuno si girò.

«Oh non preoccuparti piccolo…»

Le persone al tavolo con lei si girarono a guardarla con un sorriso che era un misto tra scherno e preoccupazione.

«Con chi sta parlando signora?»

Ancora quelle risate che risuonavano nella sua testa, sempre più insistenti.

Anche la vecchia le parlò: «Mio nipote è un bambino monello!» disse con voce acuta, sorridendo affabile. Profumava di torta di mele.

Vittoria non sapeva se risponderle, lo sguardo di tutti era su di lei, qualcosa non andava.

Dalla tasca del vestito della vecchietta spuntava un portachiavi, una scritta in gomma che dichiarava Migliore nonna del mondo.

Ancora risate. Vittoria cominciò a scuotere la testa per mandarle via, il bambino intanto correva intorno a loro.

«Ma perché gli altri non vi vedono?» chiese Vittoria alla signora.

«Oh signora è semplice. Noi non esistiamo. Non esiste quella donna sul palco, non esistono i suoi commensali, non esiste quella tenera coppia che osservava prima. E me lo lasci dire signora, quella non potrebbe esistere nemmeno nel mondo reale, qualunque uomo di mezz’età avrebbe guardato quella bella ragazza, è il caso che se la metta via…» rispose ridendo e facendole l’occhiolino.

Vittoria aveva la nausea.

«Sta per morire Vittoria. E avere dei rimpianti è terribile per chi come lei non crede in nulla»

Il bambino intanto si era seduto per terra e accarezzava Carota.

«Forse vivere da cattolica, un po’ come tutti quelli della nostra età, le sarebbe convenuto. Dobbiamo lasciare il cinismo ai giovani. Se lei avesse creduto all’esistenza di un’altra occasione, alla resurrezione, come la chiamano, noi non ci saremmo mai conosciute. Ma lei è convinta che questa sia stata la sua unica possibilità ed è venuta in questo posto per incontrare tutto ciò che pensa le sia stato ingiustamente negato. Ma lei sa quanti uomini di fine intelletto, di genio addirittura, sono morti nella miseria e nell’anonimato? Ricorda cosa diceva Dostoevskij? Io non solo non ho saputo diventare cattivo, ma non ho saputo diventare niente: né cattivo né buono, né furfante né onesto, né eroe né insetto. E ora vivo nella mia tana facendomi beffe di me stesso, con la maligna e vana consolazione che daltronde un uomo intelligente non può diventare sul serio “qualcosa”, solo uno stupido diventa qualcosa. Ricorda? Dai, nel suo libro preferito, Memorie dal Sottosuolo. Ricorda quanto le si riempiva il cuore quando lo leggeva, gustandosi le parole come quel burro che le piace tanto?»

«Perché nostra madre ha quella smorfia? Sembra stia soffrendo…»

Vittoria giaceva in una stanza d’ospedale poco illuminata. Dormiva, sotto l’effetto della morfina.

«Probabilmente sta sognando, sono solo i farmaci»

La vecchia cominciò ad apparire e scomparire a intermittenza, la sala cominciò a cambiare colore e a girare vorticosamente, mentre voci confuse e risate ancora si sovrapponevano nella sua testa.

«Lei sta per morire Vittoria

«Io non ho saputo diventare niente…»

«Un tributo alle persone ordinarie…»

«Conosce il gioco del telefono senza fili?…»

2 Comments

  1. Bello scorrevole, puntiglioso in alcuni tratti, ho se Tito gli odori delle scene visualizzato i volti ogni interprete, un racconto delicato mi son proiettato in quei luoghi e sentito le emozioni complimenti, per alcuni tratti mi sembrava di leggere Simenon.
    Brava i miei complimenti

  2. Bello scorrevole, puntiglioso in alcuni tratti, ho sentito gli odori delle scene visualizzato i volti di ogni interprete, un racconto delicato, mi son proiettato in quei luoghi e sentito le emozioni, complimenti, per alcuni tratti mi sembrava di leggere Simenon.
    Brava i miei complimenti

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