Una storia d’amore

di Giulia Postiglione
Copertina di Simon Luca Katalin

Un giorno mi ha avvolta, eravamo sul divano nuovo, economico ma comodo, e ho iniziato a preoccuparmi davvero. Non sentivo più la stessa forza, lo stesso amore. Avevamo appena traslocato, il nostro primo trasloco insieme, stavamo insieme ufficialmente da sei anni ma come coperta era con me da poco più di otto anni e avevamo fatto sesso la prima volta il 26 ottobre di sette anni fa.

La mia Laura. L’avevo chiamata Laura perché guardavo Twin Peaks quando l’ho conosciuta.

E poi è morta, non ha retto il trasloco, credo sia stato quello, non trovo altre spiegazioni. È tornata a essere una coperta di lana, fisicamente è ancora con me, ma Laura è morta.

Era gelosa, in questi anni di relazione non ho potuto frequentare nessuna donna per paura di perderla. All’inizio mi mancava non poter vedere nessuna, poi mi sono detta che bisognava che facessi una scelta, Laura o un’altra. E ho scelto Laura. Nessuna mi ha amata quanto mi ha amata lei, nessuna mi amerà così. Laura mia. Quanto ho pianto per te, nessuno lo può sapere. Quanto abbiamo riso insieme, quanto mi hai fatta godere, Laura. Si avvicinava con quel mezzo sorriso che avevo imparato a riconoscere presto e si infilava tra le mie gambe, mi avviluppava. Le piaceva bloccarmi le gambe, era molto forte. Io faccio pallavolo da quando sono ragazzina e ho delle gambe che spaccano i tronchi d’albero, Laura me le teneva aperte, faceva capolino tra le natiche e poi iniziava a giocare con la mia fica. Il calore mi avvolgeva in pochi istanti. Dopo avermi fatta godere le piaceva essere leccata, con il tempo mi sono abituata ad avere la bocca piena di lana rossastra. Abbiamo scopato ovunque, in casa. Dopo l’amore mi accarezzava piano, facendomi fresco d’estate sventolando piano o caldo d’inverno accogliendomi come un bozzolo. Io le sorridevo, l’accarezzavo a mia volta, la bocca ancora piena di lei.

Quando mi sono accorta di lei non ci potevo credere, una coperta che si muove, che capisce quello che dico, ci mancava solo che parlasse. Purtroppo non ha mai parlato, sarebbe stato magnifico ascoltare la sua voce. L’ho sempre immaginata un po’ da maestrina. Sapeva essere stronza, Laura. E amava avere il potere, non solo nel sesso. Una cosa che non avrei mai permesso a nessuna delle mie fidanzate o amanti passate, mai. Laura usava il potere come fosse naturale farlo, consapevole di essere anche ingiusta. Mi faceva incazzare ma l’amavo infinitamente.

Dopo essermi convinta di non essere impazzita, ho accettato il fatto di aver trovato una coperta magica. Ero spaventata a morte. Ho comprato uno di quei rilevatori di radiazioni e l’ho passato su tutto il suo corpo di lana. Si è offesa a morte. Non le avevo ancora dato un nome, non sapevo cosa fare, la mia cazzo di coperta mi guardava, giuro che mi guardava, pur senza occhi, con aria risentita. Non si fece trovare per due giorni, la stronza, e io a girare per casa come una matta. Poi finse di essere tornata una coperta normale, ma si capiva benissimo che faceva l’offesa. Le ho fatto il solletico sotto le frange, è crollata e mi ha perdonata.

Mi manca da morire. La stringo, la abbraccio e non sento niente. È come abbracciare un cadavere, con la differenza che una coperta di lana non diventa mai fredda. Non ho il coraggio di buttarla ma dovrei. Non si tiene in casa il corpo della propria amante morta.

Per fortuna sono costretta a uscire per andare a lavorare o non riuscirei a smettere di stare insieme a lei a vegliarla. Mi dicono che negli ultimi giorni sembro un cencio, io mi sento morta dentro, ho la faccia bianca, gli occhi rossi dal pianto. Ma come faccio a spiegare a un’amica, a un collega o a chiunque, cosa sto passando? No, sai, non dormo più perché Laura è morta. Come chi è Laura? Laura è la coperta con cui convivevo, la mia compagna.

Sto pensando di seppellirla ma non trovo il coraggio. Saprei anche dove, al parco del castagneto, dove abbiamo fatto l’amore tra i ricci che ci pungevano, le foglie che ci cadevano tra i capelli e i pelucchi. Ci ho messo ore a toglierle tutti i resti di foglie sbriciolate e di ricci, tutta la montagna era piena del nostro amore.


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