La Scimmia

di Gianluca Didino
Copertina di Maria Rosa Comparato

1

Sarebbe semplice dire che questa storia inizia con la scimmia, un cebus capucinus di due anni, o così pensiamo, il cui nome, sempre che ne avesse uno, non scoprimmo mai. La realtà però è che la scimmia è stata solo l’inizio della fine, il momento in cui gli ingranaggi dell’ossessione hanno unito i denti.

Alcune settimane prima c’è stato l’attimo in cui ho visto quella che non sapevo ancora essere Nicoletta uscire dall’aula studio di via Verdi, un pomeriggio caldo di settembre, e ho notato il nevo melanocitico gigante che spuntava sotto la manica sinistra della t-shirt scura, un buco nero che ha assorbito tutta la luce della mia attenzione. Anni prima, su suggerimento del mio correlatore di tesi (un noto collezionista di stampe naturalistiche settecentesche) avevo fatto domanda per un dottorato in storia dell’arte, vincendo la borsa contro ogni previsione. Molto, molto prima va ricercata la congiuntura altrettanto improbabile grazie alla quale l’Australopithecus deyiremeda si è evoluto nell’Homo abilis, all’incirca 2.8 milioni di anni fa nella Regione degli Afar in quella che sarebbe diventata la moderna Etiopia.

Questa concatenazione di eventi mi ha portato a comprendere, appena passati i trent’anni, che non esisto. L’inizio dunque è la fine, e non potrebbe essere altrimenti.

Un martedì sera stavo uscendo dall’ufficio che il dipartimento di Studi Storici dell’università di Torino mi aveva messo a disposizione al quarto piano di Palazzo Nuovo, dove stavo conducendo delle ricerche sulla serie di diciassette dipinti prodotti da George Stubbs tra il 1762 e l’anno della sua morte, il 1806. I dipinti erano tutti dedicati allo stesso tema: un leone che attacca un cavallo. La mia ricerca riguardava il ruolo della morte animale nella pittura romantica inglese e il suo rapporto con il concetto di sublime di Edmund Burke, specialmente per com’è espresso nella Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, pubblicato nel 1757.

Scendevo le scalinate di Palazzo Nuovo verso le sei di sera, con ancora impressa sulla retina l’immagine di un leone che affonda i denti nella carne di un cavallo semidisteso. Il cavallo tende i muscoli del collo in un gesto di dolore. Una scena violenta, eppure, mi ero ritrovato a pensare osservando questo specifico dipinto, datato 1763 e oggi conservato alla Tate Britain di Londra, il cavallo non sembra voler sfuggire veramente al leone, un’impressione acuita dal fatto che il pelo dei due animali è della stessa sfumatura chiara di marrone, tanto che i loro corpi sono quasi indistinguibili l’uno dall’altro. In un certo senso il cavallo pare accettare di essere divorato vivo dal leone.

Avevo quest’immagine negli occhi quando, svoltando su via Verdi diretto a piazza Vittorio, dove ogni sera prendevo il tram numero 15 che mi portava all’appartamento in cui vivevo con i miei genitori vicino al Cimitero Sassi, qualcosa aveva colpito la mia attenzione nel nugolo di studenti che stazionavano davanti all’aula studio parlando e fumando.

Era quell’ora della sera in cui il giorno trascolora nella notte e le impressioni sono incerte. Nonostante fosse ormai quasi il crepuscolo faceva ancora caldo, la maggioranza degli studenti era in maglietta a maniche corte, qualcuno persino in pantaloni corti anche se le foglie secche si stavano già accumulando ai bordi delle strade. Qualcosa mi riscosse dai miei pensieri, ma non capii subito cosa. Poi i sensi si misero a fuoco e vidi la forma da ovale classico del suo volto, i capelli e gli occhi scuri e il corpo atletico, ma soprattutto vidi i nei.

Erano cinque, di dimensioni che variavano dai due millimetri ai due centimetri di diametro, sparsi sul suo volto senza riguardo per i lineamenti, che erano regolari e decisi. Si trovavano tutti sulla parte sinistra del viso, rispettivamente sulla fronte, di poco a lato del setto nasale, appena sotto l’occhio in quella zona che gli anatomisti come Stubbs chiamerebbero foro infraorbitale, quasi attaccato al labbro, sul mento e sotto la mascella. Pensai a un quadro neoclassico che l’artista, in un momento di rabbia improvvisa, avesse deciso di rovinare con uno schizzo di nero fatto partire dalle setole del pennello, dando inconsapevolmente vita all’arte moderna.

Fu seguendo la linea di quei nei, come si seguono le linee del grande carro per trovare la stella polare, che il mio sguardo cadde sul suo braccio sinistro. Sotto la t-shirt scura e attillata su quel busto quasi privo di seno spuntava per qualche centimetro una macchia marrone scuro, le cui propaggini si disperdevano sul chiarore della pelle come le periferie di una galassia. Sopra, verso la spalla, coperta dalla t-shirt, la macchia poteva estendersi per decine di centimetri, come sapevo. Rimasi paralizzato, rapito da quell’esperienza visibile dell’alterità, che continuai a fissare finché, con imbarazzo, mi resi conto che avevo gli occhi della ragazza puntati addosso, neri e accesi come brace.

Almeno le ho parlato, pensai quella sera mentre tornavo a casa sul tram numero 15, mi facevo una doccia, mangiavo con i miei genitori l’arrosto con i piselli, guardavo ascoltandole solo per metà le notizie del TG regionale in cui si diceva, come ogni sera, che lo stato di degrado della città era preoccupante, il riscaldamento globale proseguiva inesorabile e la strana alga che aveva infestato il Po quell’estate sarebbe tornata con il primo caldo in primavera successiva. Almeno le ho parlato, mi dicevo per mascherare il bruciante senso di imbarazzo che faticava ad abbandonarmi.

Le avevo chiesto scusa per la maleducazione, mi ero presentato, le avevo detto che ero un dottorando di storia dell’arte. Lei non si era presentata. Durante la mia spiegazione, però, il fastidio aveva lasciato posto all’indifferenza (dubitavo di poterla considerare una vittoria). Infine se n’era andata nella direzione opposta alla mia e non avevo osato voltarmi per guardare dove si dirigesse. Quando infine avevo guardato era scomparsa.

Dopo cena andai in camera, accesi il computer e scavai nella lista dei preferiti del browser che si era andata allungando negli anni fino a contenere centinaia di link. Infine trovai quello che cercavo: un articolo del Guardian che parlava del progetto di Brock Elbank, un fotografo che aveva dedicato una serie di scatti (Freckles, 2015) a persone con imperfezioni della pelle come lentiggini, nei e nevi congeniti. Tra questi c’era Gemma Whyatt, 30 anni, una ragazza molto bella se non che, o nonostante che, o forse proprio perché, non riuscivo a decidermi, la parte superiore del suo corpo era quasi completamente coperta da un nevo megalocitico congenito. Gemma era una delle trenta persone che avevano accettato di essere fotografate per una mostra che proprio quell’anno era stata portata alla Oxo Tower di Londra.

Avevo incontrato le fotografie di Gemma più di un anno prima, quando avevo cercato su internet “nevo megalocitico congenito” dopo aver letto Mille gru di Yasunari Kawabata. Nella scena iniziale del romanzo, pubblicato nel 1952, un ragazzo in età da moglie viene invitato a una cerimonia del tè dall’ex amante del padre, Kurimoto Chikako, e nell’atmosfera rarefatta ma anche buia, intima e torbidamente sensuale della sala da tè sprofonda nel disgusto che prova per una grossa voglia che Chikako ha sul seno, un seno deturpato da questa macchia scura che è stato anche il primo seno visto dal giovane Kukuji quand’era un bambino.

Quella lettura aveva riacceso un ricordo: mesi prima, durante le ricerche per il mio dottorato, mi ero imbattuto nella storia di Petrus Gonsaluvs e della sua famiglia attraverso un dipinto che di Antonietta Gonsalvus, la figlia di Petrus, fece Lavinia Fontana nel 1583.

Nato a Tenerife nel 1537, Gonsalvus era affetto da ipertricosi e, pare, tutto il suo corpo era coperto di peli: per questo fu studiato da Ulisse Aldrovandi, il naturalista bolognese che Linneo identificò come il padre degli studi naturali. Anche i suoi tre figli, Maddalena, Enrico e Antonietta erano completamente coperti di peli, nonostante la moglie di Gonsalvus, Catherine, non lo fosse affatto, e anzi pare fosse molto bella, tanto che la fiaba della bella e la bestia fu parzialmente ispirata dal loro matrimonio.

Il ritratto di Lavinia Fontana rappresenta quella che a prima vista sembrerebbe una scimmia in abiti umani. Lavinia Fontana era una pittrice manierista, il cui stile si basava su una totale aderenza alla realtà, e dunque non ha senso immaginare che il suo ritratto (contenuto insieme ad altre opere che documentano il caso dell’irsutismo nella Camera dell’Arte e delle Curiosità del Castello di Ambras a Innsbruck) fosse una forma di arte grottesca.

A seguito della lettura di Kawabata, avevo scoperto che il nevo megalocitico gigante, la condizione genetica che affliggeva Gemma Wyhatt e gli altri ventinove della mostra alla Oxo Tower, poteva anche manifestarsi con intere zone del corpo in cui la pelle è completamente nera e ricoperta di peli. Un’altra ragazza della mostra, la brasiliana Marina Mendes, aveva una di queste formazioni sul setto nasale, scurissima e pelosa, a forma di farfalla: come Gemma, anche Marina era bellissima.

Dunque se la scimmia fu l’inizio della fine, possiamo dire che Gonsalvus fu la fine dell’inizio, che è come dire che sia la scimmia che Gonsalvus furono due punti intermedi di una linea che non ha inizio né fine e di cui Nicoletta fu il punto più luminoso di tutti, un punto femminile sul fondo di una microsequenza iniziata da Gemma Wyhatt e Marina Mendes passando per Kurimoto Chikako, un punto di luce nera del quale non potevo fare a meno di innamorarmi.

2

A Palazzo Nuovo conoscevo tutti, era il dubbio privilegio di aver trascorso oltre dieci anni della mia vita in quel luogo tossico, e non mi fu difficile venire a sapere che la ragazza si chiamava Nicoletta, era ligure, aveva ventun’anni e con Palazzo Nuovo non c’entrava nulla, visto che era iscritta alla Scuola Circo Flic. Quella sera si trovava nell’aula studio di via Verdi per caso, perché una delle sue inquiline studiava antropologia e quel giorno l’aveva accidentalmente chiusa fuori casa. Le due ragazze abitavano in un palazzo di via Gioberti, dietro la stazione. Tutto questo lo venni a sapere in un paio di conversazioni mentre offrivo caffè alla macchinetta del primo piano. Era un giorno caldo di pioggia, il caffè acquoso colava nella tazzina di plastica come una perdita d’olio dal motore di un’auto difettosa.

Strinsi amicizia con la sua inquilina, Marta. Grazie a lei scoprii, mentre fumavamo sotto una tettoia per ripararci dalla pioggia, che la casa di via Gioberti era una specie di porto: la gente andava e veniva e lei stessa era in procinto di trasferirsi con altre ragazze più vicino al centro. La incontrai a un concerto reggae ai Murazzi, sperando che Nicoletta fosse con lei (non lo era).

Mi feci trovare a poca distanza dalla casa di via Gioberti, e quando infine la incontrai, a un’alimentari dove l’avevo vista fermarsi di tanto in tanto, la salutai come se mi ricordassi solo vagamente di lei e non riuscissi a mettere a fuoco dove ci fossimo già visti.

Quando infine ci incontrammo per caso tutti e tre insieme, un sabato pomeriggio Nicoletta e Marta in via Po, inscenai stupore per il fatto che ci conoscessimo tutti e le invitai al lancio di una performance d’arte che avevo contribuito a organizzare la settimana successiva agli ex Docks Dora. Non fui stupito quando dopo quella conversazione avevo salvato sul cellulare entrambi i numeri di telefono.

Mentre aspettavo che trascorresse la settimana mi ritrovai a pensare alle donne che avevo avuto in passato. Negli anni dell’università, e in quelli immediatamente successivi, avevo avuto molte fidanzate, nell’ordine delle decine. Sono il tipo d’uomo di cui le donne si fidano istantaneamente e ho sempre vissuto il sesso con leggerezza. Entravo e uscivo da relazioni che non erano relazioni e con le mie ex rimanevo in buoni rapporti. Le mie partner erano leggere, i loro corpi lisci, smussati, morbidi, tutti molto simili l’uno all’altro, magri non al punto da risultare spigolosi, i seni delicati e un’assenza quasi totale di peli.

Dopo qualche anno di queste relazioni cominciai a stancarmi. Proseguii ancora per qualche tempo, più per abitudine che altro, poi vinsi il dottorato e decisi di starmene un po’ per conto mio. A quel punto ero rimasto single per quasi due anni. Speravo che le mie doti di amante non fossero arrugginite.

Non lo erano: quella sera Nicoletta e io ci baciammo contro i muri sporchi del locale, nella stanza buia in cui un’artista slovacca proiettava su teli bianchi grandi quanto come la parete immagini di piante mostruose che si contorcevano su un tappeto sonoro assordante. In quel frastuono infernale resistetti alla tentazione di baciarle i cinque nei che aveva sul viso. Mi maledissi per aver lasciato il monolocale di Vanchiglia in cui avevo vissuto per anni per tornare temporaneamente, così mi dicevo, a stare con i miei. Ci salutammo fuori dal locale, nella pioggia che aveva ricominciato a cadere inesorabile.

Fin dall’inizio la nostra relazione fu asimmetrica, io avevo nove anni più di lei, anche se mi sforzavo di non darlo a vedere, e lei era ancora una ragazzina. Scoprii che era energica, arrabbiata, testarda, sensuale, fantasiosa, imprevedibile, seppure imprevedibile nel modo in cui lo sono le ragazze di vent’anni, dunque non veramente imprevedibile. Non sapeva niente di arte però aveva una passione per il punk, un interesse che avevo intuito quando l’avevo invitata all’installazione dell’artista slovacca.

Era anche vegana e per un certo periodo nella casa di via Gioberti ascoltammo a ripetizione una canzone dei Propaghandi intitolata Nailing Descartes to the Wall che finiva con questa strofa: «But you cannot deny that / Meat is still murder / Diary is still rape / And I am still as stupid as anyone / But I know my mistakes». Ecco, Nicoletta era questo genere di persona, veramente convinta che consumare latticini fosse una forma di stupro. Non fingeva di essere più colta di quello che era ma credeva nel gnothi seauton applicato alla politica: non sono migliore di te ma almeno ne sono consapevole.

Ad attrarmi in lei non erano questi tratti, che al limite mi facevano simpatia. Se le nostre parti razionali comunicavano solo in maniera imperfetta, e solamente grazie al fatto che io sapevo mantenere un’aria leggera di fronte alle sue opinioni esageratamente radicali su tutto, i nostri corpi si parlavano a un altro livello e la desideravo come non avevo mai desiderato nessun’altra persona, o così mi sembrava.

Non so se lei desiderasse me con la stessa intensità, ma il sesso, non appena iniziò, fu dirompente. Capitò un pomeriggio pochi giorni dopo la serata ai Docks nella casa di via Gioberti. Pioveva ancora, pioveva da giorni, tutto era grigio e indistinto come nel quadro di un impressionista minore, un Henri Le Sidaner, in quella via grigia e desolata dietro la stazione. La casa, in cui entrai in uno stato di confusione erotica, mi apparve ampia e vuota. Marta aveva già traslocato, i resti della sua presenza si vedevano negli oggetti sparsi in quell’ambiente così poco femminile. L’idea di vedere Nicoletta nuda mi eccitava al punto che il respiro mi si era fatto affannoso. Mi sforzavo di non darlo a vedere ma i miei occhi indagavano il nevo sulla spalla destra chiedendosi quanto si potesse estendere sulla schiena e sul collo.

Quella volta però Nicoletta chiuse le imposte prima di spogliarsi, precipitandoci in un buio fitto. Non osai chiederle di aprirle. Mentre la baciavo nel buio, però, testai con le labbra i contorni di quella macchia e poco più tardi la morsi delicatamente strappandole un piccolo gemito. Non credo si accorse dell’intenzionalità del gesto. Comunque non disse nulla.

Dopo rimanemmo al buio, sul letto singolo, ad ascoltare la pioggia contro le imposte chiuse. Mi stavo addormentando quando fui scosso da un urlo che mi fece drizzare i peli sul collo, strappandomi da quella zona incerta tra il sonno e la veglia. Era durato solo un attimo, ma era qualcosa di selvaggio, di inumano. Per un attimo pensai di averlo sognato.

«Cos’è?», chiesi, paralizzato nel buio.

«Merda», disse Nicoletta, «mi sono dimenticata di dirtelo. È la scimmia di Annika, vive nell’armadio».

«Chi è Annika?», chiesi quando riuscii a riprendermi dalla confusione. «Che scimmia?»

Annika, disse Nicoletta, era la trapezista più talentuosa che avesse mai conosciuto. Era russa, appena maggiorenne, veniva da una famiglia ricca dalle occupazioni ambigue e alla Flic era arrivata con l’aria della star. Era stata in via Gioberti per qualche settimana, ma oltre che talentuosa era anche disperata, aveva pulsioni autodistruttive incontrollabili e diverse dipendenze da droghe, oltre che una storia con un teppista che l’aveva seguita fino a Torino dai sobborghi di Mosca. Qualche settimana prima il ragazzo era venuto a trovarla. Erano rimasti chiusi in camera tutto il weekend e quando ne erano usciti aveva detto che doveva andare in Russia per qualche giorno. La sera stessa era partita e non era più tornata. Nicoletta e Marta avevano provato a chiamarla, inutilmente. Erano andate nella sua stanza quando avevano sentito dei rumori, pensando si trattasse di topi, ed erano quasi morte di paura quando avevano aperto l’armadio.

La scimmia sembrava spaventata, non usciva quasi mai da quella sua tana nel mobile. Nicoletta aveva cominciato a darle da mangiare un po’ di frutta tutti i giorni. Ogni tanto puliva la stanza e disinfettava a terra con la candeggina, ma non spesso.

«Ok e che intendi fare?», le chiesi. «È legale almeno tenere una scimmia in casa?»

Nicoletta si strinse nelle spalle. Sentii i nove anni che ci dividevano pesarmi sulle spalle come un macigno. Mi alzai dal letto, infilai le mutande e senza aprire le imposte andai a vedere.

Effettivamente la scimmia era nell’armadio. Era piccola, probabilmente una via di mezzo tra un cucciolo e un esemplare adulto, il pelo del corpo era nero, ma quello intorno al muso e sulle spalle di un bel color crema. Mi guardava con quei piccoli occhi neri nella faccia da essere umano non completamente formato, o deformato, una razza nuova di uomini sopravvissuti alla catastrofe nucleare uscita da qualche incubo retrofuturistico, mentre con le mani si tormentava la coda nera.

Nicoletta mi venne vicino. Era completamente vestita ma scalza. Notai che anche sui piedi, bei piedi dalle dita lunghe e prensili, aveva piccoli nei color caffelatte. Tornai a guardare la scimmia.

«Come si chiama?», le chiesi. «Ce l’ha un nome?»

«Non penso», rispose Nicoletta. «Annika la chiamava “scimmia” in russo».

Rimase a guardarla per un po’.

«Non penso abbia un nome», disse ancora.

3

La verità è che per un lungo periodo non pensai alla scimmia. Non colsi il suo significato, anche se oggi mi sembra assurdo. Immagino fossi concentrato su Nicoletta, oppure che le implicazioni di quello che stava capitando fossero troppo grandi per la mia mente. Come nelle storie di Lovecraft.

Nicoletta era la mia nuova èra oscura e feci come se la scimmia non esistesse per oltre un mese. Passavo le mie giornate a fare ricerche su George Stubbs e il sublime romantico, poi lasciavo Palazzo Nuovo per andare a prendere Nicoletta alla Flic, andavamo da lei e scopavamo tutta la sera e buona parte della notte, parlando pochissimo e mangiando di tanto in tanto solo noci, banane e qualche torta vegana al pompelmo che aveva cucinato il giorno prima e che ero felice di mangiare nonostante fosse insapore perché con tutto quel sesso e senza proteine animali mi sentivo sempre sul punto di svenire.

Quando finalmente ero riuscito a far spogliare Nicoletta davanti a me in una stanza semilluminata ero stato deluso per un breve momento e poi il mio desiderio era ripartito a velocità raddoppiata, come quando si cambia marcia in automobile. Deluso perché il nevo sulla spalla non era grosso come pensavo: era quasi perfettamente circolare, con una circonferenza di meno di dieci centimetri, un piccolo occhio scuro che mi fissava dalla sua spalla, galleggiante nella pelle color latte.

Ma, nevo a parte, il corpo di Nicoletta era una un universo da esplorare, così radicalmente diverso dai corpi delle ragazze che avevo frequentato fino a quel momento da darmi le vertigini. I nei che lo costellavano erano centinaia, forse migliaia. Le sue forme accidentate, aliene, il seno piccolo, le gambe lunghe, i muscoli tonici, le costole che spuntavano sui fianchi come branchie di un pesce. Il nevo era il buco nero al centro di questo mondo, ciò da cui aveva avuto origine, e Nicoletta un paesaggio alterato, un quadro di un’avanguardia non ancora inventata in cui umano e inumano si mescolavano, un esopianeta nel quale volevo perdermi per sempre.

A differenza delle ragazze che avevo avuto in precedenza era meno ossessionata dalla depilazione. La convinsi a essere ancora meno attenta, al punto da non depilarsi quasi per niente.

Nei momenti in cui la forza del desiderio non si impossessava del mio corpo e della mia mente, mi chiedevo cosa vedesse lei in me per ricambiare l’attrazione. Sospettavo che mi usavsse per fare esperienza, vista la mia età, e che forse per questa ragione ero più soddissfacente dei ragazzi atletici della Flic. Oppure pensavo che come lei rappresentava un’alterità per me io la rappresentavo per lei, e che nella passione con cui scopavamo ci fosse qualcosa di più che una proiezione solipsistica del mio desiderio. Ancora oggi non so rispondermi.

Gli unici momenti che condividevamo al di fuori del sesso erano quelli in cui andavo a vederla durante gli allenamenti alla Flic. La palestra di corso Re Umberto avrebbe dovuto simulare il palco di un circo e quindi era straordinariamente ampia. Come per Annika, la specialità di Nicoletta era il trapezio, un’attività in cui a me sembrava bravissima ma per la quale, con la sua solita brutale onestà, lei si considerava mediocre. Nicoletta e gli altri ragazzi si allenavano comunque in tutte le discipline, con clave, cerchi ed esercizi a corpo libero in quella che a un occhio distratto poteva sembrare ginnastica ritmica.

Siccome la palestra non aveva spalti, non potevo andare veramente a vedere gli allenamenti, ma facevo spesso in modo di farmi trovare lì qualche minuto prima con una scusa e aspettavo in piedi appoggiato alla spalliera, mentre vedevo questi ragazzi volteggiare in aria e sulla terra come creature esotiche parzialmente umani e parzialmente uccelli. Al confronto della loro forza, agilità e giovinezza io dovevo sembrare un vecchio corvo, con il cappotto nero e la barba nera e gli occhiali con la montatura nera che aspettavo immobile in un angolo.

Mentre li guardavo mi capitava spesso di pensare a Julia Pastrana e alla sua triste storia. Pastrana nacque in un villaggio messicano nel 1834 da una famiglia india. Come Gonsalvus era affetta da ipertricosi, il suo corpo completamente coperto di peli, il naso e i denti straordinariamente grandi a causa di una malformazione, tratti somatici che la resero nota nella zona come “la donna lupo”. Alla morte della madre venne acquistata da un ufficiale di frontiera a Mazatlàn, che la rivendette all’impresario circense J.W. Beach. Nel 1854 Beach la vendette a sua volta a Theodore Lent, che però se ne innamorò, l’assunse nel suo circo e la sposò a Baltimora quello stesso anno.

Negli spettacoli Pastrana veniva indicata di volta in volta come “la donna babbuino”, “la donna scimmia”, “la donna pelosa”, “la donna con la faccia da cane”, “la donna orso” e “la nonclassificabile”. In tutti i casi veniva presentata come un ibrido tra uomo e animale. Nel 1860, durante un tour a Mosca, diede alla luce il figlio di Lent, anch’egli affetto da ipertricosi e da allargamento gengivale, che visse solo tre anni. Pastrana invece morì di parto e quella fu la fine della storia della donna lupo.

Imbarazzato dalla mia goffaggine, arrivai persino a chiedere a Nicoletta se i suoi colleghi la prendessero in giro per la mia presenza, nel qual caso l’avrei aspettata al bar di fronte.  Lei rise soltanto: il che, decisi, significava che la prendevano in giro ma la cosa non le dispiaceva. Non feci altre domande.

Nell’appartamento di via Gioberti, dove nel tempo finii per semi-trasferirmi (nel senso che ci passavo diversi giorni a settimana e un giorno arrivai con una piccola borsa, davanti alla quale Nicoletta fece una faccia atterrita che mi costrinse a spiegarle che non stavamo diventando conviventi, mi portavo solo un paio di camicie pulite nel caso passassi da lei la notte e dovessi andare in dipartimento la mattina dopo), le chiedevo spesso di eseguire alcuni degli esercizi che le vedevo fare in allenamento: capriole, spaccate, salti mortali. Era flessibile come un invertebrato, liquida, eppure solida, forte come il mio corpo non avrebbe mai potuto diventare.

Un giorno, dopo che eravamo appena tornati a casa dalla Flic, Nicoletta disse: «Dai tu da mangiare alla scimmia?»

Rimasi senza parole: si stava stabilendo una quotidianità di coppia basata sull’assurdo? Tuttavia non dissi niente, presi dall’insalatiera che teneva sopra il frigorifero a quello scopo la frutta troppo matura che al mercato le vendevano alla metà del prezzo ed entrai nella stanza di Annika.

La scimmia era lì, sul materasso senza coperte, nella stanza che aveva ormai l’odore del suo pelo e del suo piscio. Il pavimento era tappezzato di pezzi di mela, gusci di noci e una poltiglia grigia opalescente che supposi fosse stata un tempo una banana. La scodellina da cui beveva era stata rovesciata e l’acqua era sparsa ovunque; mi chiesi da quanto tempo fosse in quello stato e quando fosse l’ultima volta che aveva bevuto. In quel momento provai pena per lei: acquistata chissà dove, in un mercato di Mosca o sul dark web, portata in un paese straniero da una padrona turbolenta che l’aveva abbandonata in un armadio per correre dietro all’uomo che le avrebbe senza alcun dubbio rovinato la vita. Capii che non potevo continuare a ignorarla e cominciai a prendermi cura di lei.

4

Alla fine di ottobre, quando ci frequentavamo ormai da più di un mese, Nicoletta decise di dare una festa per Halloween e mi invitò, non volendo ascoltare le mie obiezioni sul fatto che a una festa di ventenni travestiti e ubriachi sarei sembrato una specie di genitore triste che affondava la propria disperazione nell’alcol. Andò esattamente come mi aspettavo: i ragazzi che aveva invitato, uno della Flic e i suoi inquilini, avevano combinato un casino con l’humus, che doveva sembrare loro chissà quale specialità esotica, mentre Marta e le sue inquiline se l’erano cavata solo marginalmente meglio con il couscous. La mia torta vegana alle mandorle, comprata in una storica pasticceria del centro per trenta euro, andò completamente sprecata perché alle dieci di sera erano già tutti ubriachi e alla quarta canna e avrebbero mangiato anche un pezzo di plastica con Happy Halloween! scritto sopra a pennarello. Entrai in qualcosa di simile alla sintonia con l’atmosfera della serata solo quando cominciai anch’io a essere totalmente ubriaco.

Una cosa interessante però c’era ed erano i costumi: Nicoletta aveva deciso che dovevamo vestirci tutti da licantropi. Qualcuno aveva recuperato una maschera da lupo, ma la maggior parte si era messa una parrucca nera e si era dipinta sul volto peli e zanne. Un ragazzo spagnolo che tutti chiamavano Vato aveva avuto l’idea di legarsi al petto un tappetino dell’auto che faceva sembrare la sua pelle sotto la camicia da boscaiolo completamente ricoperta di pelo.

Fu questa immagine a spingermi ad avvicinarmi allo stereo e sostituire ciò che stavano ascoltando con Banho de Lua, la versione degli Os Mutantes della celebre canzone di Mina.

Inizialmente si lamentarono, ma quando i feedback iniziali lasciarono posto a questa interpretazione spettrale, veramente licantropica e senza dubbio invertita di una canzone che tutti conoscevano compresero il senso della mia scelta: poco dopo fui di fronte a un gruppo di giovani lupi mannari che danzavano in un sabba pagano, in quell’appartamento decadente, in una città intrisa di magia nera come Torino, alla luce della luna che entrava nella stanza, e fu un momento a modo suo perfetto.

Mi avvicinai al gruppo e cominciai a ballare con Nicoletta. Le morsi l’orecchio e mentre lo facevo sussurrai: «Voglio scoparti qui davanti a tutti». Sentii che si faceva arrendevole tra le mie braccia, e mentre il cuore cominciava a battermi di desiderio annebbiandomi il cervello, l’occhio sinistro, quello non sepolto nei capelli scuri e folti di Nicoletta, vide qualcosa, inizialmente senza registrare l’immagine del tutto. Ma quando Nicoletta sussurrò la sua risposta così vicino al mio orecchio da farmi scendere un brivido lungo la colonna vertebrale, quando disse «Andiamo in bagno» provocandomi un tremito che trovai irritante mentre la mia mente metteva a fuoco l’immagine, io, facendomi sempre più immobile mentre tornavo lucido di colpo, dissi in risposta: «La scimmia».

Nicoletta mi guardò senza capire, poi si voltò a seguire il mio sguardo e la vide anche lei: uscita chissà come dalla camera di Annika (più tardi scoprimmo che Vato l’aveva aperta accidentalmente cercando il bagno) la scimmia era arrampicata sulla credenza, si stringeva in mano la coda nera e mi guardava, i piccoli occhi neri su quel volto pre o post-umano fissi nei miei: occhi profondi come pozzi in quel viso vecchio milioni di anni. Occhi la cui luce nera mi attraeva nei gorghi del tempo profondo, nel mio passato archeopsichico. Sono certo che ne sarei stato risucchiato come in un vortice e sarei sparito dalla stanza, perdendomi nel vuoto che precedeva il momento in cui l’Australopithecus deyiremeda si è evoluto nell’Homo abilis, se come in una reazione a catena Vato non si fosse accorto che io e Nicoletta stavamo guardando qualcosa, non avesse seguito il nostro sguardo e non avesse urlato, sovrastando gli ultimi feedback degli Os Mutantes: «¡Joder! ¡Un mono!».

Quella che seguì fu una scena ridicola: sei ventenni vestiti da licantropi che inseguivano una scimmia cappuccino per la cucina di un appartamento studentesco mentre un trentenne dall’aria stanca rimaneva fermo nel centro della stanza, improvvisamente stanco come se tutto il peso del mondo gli fosse caduto addosso. Alla fine fu proprio Nicoletta a prenderla, usando come esca un pezzo della torta da trenta euro che strappò con le mani, e a riportarla nella stanza di Annika.

Quando gli altri se ne furono andati e io e Nicoletta ci trovammo soli ero ancora di malumore.  Nonostante fossero le cinque del mattino lei cominciò a baciarmi a e strusciarmisi addosso, ma la fermai: dissi che ero stanco e diedi la colpa all’alcol. La verità era che sentivo ancora addosso gli occhi della scimmia, la sua presenza inaspettata mi aveva turbato come quando si trova uno scarafaggio sul tavolo apparecchiato per pranzo. Era una sensazione fastidiosa, sottilmente inquietante, persino.

 Le chiesi scusa e la baciai sulla fronte come un vecchio zio. Poco dopo lei dormiva. Io rimasi sveglio ancora a lungo, finché non venne l’alba, senza riuscire a scollarmi dalla pelle la sensazione vischiosa di quei piccoli occhi scuri. Solo quando il sole del mattino entrò nella stanza mi addormentai.

5

Quando mi svegliai erano le dieci passate. Nicoletta dormiva ancora. Avevo mal di testa per il vino e una sorta di indigestione per la qualità scadente della cena, ma soprattutto avevo un’ansia che non ricordavo di aver provato da tempo. Per la precisione dai miei diciannove anni, quando l’inizio della vita universitaria era coinciso con mesi di attacchi di panico in cui Palazzo Nuovo mi sembrava un grande cimitero e gli studenti eserciti di morti. All’epoca ne ero uscito, in qualche modo, con lo studio e grazie a quelle relazioni casuali, che per un decennio mi avevano mantenuto sulla superficie dell’acqua. Ora avevo l’impressione che un gorgo mi stesse trascinando di nuovo verso il fondo.

L’ansia era tanto forte che dovetti uscire immediatamente da quella casa sporca, desolata e costellata dei rimasugli della festa della sera prima. Prima di andarmene mi avvicinai alla porta di Annika e vi posai l’orecchio: un lieve rumore animale proveniva dall’altra parte dell’uscio. La scimmia era ancora lì. Scrissi un biglietto a Nicoletta dicendo che dovevo andare in dipartimento e uscii.

Era una giornata fredda, schiacciata sotto un cielo di piombo. Camminai velocemente attraverso la città. Sulla vetrina di una via commerciale mi vidi riflesso: avevo un aspetto terribile, sembravo sporco e pericoloso. Accanto a me ma dall’altra parte del vetro, su un manichino senza testa, era esposta una pelliccia di visone. Un’attivista che distribuiva volantini fuori dal negozio si avvicinò per convincermi a boicottare quella famosa marca di abbigliamento, poi dovette notare qualcosa nel mio sguardo e si fermò a metà strada. Colsi l’occasione per andarmene.

Mentre camminavo intirizzito provai a mettere ordine nei pensieri. Cosa mi aveva turbato tanto, esattamente? Provai a richiamare alla mente la visione della sera prima: la scimmia sulla credenza che mi guarda, i suoi piccoli occhi luminosi che sembrano risucchiarmi. Pensai a Nicoletta, al desiderio feroce che avevo provato per lei. Improvvisamente mi parve una forma di follia, come se in tutto quel mese fossi stato preda di un delirio.

Palazzo Nuovo era semideserto visto il ponte di Ognissanti. Salii le scale fino al quarto piano sperando di non essere riconosciuto da un collega. Non incontrai nessuno. Arrivai alla porta dell’ufficio che condividevo con il mio correlatore, che sapevo non avrei incontrato visto che era ad Amburgo a un mercato di stampe d’arte. Mi chiusi nella stanza come un naufrago arriva sulla terra ferma.

Tirai un sospiro di sollievo. Rimasi in quella posizione, esausto, per molto tempo. Poi un’idea mi attraversò improvvisa la mente. Accesi il computer, aprii la cartella con le immagini ad alta risoluzione dei diciassette dipinti di Stubbs che stavo studiando . Erano tutti lì, in ordine cronologico: diciassette cavalli mangiati vivi da diciassette leoni. Diciassette espressioni di fame animale e di dolore, ma anche di quella che ora, guardando bene, mi era chiarissimo fosse estasi negli occhi dei cavalli: estasi di essere divorati, estasi di diventare carne.

Improvvisamente realizzai qualcosa. Domani è il giorno dei morti, pensai. Poi lo dissi ad alta voce: «domani è il giorno dei morti». Un brivido mi percorse da capo a piedi.

C’è un piccolo quadro di Stubbs, datato 1799 e intitolato soltanto A Monkey, oggi conservato al National Museum di Liverpool, che rappresenta una scimmia cappuccina seduta su una roccia nell’atto di mangiare quelli che sembrerebbero essere di mandarini. Lo sfondo è scuro, così come gli occhi della scimmia, che guardano direttamente quelli dello spettatore.

È un quadro tardo, dipinto pochi anni prima della morte del pittore, e non ha niente di epico o sublime come i suoi cavalli. Rappresenta solo una piccola scimmia che non fa niente di speciale: esiste, come deve essere esistita nella realtà su questa Terra per qualche decennio prima di essere spazzata via dall’oblio e dal tempo. Le scimmie cappuccine, avevo scoperto cercando informazioni su Wikipedia, in cattività possono vivere fino a cinquant’anni. Dunque era molto probabile che quella particolare scimmia fosse sopravvissuta a Stubbs, che il soggetto dell’opera d’arte si fosse rivelato più longevo dell’artista. Pensai ai pittori che dipingono nudi femminili, ai Gauguin e agli Ingres, e pensai che quello che dipingono loro, quella bellezza, svanisce subito. La scimmia invece era rimasta mentre il tempo si portava via il pittore.

Stubbs vedeva gli animali che ritraeva in una delle tante menagerie diffuse a Londra nel XVIII secolo, la più celebre delle quali si trovava fin dal 1204 nella Torre di Londra. All’epoca di Stubbs entrare costava pochi spiccioli, ma chi portava un gatto o un cane per nutrire i leoni aveva accesso gratis. C’erano orsi, tigri e alcune iene. Forse, pensai, William Blake vide lì la tigre magica che infestava le sue visioni, bruciando come il rovo ardente del monte Oreb senza mai consumarsi nella foresta della notte. Solo nel 1831, quando Stubbs era già morto da oltre vent’anni, gli animali della principale menagerie londinese erano stati spostati allo zoo di Regent’s Park.

Chissà se il pittore aveva provato la stessa estasi dei suoi cavalli mangiati dai leoni mentre i saprofagi e i calliforidi ne decomponevano i tessuti nervosi e adiposi. Probabilmente no, perché a quel punto Stubbs non sentiva niente, essendo morto.

Ma si muore davvero? E si vive davvero? Nei giorni successivi continuai a pormi queste domande, apparentemente insensate ma che per me nascondevano una forma di oscuro significato. Intanto facevo di tutto per seguire un rassicurante tran-tran casa-ufficio, casa-ufficio, nel tentativo di placare l’ansia che non aveva smesso di crescermi dentro. Come una colonia di batteri, pensavo, proprio come una colonia di batteri che si riproduce fino a uccidere il suo ospite, mentre con l’autobus passavo due volte al giorno davanti al Cimitero Sassi e alla sua (ormai non potevo fare a meno di pensarla in questo modo) illusione di eternità.

Non smisi di vedere Nicoletta. Non smisi nemmeno di scopare con Nicoletta, anche se quello che provavo era diverso da prima. Ora provavo un desiderio dolce, corrotto, un piacere putrido come quello che si prova ad appoggiare le labbra alla parte marcia di un frutto. L’eccitazione necrofila che viene dal contatto con la decadenza o la follia.

Cominciai a provare uno strano orrore per l’atto sessuale, un orrore che non attenuava ma semmai acuiva la mia eccitazione. Nicoletta e io ci muovevamo l’uno addosso all’altra come animali impazziti o macchine fuori controllo, spinti da una volontà che non era nostra. Gemevamo, urlavamo persino a volte, ma a gemere e urlare non eravamo veramente noi.

Non smisi nemmeno di nutrire la scimmia, una volta al giorno, o di pulire i suoi escrementi con la candeggina quando Nicoletta si dimenticava di farlo, cioè spesso, ma facevo attenzione a non guardarla. Le buttavo la frutta in un angolo e la sentivo scendere dal mobile dov’era appollaiata, squittire e correre a mangiare. La immaginavo come la scimmia di Stubbs, forse esattamente la scimmia di Stubbs, la stessa scimmia sopravvissuta alla Londra settecentesca per arrivare fino alla Torino del ventunesimo secolo con lo scopo di dirmi qualcosa. Un messaggero del tempo, un Bodhisattva reincarnato dopo molte vite sotto forma di animale. Solo che io non volevo sapere cosa aveva da dirmi. Volevo evitare il suo sguardo, che mi metteva con le spalle al muro. Mi accusava, mi processava e mi condannava davanti a un tribunale i cui giurati erano spettri e ombre incorporee, fantasmi che volevano vendicare un torto subito nel mio sangue.

6

Finii per pensare alla scimmia tutto il giorno, tutti i giorni. E tutte le notti, in sogni confusi nei quali tutte le ossessioni di quegli anni si mescolavano l’una all’altra, i nevi megalocitici giganti, Julia Pastrana, le acrobate del circo di Mosca, i corpi femminili, i cavalli morenti, il sublime romantico. In un sogno Nicoletta si spogliava davanti a me e la sua fica era un buco nero che mi fissava. Nicoletta faceva degli esercizi di contorsionismo, il buco si allargava minacciosamente. Spingendosi con le mani a terra, nella posizione della bambina dell’esorcista, mi saltava addosso afferrandomi il collo con le sue gambe forti, e il mostro che teneva tra le cosce mi mordeva la giugulare.

Di giorno il mio sguardo era allucinato, vedevo ovunque corrispondenze sinistre. Perché i miei genitori avevano vissuto tutta la vita a fianco a un cimitero? Non c’era qualcosa di cimiteriale nel loro modo di comportarsi, nelle loro abitudini sempre uguali da mezzo secolo, come se fossero già morti, come se fossero sempre stati morti? Sapevano qualcosa che io non sapevo? Mi stavano nascondendo un segreto?

Con orrore crescente cominciai a notare che tutta la storia dell’arte era in realtà una storia di scimmie. Aprivo i libri che il mio correlatore, non ancora tornato dalla fiera di Amburgo, aveva lasciato sugli scaffali, o disordinati sulla sua scrivania o impilati a terra e tutto ciò che vedevo erano scimmie: la scimmia di Dürer del XVI secolo, le due scimmie dal collare bianco che occupano uno dei soli 28 quadri che ci rimangono di Bruegel il Vecchio (un ventottesimo dell’opera di Bruegel il Vecchio è composta da scimmie!, pensavo sconvolto) stagliandosi sul porto di Antwerp sfumato in una luce onirica, le illustrazioni scientifiche di George Edwards, i critici d’arte rappresentati come scimmie da Gabriel von Max, l’autoritratto di Frieda Khalo circondata da scimmie che con i loro occhi profondi come la morte fissano lo spettatore. E poi, naturalmente, c’erano le singerie, un intero genere artistico completamente dedicato alle scimmie, più nello specifico a scimmie che imitano il comportamento umano, che aveva raggiunto il suo culmine nel XVIII secolo come sottogenere del Rococo.

Ero dimagrito, febbrile, gli occhi cerchiati da occhiaie profonde. Non riuscivo a lavorare, il mio studio su Stubbs stava andando alla deriva come i miei pensieri. Anche la mia relazione con Nicoletta stava venendo travolta da questa onda putrida e oscura. O almeno così pensavo.

La fine arrivò un pomeriggio di dicembre, inaspettatamente. Avrei dovuto intuire che qualcosa non andava quando Nicoletta mi diede appuntamento in un luogo che non frequentavamo mai. La coincidenza in realtà incendiò i miei neuroni, ma nella maniera sbagliata: trovai peculiare che ci incontrassimo proprio nel luogo in cui tra il 1955 e il 1987 era sorto lo zoo di Torino. Subito dopo entrai in una spirale di pensieri paranoici sul fatto che lo zoo era esistito esattamente per trentadue anni, cioè era stato aperto l’anno di nascita di mio padre e chiuso l’anno della mia nascita. Quelle coincidenze mi sembravano numinose.

In realtà Nicoletta non sapeva nulla dello zoo, tantomeno di mio padre. Voleva che ci vedessimo in quel luogo perché in un locale dall’altra parte di corso Casale vendevano la Tennent’s Super a due euro. Bere una birra superalcolica alle tre di pomeriggio camminando per un parco mentre fuori ci sono zero gradi è un’idea stupida da qualsiasi parte la si guardi, ma era anche il genere di idee che venivano a Nicoletta, come se lo scopo di una passeggiata un martedì pomeriggio fosse precisamente quello di ubriacarsi, e quindi andammo a prendere queste birre e le bevemmo su una panchina, tremando.

Forse fu l’alcol o forse la mancanza di sonno, più probabilmente fu il fatto che Nicoletta aveva fatto di nuovo una delle sue cose imprevedibili ma in realtà perfettamente prevedibili, fatto sta che mi rilassai per un attimo. E quello fu un errore fatale.

Perché fu a quel punto che Nicoletta disse una cosa. Avevamo ripreso a camminare, stringendoci nei cappotti e calpestando l’erba inzaccherata e costellata di immondizia, e io stavo parlando in maniera febbrile dello zoo, del fatto che un tempo in quel luogo i bambini andavano a vedere gli animali perpetuando la tradizione delle menagerie francesi e inglesi che tanto avevano dato alla storia dell’arte, della tradizione degli artisti ispirati dagli animali in gabbia che andava da Stubbs a Rembrandt Bugatti, parlavo e parlavo annegando nella mia stessa voce, quando Nicoletta mi fece tacere.

«Ma tu», chiese, «pensi mai all’estinzione?»

Mi fermai e la guardai negli occhi, non sapendo come rispondere.

«Voglio dire», continuò, «al fatto che in questo zoo dovevano esserci animali che oggi sono estinti».

Pensai che fosse un’osservazione veramente stupida. Certamente si erano estinte migliaia di specie dal 1987 a oggi, visto che se ne estinguevano decine di migliaia ogni anno, ma è improbabile che lo zoo di Torino ospitasse qualcuna di queste. Probabilmente non vi si trovava la tigre del Caspio, scomparsa nel 1970, o il kouprey, di cui non si ha traccia dal 1971, o il rospo dorato, il cui ultimo esemplare è morto disidratato nella foresta tropicale del Costa Rica quando nel 1989 è diventata troppo calda e l’acqua dei suoi stagni è evaporata. Stavo per dirle esattamente questo quando qualcosa nel suo sguardo mi fermò.

«Intendo dire», disse ancora Nicoletta, «che è l’evoluzione. Certe specie si estinguono.»

Mi accorsi solo in quel momento che non stava parlando di animali, e non stava facendo un’invettiva ecologista come quelle che ogni tanto mi toccava subire. Stava parlando di me. Stava parlando di noi, della nostra relazione, ma soprattutto di me. A evolvere era lei, che aveva avuto da me ciò che voleva e ora stava andando avanti. Più di tutto, però, stava parlando proprio di me, e per un istante di terribile lucidità mi vidi come mi vedeva lei, mi vidi per così dire riflesso senza pietà nei suoi begli occhi opachi: un trentenne male in arnese che viveva ancora con i genitori e si occupava di un pittore morto da duecento anni. Ero curioso, ma in fondo patetico, come un animale raro tenuto per divertimento nella wunderkammer di una dama nobile.

Vidi anche lei forse per la prima volta: una donna giovane che come ogni donna portava in sé un fuoco fondamentalmente inaccessibile al maschio, una potenza che si può solo immaginare di controllare, o ingabbiare.

Mi venne da ridere: e io che fino a quel momento avevo pensato di avere la situazione sotto controllo. Pochi minuti dopo, lucidissima nonostante le birre, Nicoletta mi salutò con un abbraccio e scomparve su un autobus, lasciandomi preda della mia stessa inutilità. Non la rividi mai più.

7

Nei giorni che seguirono scivolai nel nulla. L’ansia scomparve, seguita da una depressione dolce e vischiosa. Se l’angoscia era il gorgo che mi trascinava sott’acqua, la scomparsa improvvisa di Nicoletta dalla mia vita fu come adagiarsi sul fondo del mare, lasciando che l’acqua scura mi riempisse i polmoni. Non sentivo più niente, solo il fischio della pressione nelle orecchie, come un acufene.

Continuavo a pensare alle ultime parole di Nicoletta, a cercare un significato che andasse oltre quella che apparentemente sembrava una patetica realtà: quella di un uomo maturo sofferente per essere stato abbandonato da una ragazzina che per mesi aveva finto di disprezzare, non rendendosi conto di esserne innamorato.

Man mano che ci riflettevo, però, mi rendevo conto che quelle parole un significato più ampio ce l’avevano. Era ovvio, a pensarci bene: tutto ciò che non si è ancora estinto si sarebbe estinto un giorno. E ciò che ancora non esisteva sarebbe nato, prima o poi, in questo universo o in un altro, quando l’assurda ruota della vita avrebbe ricominciato a girare, infinita e senza senso, producendo sesso e dolore, deformazioni corporali e cimiteri. Non era quello, forse, il sublime di cui parlava Burke? C’era qualcosa che sapesse generare meglio stupore e orrore, bellezza e paura, allo stesso tempo?

Pensavo anche alla scimmia. Continuavo a chiedermi cosa le sarebbe successo. Forse Annika sarebbe tornata a prenderla, alla fine, per riportarla alla periferia di Mosca o in Sudamerica o in un attico di New York, ovunque la sua storia d’amore malsana e il suo talento per il trapezio l’avesse condotta. Oppure sarebbe rimasta abbandonata nell’armadio, un vicino si sarebbe insospettito dei rumori e avrebbe chiamato la polizia per farla sopprimere umanamente.

Forse la scimmia reale aveva i giorni contati, forse era già morta d’inedia perché Nicoletta, troppo impegnata a scopare con uno dei ragazzi muscolosi della Flic, si era dimenticata di nutrirla, e ora era un cadavere irrigidito in una pozza di piscio. Qualsiasi cosa fosse, o sarebbe, successa alla scimmia in carne ed ossa, il fantasma della scimmia, il suo simbolo, continuò a tormentarmi ancora per settimane.

Intanto la città si preparava al Natale. Mentre nei supermercati comparivano panettoni e cappelli da Rudolf la Renna, la mia mente partoriva specie mostruose di ibridi animale-uomo, donne pelose, scimmie completamente glabre, esseri che sembravano gli schizzi di Charles Le Brun che nel XVII secolo ritraeva a carboncino uomini-pappagallo, uomini-coniglio, uomini-lince e altri abomini, sprofondando nella zona d’ombra della sua arte ufficiale che era noiosa e manierista.

Nell’atmosfera plumbea che regnava nella mia testa, Palazzo Nuovo che si preparava alla chiusura invernale diventava ciò che avevo sempre saputo essere: un mondo di ombre. Era semideserto, fatta eccezione per i ricercatori immobili come insetti nel cerchio di luce di lampade da tavolo che spezzavano l’oscurità delle biblioteche. Io non avevo alcuna ragione di andare in ufficio, visto che da settimane non lavoravo più ma mi limitavo a compilare un enorme e caotico documento Word in cui elencavo in maniera disordinata tutti gli artisti che avevano dipinto animali o uomini-animali dal XVII secolo in avanti. Rimanere a casa con quell’oscurità però mi faceva paura.

Il mio correlatore, il professor V., mi trovò in questo stato quando un pomeriggio di metà dicembre arrivò in dipartimento. Era un uomo basso e pingue con una chioma disordinata di capelli bianchi, sopracciglia folte e maniere eccentriche da alchimista rinascimentale. Sembrava una capra, mi accorsi solo in quel momento, un satanico essere caprino. Fu stupito di vedermi alla scrivania mentre entrava in ufficio con grandi rotoli di stampe sotto un braccio e volumi polverosi sotto l’altro.

«M’ha spaventato», disse con il suo accento toscano, «che ci fa in ufficio a quest’ora, a dicembre?»

Farfugliai qualcosa in risposta.

«È sicuro di star bene?», chiese. «Mi pare un po’ stanchino».

Non dissi niente. Al buio e illuminato solo dal monitor, visto che mi ero dimenticato di accendere la luce, dovevo avere un’aria spettrale. Lo sapevo, ma questa consapevolezza non fu sufficiente a farmi cambiare espressione o a dire qualcosa.

«Senta», disse V. dopo un po’, «ha da fare stasera? Venga a cena a casa mia, le mostro una cosa».

Pensai di dire che mia madre aveva già cucinato, che non potevo, che si sarebbe offesa, poi pensai alla piccola cucina con la tovaglia di tela cerata e alle pareti il calendario della pasticceria dove andavamo fin da quando ero bambino e ai sofficini Findus che mia madre avrebbe infornato quella sera e alle notizie del TG regionale sempre uguali da mesi e al cimitero che si vedeva dalla finestra e dissi solo: «Ok». V. non sembrò prendere male la mia risposta maleducata. Dopo che ebbe posato i libri e le stampe che era venuto a posare ed ebbe preso i libri che era venuto a prendere uscimmo nell’aria della sera, che sapeva di neve.

V. abitava al quarto piano di un bel palazzo barocco di Vanchiglia, non lontano dall’università, in un appartamento con i soffitti a botte che aveva comprato dopo aver divorziato dalla moglie. Era un appartamento troppo grande per un uomo solo, soprattutto per un uomo di sessant’anni disinteressato al sesso e con un unico figlio che studiava in Cina, ma il suo gusto enciclopedico per l’accumulazione l’aveva portato a riempirlo di oggetti strani e misteriosi acquistati nei mercati di mezza Europa, mappamondi rinascimentali e vecchie mappe di città mai esistite, piccole riproduzioni di automi secenteschi e teschi di animali estinti, quadri apocrifi e specchi che non riflettevano nulla, insomma una vera e propria Wunderkammer. Quel luogo mi affascinava e mi spaventava al tempo stesso, e non era il posto in cui avrei voluto essere quella sera visto il mio stato mentale. Ormai però era tardi.

Cenammo con la spesa fatta in una gastronomia e bevendo un vino rosso costoso il cui sapore non sentii quasi. V. mi parlò di Amburgo e del mercato delle stampe d’arte, di una rara Venezia di Remondini del 1780 venduta da Sotheby’s per diverse centinaia di migliaia di sterline perché mancava il campanile di piazza San Marco, di alcuni pettegolezzi erotici di colleghi che conoscevamo entrambi. Ma io ascoltavo appena, distratto da quel rumore di fondo che mi riempiva il cranio. Lo sguardo continuava a cadermi su una poltrona di broccato con degli artigli intagliati nei braccioli.

«Bene», disse a un certo punto V. pulendosi la bocca con un tovagliolo. Riscosso dal mio torpore, mi accorsi che la cena era finita. Avevo toccato appena i carciofini sott’olio e il vitello tonnato, ma avevo finito il vino. «Venga», aggiunse alzandosi, «ora le mostro quel che volevo mostrarle. Forse potrebbe interessarla per i suoi studi.»

Lo seguii nel corridoio buio fino a una stanzetta che negli anni era stata utilizzata alternativamente da ripostiglio e da studiolo, e in alcuni casi anche da camera degli ospiti. Era una piccola stanza di tre metri per quattro in cui c’era posto appena per un divano e una scrivania, ma la cui finestra dava direttamente sul Po. Era un luogo che mi era sempre piaciuto di quell’appartamento.

«Ora le mostro come mai sono rimasto così tanto ad Amburgo», disse.

Accese la luce. Non capii subito cosa fosse cambiato nella stanza, anche se qualcosa era chiaramente diverso. Poi realizzai.

Le quattro pareti erano state completamente coperte da una carta da parati dall’aria antica e preziosa. A occhio sembrava cinese.

«Ha visto che roba?», disse V. «È carta originale di Canton del 1800, ne hanno trovati diversi rotoli in un magazzino ad Amsterdam, nessuno ha idea di come ci sia arrivata. La tocchi», disse. Appoggiai una mano alla carta, che era calda e ruvida e sembrava fragile, come la pelle di una persona molto anziana, tirata sulle ossa. Doveva essere costata uno sproposito. Guardai V. e mi accorsi che gli occhi caprini gli brillavano di una luce maniacale. Per un attimo ebbi la terribile impressione che fosse pazzo e che ci fosse lui dietro a tutto quello che avevo vissuto in quegli ultimi mesi. Era un pensiero paranoico e impossibile, ma per un attimo galleggiò terribilmente nella mia testa.

«Che mi dice del sublime animale qui?», disse V. con soddisfazione. «Potrebbe aggiungere un capitolo della sua tesi sull’arte della dinastia Qing», aggiunse, ridendo in maniera sardonica.

Solo allora notai che la carta era completamente coperta di figure di animali. Le tinte erano verde acqua nella parte centrale e una sorta di beige rossastro in quella bassa, e intricati motivi floreali, piante in vaso, fiori e bacche, costituivano la trama geometrica che rendeva il tutto bilanciato, ma in questo delicato ecosistema immaginario comparivano decine di animali: uccelli, tucani, tigri, leoni, leopardi, orsi, pesci negli stagni, rane, serpenti, e ancora rinoceronti e cavalli, maiali e anche loro, immancabili, la mia ossessione, le scimmie: piccole scimmie in tutto e per tutto uguali a quella di Nicoletta, che come lei mi guardavano dalle profondità di quel tempo antico, dalla geografia remota di quei luoghi. Come la scimmia vera, continuavano a farmi la stessa domanda.

«Allora?», chiese ancora V. «Che mi dice?»

Non risposi. Sentivo una strana pressione crescermi dentro la testa, come se stesse per esplodere.

Fu in quel momento che mi accorsi: non solo le scimmie, ma anche tutti gli altri animali mi guardavano. Mi guardavano da tutte le parti, dai quattro lati della stanza, circondandomi. Mi guardavano, anzi mi fissavano e giudicavano la mia presenza sulla Terra, mi chiedevano conto della mia presenza sulla Terra. Ero al centro della stanza, animale circondato da animali. Al centro del mondo ma animale a mia volta, con il mio bisogno animale di riprodurmi, moltiplicarmi finché la mia specie maledetta, l’abominio di natura di cui ero un esemplare, non avesse distrutto tutto e non fosse rimasto altro che il vuoto dello spazio cosmico. Improvvisamente, come un’ondata di nausea o un’eiezione vulcanica, arrivò l’illuminazione.

Più tardi, mentre tornavo a casa in autobus, i pensieri divennero chiari. Era tutto così semplice, così lineare, che mi sembrava assurdo non ci fossi arrivato prima. La natura, pensai. La natura imperfetta, la natura votata alla morte, e la ricerca dell’uomo di fuggire alla natura, di sopraffarla. La bellezza come antidoto alla morte, l’arte come farmaco per curare la decadenza. E il desiderio come un buco nero nel quale si cade, sprofondando in sé stessi, venendo ingoiati da noi stessi.

Il sublime romantico, quella commistione di fascinazione e terrore, voglia e repulsione, quell’estasi che ottenebra la mente facendola esplodere in una luce scura.

Ecco cosa avevo visto negli occhi della scimmia la notte di Halloween: derisione. La scimmia mi derideva.

La scimmia diceva: tu pensi di essere il padrone del mondo, ma sei solo un accidente dell’evoluzione, una ricombinazione di geni che avrebbe potuto non capitare, e che forse in effetti non è veramente capitata.

Tu sei il mio sogno. Mi sono assopita, tre miliardi di anni fa, e ti ho sognato. È un bel sogno, in fondo, ma potrei svegliarmi da un momento all’altro, anzi certamente mi sveglierò.

Tu finirai, come tutto il resto. E dopo di te ci sarà il niente, ma non per molto. Dopo il niente ci sarà altro, altri come me, e questa volta l’accidente che ti ha creato non si ripeterà e tu non esisterai più, almeno fino al prossimo universo.

Tu, se consideriamo le cose da una prospettiva abbastanza ampia, già ora non esisti. Ora mi sveglio da quest’incubo in cui sono chiusa in un armadio, comprata come animale da compagnia da una ragazzina viziata figlia di criminali moscoviti che nemmeno sanno se loro figlia sia viva o morta, e tu sarai sparito.

Ecco: stai già scomparendo.

Così mi sentivo, in effetti: una specie in estinzione. Come tante prima di me, come tante dopo di me. Una specie che per un caso in questo universo era rimasta fuori dalle gabbie, ma nel prossimo universo, che era dietro l’angolo, avrebbe potuto essere diverso: io sarei stato l’animale imprigionato e le scimmie sarebbero venute a vedermi allo zoo, forse a ritrarmi nei loro quadri. Un mondo come quello delle singerie, che non erano un gioco Rococo, non erano una critica sociale: erano una storia parallela, o una storia futura in una delle infinite linee temporali che si sarebbero susseguite da qui alla fine dei tempi.

Scesi dall’autobus davanti al cimitero, quel luogo di illusioni: non c’era morte perché non c’era veramente vita, era tutto il sogno dell’evoluzione. Un battito di ciglia e sarebbe scomparso.

Per qualche ragione, mentre mi avviavo nell’aria gelida nella quale cadevano rigidi piccoli cristalli di ghiaccio, non vera neve e nemmeno pioggia, mi venne in mente un giorno qualunque dei tanti passati con Nicoletta nella casa di via Gioberti. Avevamo appena fatto l’amore e lei stava cucinando un uovo sul fornello malconcio, in mutande, calpestando senza calze il pavimento lercio dell’appartamento. Mi ero accorto da quella prospettiva che sulla schiena non aveva quasi nessun neo: una levigatezza perfetta rotta solo dalla macchia scura del nevo megalocitico sulla spalla.

Nello stereo aveva messo per l’ennesima volta quella canzone dei Propaghandi che già allora avevo iniziato a detestare, ma che ora mi tornava in mente come un ammonimento: «You cannot deny that / Meat is still murder / Diary is still rape / And I am still as stupid as anyone / But I know my mistakes».

Ora conoscevo i miei errori. Avevamo finalmente inchiodato Descartes al muro. Non ci restava che aspettare docilmente le zanne del leone che ci avrebbero reciso la giugulare, consegnandoci all’oblio.


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