Giorno di paga

di Lorenzo Vargas
Copertina di Alpraz

Non ci sono festività in miniera, giusto una finestra intorno al giorno di paga, dove l’euforia di una cifra tonda desensibilizza dalle conseguenze della propria condotta. I giorni successivi si sarebbero stabilizzati intorno alle spese di nuda sopravvivenza: pasti semplici ed energetici, o da asporto, comprati alla tavola calda vicino il posto di lavoro; l’affitto risicato di un’abitazione buona a malapena per dormirci. Magari la corrente, ma nemmeno sempre.

Ruben però aveva ancora un’alba prima di tornare un cauto risparmiatore. Non si sentiva più deltoidi e dorsali, ma il peso rassicurante dello stipendio nella tasca della divisa da lavoro lo rendeva più leggero, raddrizzandogli la postura. Saltellò circospetto verso una zona della città che non gli apparteneva, non al centro, ma nemmeno nell’assoluta periferia a cui lo relegava il potere d’acquisto.

Lì i palazzi, lungi dall’eguagliare le forme del centro, sembravano comunque costruiti con un qualche criterio estetico. Dove viveva lui, scatoloni d’accatto in cemento venivano fatti passare per condomini; finestre minuscole occhieggiavano bramose la pavimentazione di rena e buche, come volessero inghiottire i passanti incauti.

La destinazione di Ruben, invece, azzardava sampietrini lucidi e puliti con la punta di colore di cicche di sigaretta a vivacizzarne le fughe. Le facciate si aprivano in piccoli, graziosi balconi da cui era possibile spiare un soffitto o la cima di un armadio di buona fattura. Ma il vero fiore all’occhiello della zona erano i volti dei passanti, così diversi dal suo. Erano puliti, per dirne una, ma senza alterigia. I capelli che li sovrastavano erano stati pettinati di recente anche se le tracce del processo erano andate perdute e gli sguardi… distesi. Non uno dei grugni rancorosi che trovava invariabilmente nei suoi vicini, accartocciati in sé stessi, bramosi di un letto, un pasto caldo e di riposo.

Il quartiere notturno impiegava la forza propulsiva dell’alcool per fare esplodere ogni espressione in un ghigno sguaiato. La compagnia non aveva secondi fini, se non quello di spendere la notte.

O almeno così pareva a Ruben.

Era solo, come era solo da anni, ma contava di concludere la serata rimediando alla propria condizione. Evitò i bar più costosi, poi quelli più economici. Il corteggiamento richiedeva tempo e lui non ne aveva. Perché quella era l’unica sera in cui poteva dirsi un consumatore, allo sfiorire di un sabato miracolosamente coinciso col giorno di paga. Senza contare che non aveva intenzione di riportare nessuno al suo appartamento, sempre che suo e appartamento si potesse definire.

Insomma, c’era la necessità di reperire qualcuno che se lo prendesse così com’era, senza preavviso o preamboli, mettendo anche a disposizione una stanza. Una puttana, aveva gongolato tra sé e sé sull’autobus di ritorno dalla miniera, ore prima. Non si era nemmeno preoccupato di cambiarsi d’abito, o darsi una ripulita dallo spesso strato di fuliggine cancerogena che gli ricopriva il volto. Voleva che tutto fosse ai suoi termini, quella sera, perché i giorni restanti non avrebbe potuto esigere altrettanto.

La porzione a luci rosse del quartiere se ne stava acquattata nelle traverse, unta di fragranze sintetiche o calde spezie invernali. I vetri smerigliati restituivano alla pessima illuminazione un alone teporoso e rassicurante. Nessuno cercava di attirare all’interno gli avventori. Chi cerca un bordello non ha bisogno di incoraggiamenti.

I primi listini che consultò lasciarono Ruben con l’amaro in bocca, a massaggiarsi la barba nel tentativo di far quadrare conti impossibili. La scopata della sua vita non poteva costargli due settimane di cibo. Si addentrò ulteriormente notando con delusione frammista a un senso di familiarità che gli edifici si facevano più spogli, o sporchi, o logori o tutte e tre le cose insieme. Spesse grate si sovrapponevano ai vetri smerigliati e la luce calda che lo aveva accolto era degradata in un bagliore sulfureo, come se il peccato di cui tanto gracchiavano le vecchie sporcasse l’anima solo nelle case di piacere a buon mercato.

Stava quasi per perdere ogni speranza, mandare in malora tutto e sbronzarsi in qualche pertugio della via principale, lasciando ai propri palmi callosi il lusso di soddisfarlo. Prima che potesse voltarsi, però un ometto calpestato caracollò nella sua direzione. Era più basso di Ruben di almeno una testa, con una ferita vermiglia sul labbro che colava sangue su un pizzetto curato con approssimazione. Si stringeva nel cappotto come fosse l’ultima cosa rimastagli al mondo.

L’ometto gli piantò due occhiaie livide addosso e a Ruben parve di leggergli nelle iridi il segno distintivo della più completa sazietà, quella che tende talmente la membrana dei desideri da lasciarla dolorante. Non si dissero nulla: indicò a Ruben un portoncino dimesso in fondo alla via, senza fronzoli, quasi come un’abitazione privata, poi annuì, superandolo e scomparve incerto alle sue spalle.

La facciata del bordello era completamente spoglia, se non per una minuscola targa ossidata che recitava solamente entraîneuse. Tanto valeva provare.

L’anticamera del bordello era arredata in modo bizzarro. Non c’erano ragazze né clienti in attesa e i mobili davano l’impressione di provenire da un’era differente. Non vecchi, anacronistici. La matrona lo accolse con un sorriso e Ruben fu sorpreso di come la donna paresse non aver dato la minima attenzione a come era conciato. Gli disse che le sue àntrenù lo attendevano, che avrebbero esaudito desideri che ancora non aveva espresso.

«Io veramente volevo una puttana», precisò Ruben, ma la matrona lo liquidò sventolando una mano di pesanti gioielli ottonati. Più tentava di concentrarsi sul volto della donna, meno riusciva a creare un’immagine coerente. I tratti del viso di lei gli sfuggivano, inghiottiti dai dettagli di un abito invadente in broccato. Gli anelli tintinnarono quando gli protese il palmo, richiedendo una cifra irrisoria. Solo per la prima volta, aveva precisato. Ci teneva a far affezionare i clienti.

La matrona contò gli spiccioli e gli indicò distratta delle scale.

«Non mi fai scegliere la ragazza?» balbettò Ruben, ma la donna lo tranquillizzò: la ragazza lo aveva scelto prima ancora che varcasse la porta. «E se non mi piace?» rispose apprensivo.

Una lunga unghia laccata batté due volte su un quadretto che conteneva un ricamo floreale: “Soddisfatti o rimborsati”, recitava e incapace di rifiutare una scopata che costava a malapena come un pasto caldo, Ruben salì le scale. Alla peggio si sarebbe preso qualche malattia, nulla che potesse correre più veloce di ciò che gli rosicchiava i polmoni a lavoro.

Le scale verso il piano superiore erano buie ed ebbe l’impressione che la carta da parati, fuori posto nel tempo, piuttosto che nello spazio, richiamasse l’abito della matrona. Sulle pareti erano appesi alcuni quadretti che non riuscì del tutto a decifrare: ritratti di donne che sembravano progressivamente errati più si scavava con lo sguardo. Raggiunse il piano superiore, senza sapere cosa cercare.

Un lungo corridoio si dipanava per centinaia di metri, in una luce uniforme senza direzione. Porte in noce punteggiavano le pareti, abbastanza distanti da suggerire una stanza, ma non abbastanza da farne intuire una spaziosa. Con quello che aveva pagato era quasi sorpreso di non trovarsi in una camerata. La cosa non l’avrebbe fermato, comunque. Avanzò.

Da una delle porte a sinistra eruppe un uomo vestito alla rinfusa. L’inerzia lo fece sbattere sulla parete opposta, accasciato al suolo, ansante. Ruben non poté fare a meno che ripetersi che aveva pagato quell’esperienza poco più che un piatto di zuppa, ma non bastò. Si voltò per appena un istante, ma le scale che conducevano al piano inferiore sembravano lontane chilometri. Lo sconosciuto si issò a fatica e superò Ruben, materializzandosi come per magia sul fondo del corridoio, intento a scendere le scale il più velocemente possibile. L’uscio da cui era esploso, s’era chiusa senza rumore.

Fu a quel punto che una serratura alla sua destra si disincagliò molle dal proprio alloggio, discostando una porta come se nessuno l’avesse spinta all’esterno. Una fragranza di polvere e pelle filtrò dalla stanza. Quasi solenne, entrò.

La ragazza lo attendeva al centro della camera, illuminata fiocamente, una ragnatela di veli e tende che penzolavano dal soffitto. Addossato a una parete, un letto addobbato di coperte pesanti preludeva al resto della serata.

La ragazza sorrise e ringraziò di averla scelta per quella notte.

«La pappona però ha detto che mi hai scelto tu», osservò Ruben.

Si erano scelti insieme, replicò la ragazza, melodiosa come una dulcimera. Era diversa dalla matrona, nella misura in cui ognuno dei dettagli del suo corpo s’era impressa nel giro di un istante nella memoria del minatore: corti riccioli di un amaranto innaturale, forme morbide e accoglienti, il bacino sbilanciato verso sinistra, pronto a muoversi altrove e occhi neri e sconfinati in cui riconobbe i cunicoli dove era costretto ad estrarre per vivere un minerale dal nome troppo complicato perché potesse pronunciarlo. Sulle prime reputò che il pensiero della miniera l’avrebbe infastidito, ma lo fece sentire a casa, più di quanto fossero capaci le quattro pareti logore tra le quali dormiva.

L’antrenù indossava una vestaglia in tessuto pesante e una giacca da camera di velluto rosso. Il tessuto sembrava accarezzarla come fosse anche lui un cliente che non era riuscito ad andare via. Due file di perle lo invitarono ad avvicinarsi. Sembrava così piccola, da poter essere avvolta da un solo abbraccio, da una mano abbastanza capiente, da uno sguardo adeguatamente affamato.

Gli chiese cosa volesse.

«Voglio che ti spogli», le rispose, nel tentativo vano di trattenere la saliva in bocca. Era un po’ che non passava del tempo con una donna, ma ricordava l’esperienza vagamente diversa. La ragazza chiese quanto voleva si togliesse.

«Tutto», specificò Ruben, ansante, stordito dall’eccesso di ossigeno che gli si riversava nei polmoni a regime ridotto. Il profumo di pelle e polvere gli rallentava i pensieri. La mano di lei gli si posò su una guancia lorda e non sapeva se fosse lo spesso strato di fuliggine a rendere il tutto bizzarro ma il tocco pareva distante milioni di chilometri, il tentativo di contatto di una stella dimenticata, già morta mentre la stiamo guardando.

«Non vuoi che mi faccia una doccia, prima?» Sapeva che nei bordelli per bene si faceva così. Si lava lei, si lava lui, si scopa e poi ci si lava di nuovo. Per i posti più raffinati c’era la possibilità che venisse offerto qualche profumo che tutti declinavano, per paura di essere riconosciuti come habitue. Ma l’antrenù scosse il capo, dolcissima e siderale. Gli sorrise. Era passato così tanto tempo da quando qualcuno gli aveva sorriso così. Desideri che non ho ancora espresso si ripeté.

Quasi non gli interessava più scopare. Voleva essere ancora vicino alla creatura di sollievo, un altare votivo di carne da pagare pochi soldi. Avrebbe voluto stringerla e piangere, per tutta la notte.

«Come ti chiami?»

La ragazza fece un passo indietro, lasciando cadere la vestaglia. Non c’erano candele nella stanza, o lampade o lampadine, ma tutto era comunque illuminato. Il velluto lasciò spazio a un paio di clavicole perfette e spazi inferiori nel corpo della giovane, ma Ruben non riusciva a staccare lo sguardo dall’ovale del viso che sembrava inghiottire la stanza.

«Tutto» sussurrò ancora e la ragazza gli fece eco da ogni direzione. I drappi che pendevano dal soffitto oscuravano ogni cosa, tanto da lasciare il dubbio che non ci fosse alcuna finestra che dava all’esterno. Che la stanza fosse un microcosmo divelto dal resto della realtà. Uno spazio di requie.

Mani esili e soffici, così diverse dalle sue, sbottonarono il retro della camicia da notte. Ruben non riuscì a considerare nemmeno per un attimo di strapparle le vesti di dosso. Quello a cui stava assistendo era un rituale con un preciso significato ed era importante che ne fosse unicamente spettatore.

Quando la camicia toccò terra con un tonfo sordo, la fragranza della stanza si intensificò fino a diventare quasi insopportabile. La pelle traslò nell’odore della carne, la polvere in quello del vuoto più assoluto; l’odore del freddo, dell’immobilità e del buio.

Le pupille di Ruben si dilatarono fino a sostituire le iridi, come succedeva nelle profondità della miniera, dove l’illuminazione era garantita a malapena da un paio di lanterne e dallo scintillare dei picconi. Gli sembrò di avvertire, in lontananza, il cinguettare dei passeri che portavano nelle profondità per le fughe di gas.

La ragazza era nuda, perfetta, qualcosa che pareva quasi un peccato insozzare col tocco. Sentì le gambe venire meno.

«Tutto», ripeté, estasiato e la ragazza obbedì. Si piantò i pollici delicati nell’incavo del bacino, sfilandosi la pelle come fosse un pantalone. Poi fece lo stesso con quella del busto. L’odore del sangue si aggiunse al tono della camera. Le linee dei muscoli e tendini dell’antrenù scivolavano delicati gli uni negli altri. Lo sguardo vitreo di bulbi oculari scoperti spogliò Ruben. Benché terrificante, rimaneva bellissima, con i giunti ossei a vista, i rivoli leggeri di fluidi corporei che gocciolavano sul pavimento ricoperto di tappeti. Il corpo di Ruben era scosso dai conati. Ruben no.

L’indice e medio della ragazza le si piantarono sotto la mandibola, sfilando i fasci di muscoli e sangue dal candore di uno scheletro d’avorio. La carne precipitava sul pavimento in tonfi umidi, scomparendo alla vista appena si volgeva lo sguardo. Un teschio dagli occhi vitrei lo fissava intento.

Ruben, in ginocchio, incapace di muoversi, sbavò un’ultima volta: «Tutto».

Lo scheletro gli carezzò ancora una volta la guancia, affettuoso, amorevole, ghignante. Tutto, ripeté, con la stessa voce della ragazza pronta a dargli ciò che ancora non sapeva di desiderare.

Si cacciò le falangette nei cavi orbitali e tirò.

Le ossa vennero via in un inopportuno tintinnare di xilofono.

Ruben si trovò a sussultare.

L’odore della carne era sparito. L’unico sopravvissuto era il soffocante afrore dell’assenza, che emanava dalla sagoma che aveva di fronte. A malapena umana, lontana eppure nella sua stessa stanza. La voce di dulcimera irriconoscibile attraverso le distanze infinite del cosmo. Una sagoma di vuoto assoluto.

Il buio che lo aveva accolto nei cunicoli più profondi della miniera quando gli si era fulminata la luce sull’elmetto. Un silenzio opprimente che si estendeva ai cinque sensi e che nessun essere umano era più abituato a sperimentare da secoli.

Ruben l’amò senza riserve.

La sagoma gli chiese di baciarla. Di amarla per tutto il tempo necessario e poi tornare. L’amore ha i suoi tempi, le sue pause, mentre il buio può aspettare per sempre. Gli sfiorò ancora una volta la guancia e il cervello di Ruben trillò insopportabile.

Protese le braccia in avanti, disperato per avviluppare la sua antrenù dell’abisso, amarla una prima e ultima volta prima che finisse il mondo, prima di tornare in miniera, lercio e solo tra altri uomini lerci e soli come lui.

Strinse.

E strinse, finché la fronte non gli grattò su un muro abrasivo che sapeva di piscio.

La frazione più modesta del quartiere a luci rosse lo accolse con una punta acuminata di gelo invernale.

Alle sue spalle, la facciata spoglia di un edificio recitava entreneuse tramite una targa ossidata.

Ruben si tastò il volto. Un timido rivolo di sangue si gettava da una narice verso il fitto cespuglio di barba fuligginosa. Alzò lo sguardo.

Un piano sopra di lui una finestra illuminata fiocamente distingueva la sagoma di una donna. Il suo amore siderale appoggiò la mano vuota sul vetro, come a salutarlo, anche lei sola e lontana.

Ruben decise che sarebbe tornato.

Le aveva chiesto di togliersi tutto e sentiva ci fosse ancora qualcosa da svestire.


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