Fare spazio, oppure riempirlo

di Mattia Grigolo
Copertina di Fernando Pennaforte

Una volta siamo in una casa abbandonata e lei crede di essere Gesù. Invece è ubriaca.

Sono Gesù, sono Gesù, dice guardandosi i palmi delle mani. Poi si mette con le braccia larghe, come se fosse in croce, le ginocchia si toccano e la testa è buttata in un lato, con il mento poggiato allo sterno. Smettila, le dico. Lo ripeto sette volte e poi me ne vado. La sento rigettare nel lavello scrostato, sporco da sempre. Aspetto che si addormenti per terra dove è caduta sfinita, poi vado a pulire.

Apro il rubinetto e l’acqua si vomita fuori anche lei, tiepida e torbida di ruggine. Spostandoli con la punta del piede, gioco con i pezzi della cena che i succhi gastrici non sono riusciti a consumare, annegati nel vino che ho comprato per festeggiare.

Una notte mi abbraccia nel letto e sento che trema.
Le chiedo, Cosa c’è che non va?
Mi dice, Siamo così lontani.
Da cosa?
Da tutte le possibilità che ci siamo dati.

La sera prima è quella in cui abbiamo festeggiato e lei crede di essere Gesù e poi vomita, così la sera dopo, mentre siamo ancora nel letto che lei trema, io penso a quante volte ho immaginato di essere qualcun altro. Da bambino ero mio fratello. Durante l’adolescenza ero quel cantante. Ora immagino di essere uno che non c’è. Che non è qui a sentire che trema e a volerla schiacciare.

Un’altra volta ci dirigiamo verso il porto vecchio. Quello abbandonato da molto tempo. Ci sono delle barche rotte, girate sottosopra e poggiate come gusci vuoti sulla lingua minuscola di sassi grossi e grigi e bianchi e neri, perfettamente sferici e lisci.  C’è un anziano che osserva il mare come fosse un cantiere, con le mani artritiche ad avvinghiarsi dietro la schiena.
Ci avviciniamo, il vecchio se ne accorge e si sposta un poco. Sembra regalarci dello spazio laddove lo spazio è interminabile. Ha la voce profonda, l’accento di qui e giusto una manciata di denti che si intravedono dentro la bocca.
Li ha visti anche lei? Chiede a non so chi dei due.
Chi?
Dei gabbiani stanno morendo.
Me ne è caduto uno addosso, qualche giorno fa, dice lei.
Qualcosa dovrà pur significare, dice lui utilizzando più gli occhi che la voce.
Secondo lei perché muoiono? Chiede lei.
Per fare spazio oppure per riempirlo.

In autunno siamo nella sua città. Mi prega di portarla al ponte crollato e io le spiego che il ponte l’hanno ricostruito, ora ce n’è uno nuovo. Andiamo lo stesso, dice.
Il ponte nuovo è uguale a quello vecchio, solo che è nuovo e quindi questo ponte mi sa che non cade. Non ora.
Camminiamo a lato delle auto in corsa. L’aria spostata dai Tir ci spinge, come a spronarci.
Lei guarda di sotto. Hanno ricostruito anche le case che il ponte crollato aveva abbattuto. Solo alcune. Ci sono delle toppe, sono parcheggi.
Un gabbiano si appoggia al sostegno, raccoglie le ali e resta. Apre il becco e urla. Spicca il volo e lei sorride. Il vento lo porta per un po’, cullandolo dentro quello che non possiamo vedere. Poi le ali si chiudono e il gabbiano cade in picchiata, sfracellandosi su uno dei tetti.
Io penso sia morto in volo, lei dice che si è suicidato. Chiudiamo gli occhi ed esprimiamo un desiderio.

Una volta le dico che ora basta, sono stanco.
Lei si raccoglie come un gatto che dorme.
Stanco di cosa? Mi domando da solo, mentre lei ascolta e tira un filo del maglione, arrotolandolo all’indice.
Stanco di  noi, mi rispondo.
Lei ha un conato che non capisco se è di nausea o un principio d’isterismo. Ma non fa nessuna delle due cose.
Intorno al dito ora ha un gomitolo. Un grosso anello da cartone animato.

Sono passati quattro mesi. Le telefono.
Come stai? Chiedo.
Non risponde. La sento respirare come se avesse la testa in un sacchetto di plastica.
Sei lì?
Aggancia.
La richiamo e squilla a vuoto. Scatta la segreteria e c’è la sua voce.

Dice: Ciaolasciateunmessaggioevirichiamo.
Lo recita spedito, come la voce fuoricampo nelle pubblicità dei medicinali.

Molto lentamente dico, Chiamami per favore.

Il pomeriggio mi telefona, ma io non posso rispondere.

Dopo due ore le telefono io, ma parte la segreteria.
Durante la notte suona il citofono. Guardo il punto della parete dove le ombre creano uno spiraglio di luce opaca, mi sposto in un lato del letto e aspetto che apra con le chiavi che non mi ha mai ridato.


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