Schlagenheim

di Leonardo Passari
Copertina di Fernando Pennaforte

1.

Negli anni successivi alla Rivoluzione dello Schlagenheim, le acque melmose di fronte al porto della città si riempivano di imbarcazioni di ogni fattura, provenienti da ogni angolo del mare. Le correnti si erano confuse, i venti si erano divisi, e uno sciame di pulviscolo brillante si era sparso su tutta la terra come una manna pruriginosa e allergica. Le navi, disorientate lungo i loro tragitti da alcune allucinazioni collettive, si erano ammassate al di fuori del porto con la speranza di rifornirsi, riposarsi e tornare indietro, oppure proseguire il viaggio. Il sole sembrava più grande della terra, troppo vicino per non abbattersi su di loro. Di fronte era impossibile scrutare, solo i contorni di una banchina di metallo incandescente rilucevano, e i vetri di qualche torre di vedetta pungevano come spilli negli occhi di chi provava a fissarli.

Si trattava perlopiù di vecchie ferraglie con equipaggi composti da loschi ominidi ributtanti, spesso deformati e gialli in volto, sproporzionati ognuno a modo suo. Ciascun equipaggio vestiva alla propria maniera tradizionale, e gli operai ciarlavano tra di loro sui pontili delle imbarcazioni, ciascuno nella propria lingua, schiamazzando come mosche sotto al sole cocente.

Di tanto in tanto, al di sopra del frastuono delle voci, i clacson delle navi rombavano per chiedere di avanzare. In quei momenti le voci si acquietavano in attesa di notizie. I clacson si moltiplicavano come un branco di balene, mentre le notizie non arrivavano mai, e quando arrivavano erano ordini di attesa prorogati all’infinito. Era solo mezza giornata che attendevano, ma il sole occupava tutto il cielo, e i motori accesi delle barche avevano fatto dell’acqua un brodo schiumoso e verdastro che si muoveva con pesantezza e si staccava sibilando con riluttanza dal fianco delle navi.

Verso le due del pomeriggio, uno stormo di gabbiani neri attraversò rapidamente il cielo. I grossi uccelli somigliavano a sottilissime frecce indiane che volavano verso il sole sciogliendosi un momento prima dell’arrivo in picchiata. Lo stormo tuonò più forte delle voci, più forte persino dei clacson delle ferraglie. I più deboli si tapparono le orecchie al loro passaggio. Ad Ario, che pregava a denti stretti sul ponticello di una barchetta sghemba, cadde in mano la carcassa di un uccello senza un occhio.

Ario aprì gli occhi mentre il gabbiano moriva, ma i due ebbero il tempo per meno di un istante di scambiarsi una rapida occhiata. L’occhio nero del gabbiano si era spento appena un attimo dopo, ed era così buio e morto che non rifletteva più neanche la luce del sole. In quel buio, Ario riposò gli occhi stanchi.

Mentre il sole si abbassava scivolando via come una viscida sfera di fuoco, l’orizzonte scarlatto si svelò in tutta la sua crudele sorpresa. Gli occhi lividi degli operai rimasti svegli distinguevano a stento i compagni da loro stessi. Le palpebre di chi aveva dormito si incollarono agli occhi rendendoli ciechi. Taluni avevano la vista coperta di macchie bruciate, ad altri sembrava che la pelle si fosse scollata dal cranio, e tastavano i loro capelli sudici all’altezza degli occhi.

Solo Ario, con la vista riposata, poté sollevare lo sguardo. Intorno a lui solo uomini in attesa di morire intorno a un cielo rossastro. Poi guardò verso il porto. Dall’interno del maestoso Anfiteatro di Cristallo, un lago tossico di sangue si sollevava verso il cielo colorandolo di una spuma brillante. Gli enormi gabbiani erano ancora sospesi a mezz’aria, e attendevano il comando dell’Imperatore per portare i sacrifici del mare fino al reattore.

Si risvegliò di soprassalto, ma si rese subito conto che non era passato molto tempo. Una leggera assenza priva di conseguenze. Il sole era ancora basso come qualche minuto prima, ma era entrato in quella fase ottica in cui si assottiglia sull’orizzonte a grande velocità prima di lasciare spazio al buio. Con un sole così imponente, l’effetto di transizione dalla luce bruciata al buio pesto striato di viola era uno strano tipo di orgasmo sinestetico, che dava ai marinai ancora bloccati al porto lo stesso brivido delle discese tra le onde di burrasca in mare aperto.

Ario si raccolse sulla barca e si mise in ascolto dell’orgasmo collettivo che colse tutti gli equipaggi circostanti. Alcuni erano gorgogli dalle frequenze profondissime, altri parevano fischi simili a peti o mugugni rantolosi. Qualcuno accompagnava l’esalazione con una vocale prolungata, tra le quali alcune nasali. L’esibizione durò un paio di minuti, disegnò una gaussiana di volumi e poi si spense. La notte era salita ma il caldo era rimasto lo stesso di prima. Un inaccettabile caldo puzzolente. Metà delle barche avevano spento definitivamente i motori e molti si erano messi a fumare tabacco scuro e a mangiare scatolame. Nel buio si vedevano le ombre degli uomini unite alle loro barche, come centauri marini dalle molteplici teste. Verso l’alto un banco di fumo, e di tanto in tanto puntini di luce laddove i marinai accendevano le sigarette rollate o le pipe.

Ario sapeva di non potersi addormentare, si tirò le ginocchia al petto e si appoggiò sul coccige ormai stanco. Se si fosse sdraiato avrebbe potuto dormire per ventiquattr’ore filate. E lo desiderava. E più lo desiderava e meno poteva. Se lo avessero visto dormire, lo avrebbero derubato, e nel peggiore dei casi lo avrebbero ucciso. Tutte le imbarcazioni attorno a lui trasportavano merci, cibi, tessuti, spezie e liquori, tabacchi e qualcuno anche droghe illegali e impianti meccanici per i corpi da rivendere nel mercato nero. La barca di Ario era la più piccola, e trasportava solo Ario, insieme a un po’ di provviste, un libro bagnato e un dono per l’Imperatore. Si trattava di due perle da orecchio color smeraldo. Se le ricordava, appoggiate sul comodino di fianco al letto di sua madre. Si ricordò di sua madre, nuda nel letto, in una mattina qualunque in cui decideva di non alzarsi. A volte era lui che sistemava tutto, altre volte si infilava nel letto di sua madre. Chissà come faceva a tenere tutto pulito, nonostante i corpi che insozzavano il suo corpo e il suo letto tutte le notti. Ad Ario sua madre faceva venire in mente la parola “libertà”. Rimise gli orecchini nel taschino.

Col buio, era venuto anche il silenzio. Notizie dal porto non erano più giunte dal pomeriggio tardo, e si era diffusa la sensazione che non ce ne sarebbero state fino al mattino dopo. Ario si sentiva un po’ meglio, perché quel finto silenzio lo terrorizzava e lo teneva un po’ più sveglio, ma capitava anche che la testa gli cadesse e che recuperasse l’allerta solo dopo un po’. Prese una bustina di vobla essicati, l’ultima. Mentre la apriva, gli sembrò che tutti gli occhi dei centauri si fossero girati a guardarlo. In effetti, qualcuno lo stava guardando.

2.

In effetti, molte delle teste di quei mostri marini mezzi uomini e mezze navi avevano generato un reticolo di sguardi, che nel silenzio quasi totale della notte sul porto si muovevano da quello a quell’altro gruppo, alla ricerca di una ciurma di uomini addormentati da depredare o chissà cosa. Ogni gruppo, com’è ovvio che fosse, si era organizzato con i turni di guardia, in modo da riposare un po’. Fu così che le teste che circondavano Ario cominciarono a diminuire, fino a che una sola testa per imbarcazione rimase ritta come una polena di pelle sudata. Il resto degli uomini si sdraiava alla rinfusa. Qualcuno probabilmente era già morto.

Ario non aveva nessun compagno col quale darsi il cambio. Era di guardia di continuo, e persino lui immaginava che non avrebbe retto più di tanto. Leggere gli aveva sempre messo sonno, per cui guardava la copertina del libro che si era portato appresso. Era una Bibbia antica, pre-Schlagenheim, di quelle cartacee che ancora dovevano leggersi tenendo il segno col dito. Un mal di testa che Dio solo lo sa. Non se ne parla nemmeno.

Per tenersi impegnato, Ario si mise a pensare a un modo, o meglio, a un momento per avvicinarsi al porto, magari defilandosi un po’ e sbarcando sugli scogli. Osservò la carcassa del piccolo gabbiano nero che gli era piovuto addosso, aveva le piume lucide e il caldo lo faceva puzzare un po’.

Due barche più in là rispetto a lui, un’ombra stava pisciando nell’acqua. Su una barca poco più avanti della sua, un uomo di guardia si stava masturbando con fatica, ruggendo dal caldo. Anche Ario si mise una mano nelle mutande per passare un po’ di tempo.

A un certo punto un gruppo di luci si accese a una cinquantina di metri di distanza. Erano torce improvvisate, e si muovevano tutte verso destra come un piccolo stormo di giovani fenici. Qualcuno svegliò i compagni. Altri cominciarono a guardarsi intorno.

Ario presentì il pericolo imminente e perse la calma. Si calmò un poco solamente quando tirò fuori dal taschino gli orecchini di smeraldo. D’un tratto, come una raffica di frecce accompagnate da un sibilo distorto, una nuvola di spilli più scuri della notte si abbatté sullo stormo di fiammelle, e tutto ripiombò nel silenzio. Per un istante. Dopodiché si scatenò il panico. Nel buio, le teste aumentarono di nuovo perché quelli di guardia svegliavano i compagni. Qualcuno, più vicino al luogo dell’incidente cominciò ad urlare, altri cercavano le loro torce, e in breve ci fu un disastro. Altri gruppetti di fiaccole si accendevano e dopo poco tornava il fischio agghiacciante che si abbatteva e spegneva ogni luce. L’agitazione si sparse come un virus, e Ario, che non aveva né luci né altro da fare, si strinse le ginocchia al petto e pregò ad occhi aperti, per quanto vedesse comunque tutto nero.

Quando le sentì sfrecciare sopra la sua testa, ebbe la sensazione che si trattasse di enormi uccelli dalla rapidità inaudita. Sentiva le urla avvicinarsi sempre di più. Affidandosi solo all’udito e a quel poco che poteva distinguersi tra l’oscurità e le ferraglie che aveva attorno, Ario si fece l’idea che quei mostri alati stessero attaccando delle imbarcazioni, e dalle urla si capiva che stavano massacrando alcuni marinai. Quando le urla gli giunsero abbastanza vicine da scorgere il profilo di un becco affilato nella carne di un uomo, notò che gli uccelli portavano via le vittime urlanti con loro e sbattevano le ali, rumoreggiando come antichi tappeti persiani da spolverare.

Cercò di scomparire e respirare il più piano possibile. Poi pensò che fosse il momento giusto per provare a fuggire, a remare facendosi largo tra le navi e tenendo la testa bassa e la schiena ricurva. Prese i remi e si mise pagaiare alla rinfusa.

Non fece più di una ventina di metri che un paio di zampe secche ed enormi gli si piantarono sotto gli occhi. La barca era talmente sgangherata che il peso la rendeva instabile. Chiuse gli occhi, si raccolse e poi alzò lo sguardo per vedere il mostro alato. Un gabbiano nero di dimensioni mai viste. Gli occhi assenti lo incrociavano di sguincio, perché il becco era ingombrante, e talmente affilato che sembrava lavorato da un fabbro scultore.

Ario ebbe un conato di vomito che non riuscì a esprimersi perché il resto dei suoi muscoli erano tesi. Le zampe del mostro facevano una danza infastidita perché la barca non sorreggeva il suo peso, e per tenersi in equilibrio si muoveva in modo convulso, e di tanto in tanto spalancava un’ala che dava solo una vaga idea della magnificenza che quell’animale poteva tenere in volo. Una freccia velenosa. Attorno, altri suoi simili attaccavano con ferocia, urlando come se le loro anime stessero bruciando all’inferno e fossero costrette a nutrirsi di esseri umani. In mezzo, le urla goffe degli uomini che veniva infilzati come carne allo spiedo e trascinati in aria a velocità e altezze che probabilmente spezzavano loro il fiato e la cassa toracica a causa del cambio repentino di pressione.

Sulla barca di Ario invece, calma piatta. Anche l’uccello sembrava confuso. Si guardò attorno girando la testa per avere una visione più ampia. Sembrò fissarsi un attimo per guardare la Bibbia e la sacca di Ario che erano rimasti sul fondo opposto della barca. Poi cominciò a graffiare con una delle lunghe zampe il fondo della barca. Per poco non fece un foro. Infine cacciò un urlo di dolore in faccia ad Ario col becco spalancato. Ario urlò d’istinto, mollò i remi e si coprì le orecchie con le mani. Il gabbiano cominciò ad agitare le ali, lo superò e afferrò qualcosa che si trovava alle spalle di Ario. Ario si voltò e vide la carcassa del piccolo gabbiano morto in bocca al gabbiano più grande, il quale si diede una spinta per sollevarsi in aria e si allontanò veloce come una freccia. La barca di Ario si riempì d’acqua e oscillò mettendo a dura prova i suoi legni scadenti. Ario fu sbalzato verso il bordo opposto e lo colpì con la tempia. Intorno a lui infuriava il delirio di urla umane disperate, e di gabbiani affamati e iracondi. Perse i sensi e finalmente dormì.

3.

Il giorno era tornato a farsi vedere. Ma nessuno aveva più gli occhi per guardarlo. Quelli che ce l’avevano (pochi in quello spazio di acqua calda di fronte al porto di Schlagenburg) avrebbero fatto meglio a evitarne lo sguardo, se non volevano dire addio anche loro alle meraviglie che il mondo, un giorno, avrebbe di nuovo regalato.

Ario remava lentissimo tra i rottami. Tutte le imbarcazioni, mezze sfondate, ondeggiavano all’unisono con la corrente collosa. Sembrava una danza di persone molto anziane, con la pelle in rapida marcescenza. Si muovevano poco ma a tempo. Di tanto in tanto, Ario poteva smettere di remare, quando di fronte c’era un po’ di acqua libera dai detriti. Sulle navi c’erano meno persone di prima. I deportati erano stati tanti, ma non tutti. Qua e là stavano dei cadaveri. Ormai era improbabile che fossero solo addormentati. Si sentì finalmente libero dagli sguardi. Per la verità credeva che in aria ci fosse lo stesso stormo di gabbiani neri, immobili in attesa della notte, ma guardare per troppi secondi verso il sole sarebbe stato pericoloso. No, non era caldo come il giorno prima. Era molto più caldo. Dieci volte più caldo. E la luce era bianca e anche guardare il riflesso nell’acqua era doloroso.

Decise che era solo. Smise di remare e lasciò che la barca andasse da sé. Di tanto in tanto si bagnava le braccia e la fronte, facendo attenzione a non toccare i bordi roventi della barca, ricoperti di una lamina di ferro arrugginito.

Mentre si chinava per sciacquare i piedi, vide qualcosa muoversi poco distante. Si abbassò per rendersi meno visibile. Guardava per dieci secondi e poi riposava gli occhi volgendoli in basso, verso il legno. Dopo il terzo tentativo vide la sagoma di un uomo chino su qualcosa. La barca, muovendosi, gli liberò la vista su una scena disgustosa. Un uomo, nudo a pecoroni, con l’ano rivolto verso di lui, stava mangiando dallo stomaco di un cadavere, un suo compagno, probabilmente. Ario si sentì osservato da quell’ano, simile a un occhio immune alla luce rovente del sole, ricoperto di peluria protettiva. Ario non fece nessun rumore, ma la sua barca urtò una ferraglia e l’uomo si voltò di scatto verso di lui. Ora erano tre gli occhi che lo guardavano, ma due erano coperti da una fascia nera. Ario ebbe paura, ma pensò anche che se ne avesse avuto il tempo gli avrebbe subito ricopiato lo stratagemma della benda. E non desiderò altro, in quel momento, che avere il tempo per riposare un poco gli occhi. L’uomo lo seguì con lo sguardo, lento come la barca di Ario che scivolava a pochi metri da lui. Aveva un fisico asciutto ma muscoloso. Era scuro di carnagione. Il cadavere di cui si stava nutrendo, invece, era più chiaro, ma striato dalle interiora insanguinate di cui si stava cibando il suo compagno.

Ario non lo giudicò troppo severamente. Continuarono a tenersi d’occhio. Poi gli sembrò che l’uomo avesse aperto la bocca, che avesse urlato qualcosa verso di lui, ma a lui era arrivato appena un sibilo, che si era perso in un fruscìo molto più intenso, del quale si accorse solo in quel momento. Raccolse la Bibbia buttata alle sue spalle e la fece sbattere a terra. Nessun rumore. Con la coda dell’occhio però vide che l’uomo si era mosso. Il gabbiano doveva avergli lesionato i timpani quando gli aveva urlato in faccia. Ed ora? Quando la barca era scivolata via abbastanza lontana, Ario prese un panno leggero che teneva nella sacca delle provviste e se lo annodò davanti agli occhi. Riusciva a vedere meglio, stancandosi un poco meno. Guardò in alto. I gabbiani non c’erano, ma poteva essere che non li vedesse perché il cielo era bianco di luce.

Non era solo. Per cui doveva essere pronto a difendersi. Non era solo e aveva l’udito danneggiato. Aveva anche gli occhi stanchi e bisogno di dormire. E anche un po’ di fame. Recuperò la sacca e prese il pane che era rimasto. Si era fatto durissimo e i suoi denti più deboli. Leccava il pane, e quando si faceva abbastanza morbido lo mordeva. Bevve un po’ dalla sua borraccia, ma anche l’acqua era sotto la metà. A giudicare dall’altezza del sole dovevano essere le undici, poco meno.

Ario rallentò la barca ed osservò i rottami che aveva intorno. Si guardò anche dietro per capire quanto fosse lontano dal cannibale. Abbastanza. La barca si fermò, e poi anche il vento e l’acqua. E così emersero meglio le cose che si muovevano. In lontananza, gli parve di vedere un uomo raggomitolato su sé stesso che cercava di accendere un fuoco. Un altro stava fumando tabacco nervosamente, e appariva e spariva da dietro una parete. Un altro cercava di pescare. E un altro stava penetrando qualcosa di inerme, probabilmente un cadavere.

Ario si avvicinò ad un battello abbastanza grande, con una bandiera. C’erano almeno cinque corpi a terra. Infilò le sue cose nella sacca, si fece coraggio e salì a bordo.

Sul battello sembrava che la morte si fosse posata con una mano più pesante che altrove. I cadaveri non avevano quell’aria di una sofferenza finalmente conclusa, sperata più ancora che la vita. Sembravano invece fissati nel loro attimo di dolore più atroce, impossibilitati a liberarsi da quella morsa. Sembravano morti in momenti diversi, lo si vedeva dallo stato di putrefazione della carne. Il battello era abbastanza grande, per cui Ario si diresse verso la cabina principale sfilandosi la benda di fronte agli occhi. La cella di controllo era solo leggermente impolverata. Chiuso in quel gabbiotto il silenzio gli sembrava totale e insopportabile. Ario raccolse da terra una scatola di liquirizia ancora in buono stato e chinandosi si rese conto che ai suoi piedi c’era l’apertura di un sotterraneo. Sollevò la botola e percepì l’aria densa di chiuso che lo avvolgeva.

Era buio oltre la botola, ma Ario considerò che la stiva non doveva essere troppo ampia (altrimenti ci sarebbero state delle scale) e così decise di saltare di sotto. Il salto fu più ampio di quanto previsto.  Ario, nel buio e nel silenzio, atterrò coi talloni sul fondo del battello e fu scosso non solo dal salto nel vuoto, ma anche dall’urlo acuto che raggiunse il suo udito danneggiato.

Non sapeva quale creatura si annidasse sul fondo di quel battello. Ma nella stiva era completamente indifeso e cominciò a sbracciare e a dimenarsi, fendendo l’aria e urlando senza potersi ascoltare. Poi si fermò. Di nuovo buio, di nuovo silenzio. Fece un passo, poi un altro, e al terzo poggiò il piede sopra qualcosa, un ramoscello, fino ma morbido, rivestito. E di nuovo lo stesso urlo penetrò la coltre di silenzio dei suoi timpani offesi. Ricevette un graffio su una gamba in cambio. Si rivolse verso un punto, secondo i suoi calcoli dove si trovava la bestia. Dall’alto, dall’apertura della botola, gli proveniva un fascio di luce filtrato dai vetri sporchi, ma di un sole potente. Tese le mani in avanti e si piegò col busto. Raccolse qualcosa di morbido ma irrigidito, e lo sollevò verso l’alto, verso la luce. La forma di una piccola testa si stagliava contro la luce. Teneva tra le braccia una ragazzina che gli concesse qualche secondo prima di spalancare la bocca e cacciare un altro urlo. Ario si spaventò, ma fu anche molto felice di riascoltare una voce.

4.

Si ricordò di un quadro che sua madre teneva appeso in camera da letto. Era una danza di possenti uomini nudi, così enorme era nella memoria di Ario. Un quadro che sembrava enorme solo standoci di fronte, perché la camera di sua madre era così grande da renderlo un dettaglio tra i tanti. E la sua camera sembrava tanto più grande perché invece il resto della casa – la cucina, il salone, il bagno e la minuscola camera coi letti di Ario e di sua sorella Luna – era compresso in uno spazio angusto dove respirare a pieni polmoni sembrava una specie di lusso. Solo dopo molto tempo Ario si era domandato il perché di tale squilibrio. E alle timide ricerche di una spiegazione, sua madre dava risposte vaghe, ma senza via d’uscita. “Quella non è la mia camera da letto amore mio, quello è il mio ufficio di lavoro”. E in quell’ufficio di lavoro entravano molti uomini, spesso uno alla volta, più raramente in coppia. A volte c’erano delle donne. Altre volte c’erano dei personaggi che accompagnavano i clienti di sua madre, e che rimanevano fuori dalla stanza, in attesa che finissero il loro incontro.

Quelle volte c’era sempre Ario a intrattenere l’ospite. E così Ario cominciò a farsi un’idea di che lavoro facesse sua madre, e non ci trovò nulla di strano per la verità. Anzi, a giudicare dai soldi che sua madre guadagnava, gli venne persino voglia di farlo anche lui, da grande. Eppure i soldi che sua madre guadagnava finivano tutti a decorare, ampliare e colorare la sua camera da letto, dalla quale non usciva praticamente mai.

Un uomo in particolare, una volta, mentre aspettava che il suo amico finisse di incontrare sua madre per darsi il cambio, gli aveva fatto capire quasi tutto in una volta sola. Si mise a ridere quando Ario non ci trovò niente da ridere, né niente di cui vergognarsi. E allora l’uomo si metteva a rispiegargli tutto, dall’inizio alla fine. Diceva che sua madre conosceva i segreti degli uomini più potenti dell’Impero. Che molti facevano lunghi viaggi per incontrarla. Emiri del Medioriente, Sciamani del Corno d’Africa e Supereroi dell’America. E che dopo di lei l’amore raggiungeva una vetta oltre la quale non si poteva andare. Era un incantesimo che li costringeva tutti a tornare. C’era addirittura qualcuno che credeva – e l’uomo sembrava affascinato da quell’idea – che di tutta la grande questione della rivoluzione dello Schlagenheim sua madre ne sapesse qualcosa in più. Ario ascoltava in silenzio. Avrebbe voluto chiedere qualcosa in più sulla rivoluzione ma rimase in silenzio. Quell’uomo lo disturbava per le maniere che aveva, non tanto per quello che raccontava.

E così era proseguito tutto come già avveniva da prima, con uomini di ogni altezza e specie che entravano e uscivano dalla camera di sua madre, tutti con una sola cosa in comune: erano, in un modo o in un altro, persone ricche.

Ogni tanto qualcuno gli faceva compagnia nel cucinino fuori alla stanza. Ma Ario non desiderava mai quella compagnia. Sua madre gli aveva insegnato le buone maniere da tenere con i clienti, o con chi li accompagnava. Perlopiù si trattava di persone noiose o annoiate, o molto tristi. Tutti erano un po’ in imbarazzo, perché Ario li osservava con molta attenzione. L’unico che sembrava essere a suo agio era l’uomo che gli aveva spiegato cosa facesse esattamente sua madre. Lui sembrava acquisire ogni volta più confidenza con la casa. Dopo la terza o quarta volta si preparò un caffè da solo, mentre aspettava che il suo compagno finisse. Poi cominciò ad usare il bagno senza chiedere il permesso.

Luna, la giovane sorella di Ario, non usciva mai dalla loro stanza. Non era sua madre che glielo chiedeva, e neanche Ario, ma in qualche modo entrambi erano più contenti che lei non si facesse vedere dai clienti. Quello che faceva per tutte quelle ore rinchiusa nella sua camera era un mistero che si poteva solo cercare di indovinare.

Arrivò un giorno in cui si presentò alla porta una carovana di persone con strane vesti nere. Sembravano spiriti in cerca di vittime da mietere tra i vivi, con dei campanelli attaccati ai polsi e alle caviglie. Quando bussarono alla porta, Ario andò ad aprire e rimase interdetto. Chiese scusa e corse in camera di sua madre che innervosita gli disse che conosceva le regole, e che se erano clienti avevano il diritto di entrare, perché lei stava lavorando.

Richiusa la porta, sua madre prese di corsa i suoi orecchini di smeraldo e ne svitò la gemma. Uscirono poche gocce di un unguento verdolino e se le applicò sulle labbra e sulla vagina. Respirò profondamente.

Ario tornò alla porta.

Siete clienti?, disse.

Sì.

Tutti quanti?

Sì, bambino. L’uomo che capeggiava la carovana si tolse il cappuccio che gli nascondeva il viso, e ne uscì il sorriso dell’uomo che tanto detestava.

Ario disse: Entrate pure.

E uno dopo l’altro entrarono, sfilandosi il cappuccio non appena varcata la soglia. Erano più o meno tutte persone che aveva già visto. Tutti clienti che si erano presentati in solitaria in altre occasioni. Adesso se ne stavano tutti nella piccola sala centrale della loro casa, infilati dentro dei sacchi neri e con le fronti grondanti di sudore.

Piccoletto, dov’è tua madre?

Ario non rispose. Trovava la domanda molto idiota. Poi appena l’uomo indicò la porta della sua camera, Ario fece di sì con la testa.

L’uomo bussò alla porta. Attese un po’ e poi la aprì lentamente. Ario poteva vederne il profilo ora. Sorrideva, ma non emanava nessun calore. Disse qualcosa e da dentro sua madre rispose qualcos’altro. Poi si giunse le mani al petto piegandosi un po’ in avanti in segno di riconoscenza. L’uomo si scostò e invitò tutti gli altri ad entrare uno ad uno. Quando furono finiti, sua madre comparve a metà figura da dentro la stanza. Una metà nuda di cui non si poteva scorgere comunque niente.

Amore, mi ci vorrà un po’ di tempo, prepara la merenda di Luna. Ti amo.

Ario fece di sì con la testa, e dentro di sé pensò: come ogni giorno, mamma.

L’uomo, rimasto sulla soglia defilato, invece di entrare accompagnò la porta mentre sua madre rientrava dentro.

Si avvicinò alla cucina e cominciò a preparare un caffè. Poi prese un succo di frutta, del pane e della marmellata.

Vuoi sapere che giorno è oggi?

No.

L’uomo stava spalmando la marmellata sul pane con un coltello affilato e si interruppe. Accennò un sorriso soffiando uno sbuffo d’aria dal naso. Poi disse: Oggi è il giorno in cui si festeggia la rivoluzione dello Schlagenheim. E lo sai chi sono io?

Ario fece di no con la testa.

Il figlio di Dio.

Quale Dio?

Il Dio della rivoluzione.

E lo sai chi è tua madre?

Mia madre è mia madre.

Certo, ma non solo. Tua madre è anche il contrario di Dio. Tua madre è il Diavolo. E anni fa fece un grosso errore per il quale oggi mio padre è in fin di vita.

Ario deglutì. Dalla stanza affianco si udivano risate e suoni confusi.

L’uomo proseguì: E il Diavolo è famoso per due cose. Egli non appare mai nella sua vera forma, ma in una difficile da scovare.

Ci fu un momento di silenzio.

Conosci la Bibbia?

Ne ho sentito parlare.

E ti piaceva quello che hai sentito?

Era interessante.

Anche secondo me. Anzi, devo dire che sono un appassionato di storia. E quando ne ho sentito parlare ho fatto ricerche e alla fine ho capito che quello che ho cercato, l’ho cercato perché ne avevo bisogno. E alla fine ho cercato, e ho trovato Dio, perché ne avevo un gran bisogno. Dio è veramente una bella cosa.

L’uomo si pulì una mano e tirò fuori da una tasca del suo mantello un volume.

Tieni. Prendilo. Noi due siamo simili. Come fratelli.

Ario afferrò il libro. Era una vecchissima copia della Bibbia cristiana.

È bella, non è vero?

Molto.

Puoi tenerla. Ne ho tantissime a casa.

Grazie. Ario rimase in piedi con il libro in mano. E poi?

Cosa?

Per cos’altro è famoso il Diavolo?

Beh, il Diavolo è tentatore. E tua madre sai bene che mestiere fa… Lo senti anche tu questo rumore, vero?

L’uomo indicò la stanza di sua madre, da cui provenivano dei suoni confusi ma costanti.

Siete voi a venire qui, disse Ario.

In verità, conveniamo tutti sul fatto che ci siamo ritrovati in questo luogo attratti da una forza che fatichiamo a comprendere, e torniamo qui per lo stesso misterioso motivo. E dunque io, in quanto figlio di Dio, sono tenuto ad affrontare il Diavolo.

L’uomo offrì ad Ario una fetta di pane e marmellata.

Prendi il caffè?… Sei troppo piccolo per il caffè. Ecco il succo.

Versò due bicchieri di succo di frutta e ne porse uno ad Ario. Poi spense il caffè sul fuoco e se lo versò. Lo bevve amaro con calma. Poi prese un vassoio e ci appoggiò la seconda fetta di pane e marmellata l’altro bicchiere di succo.

Ario sentì i battiti del cuore accelerare. L’uomo gli passò dietro la schiena e si diresse verso il piccolo corridoio. Si fermò poco dopo senza voltarsi e disse: Porto la merenda a tua sorella.

Ario non si voltò e lo sentì girare l’angolo.

Si sentiva già profondamente in colpa, e non era ancora successo niente. Dalla stanza di sua madre i rumori erano diminuiti, e l’atmosfera sembrava meno cordiale rispetto a prima.

Ario si mosse senza fare rumore e prese il coltello sporco di marmellata. Udì la porta della sua camera che si apriva cigolando, e fu attraversato da un brivido. Si osservò gli occhi riflessi sulla lama macchiata di piccoli residui di frutta. Erano grandi e spauriti. Ma a una velocità sostenuta stava arrivando un calore che lo avrebbe mosso anche senza volerlo. Si mosse verso il corridoio. Vide una fessura aperta. Oltre la fessura, l’uomo era in piedi appena dentro la camera, il vassoio poggiato a fianco e la tunica nera buttata a terra, e guardava in direzione dei letti.

Ario si avvicinò, abile com’era a sparire e a distribuire il peso sulle mattonelle in modo da non essere udibile a persona viva.

Ora erano separati da meno di un metro. Ario di fuori, con un grande occhio che osservava il profilo dell’uomo. Pensò che era giovane, ben più giovane rispetto agli altri visitatori di casa sua. La mano stringeva il coltello. E l’uomo era dentro, con lo sguardo attratto solo verso un punto dentro la stanza.

L’uomo fece in tempo a portarsi una mano verso la cintura dei pantaloni e Ario si girò e si coprì gli occhi. Si accucciò a terra e cominciò a tirarsi i capelli dalla testa. Poi decise tutto in un istante e recuperò il tempo perso. Saltò in piedi, aprì la porta di quel tanto che bastava per infilarsi dentro e mirò col coltello tra le gambe dell’uomo. Un taglio netto alla radice del pube. Il pene dell’uomo era ancora attaccato ma solo per un sottile brandello di carne. Penzolava e minacciava di separarsi del tutto dal corpo dell’uomo.

Uscì dalla stanza zoppicando. Coi pantaloni abbassati e coprendosi con la tunica il pene reciso.

Ario prese la sua coperta e la appoggiò sopra a sua sorella per coprirle gli occhi. Dormiva ancora. Si chiuse dentro a chiave.

L’uomo andò verso la porta. Nessun rumore da dentro. La aprì appoggiandosi allo stipite. Di fronte a lui una marea di cadaveri nudi ammassati. Emiri del Medioriente, Sciamani del Corno d’Africa e Supereroi dell’America. Tutti coi genitali venati di verde, come frutti marci. Sul letto, possente, la donna si stava toccando, con la bocca rigonfia, incancrenita dal veleno e in attesa di morire. Indossava solo due orecchini verde smeraldo.

Puttana!

Puoi dirlo forte, amore. Vieni qua, ce n’è anche per te.

Strega! Demonio!

Oh sì…

L’uomo si tirò su i pantaloni lentamente e urlò di dolore quando raccolse la carne viva tra le mutande insanguinate. Poi zoppicando uscì dalla casa e scappò.

Ariooooo! Lo chiamo sua madre, ancora stesa sul letto. Si tirò una coperta sul corpo.

Ario girò la chiave e uscì dalla stanza e andò verso la camera di sua madre.

No, aspetta. Non entrare. Portami Luna, disse lei.

Dorme. Mamma, cos’hai fatto?

Erano persone cattive.

No, mamma. In faccia.

Non ti preoccupare. Portami Luna.

Ario fece retromarcia e andò a prendere sua sorella.

Dorme, disse Ario.

Va bene. Tieni, prendi questi e va’ via.

Si tolse gli orecchini di smeraldo e li lanciò a terra. Finirono sul ventre di un cadavere steso sul pavimento. Ario li raccolse. Nello stesso punto atterrò anche una pila di banconote arrotolate. Ario le afferrò.

Portami Luna, disse sua madre. Appoggiala ai piedi del letto.

Ario eseguì.

Porta quegli orecchini dall’Imperatore. Lui ti riconoscerà. Ma sbrigati, prima che muoia.

Chi era quell’uomo, mamma?

Quell’uomo è tuo fratello. Il figlio dell’Imperatore.

Ario non ebbe la presunzione di capire, e rimase impalato.

Amore, vai. Per il mare.

Ma mamma…

Sh… Ti amo.

Ario uscì dalla stanza, e raccolse la Bibbia da terra. Scese le scale, percorse il vicolo. Superò le persone e raggiunse il mare. Sulla riva comprò da mangiare e da bere. Raggiunse la sua barchetta di legno. L’acqua era pesante e verde. Pensò che nella fretta non aveva salutato Luna come avrebbe voluto. Dormiva, e non ne aveva potuto incrociare per un’ultima volta lo sguardo. Chissà quando l’avrebbe rivista.

E tu, amore mio, non sei figlia né di un re né di un mago. Tuo padre era solo un bifolco pieno di soldi.

La donna teneva Luna tra le braccia. La guardò, piccola e malata, e la baciò con le sue labbra avvelenate. Si addormentarono e non si risvegliarono mai più.

5.

Non era Luna. Lo vedeva dalla forma della testa. Lo sentiva tenendola in aria che quello non era il corpo di Luna. E poi Luna non avrebbe mai urlato in quel modo. Eppure Ario sarebbe rimasto là sotto in eterno, solo per potersi immaginare di parlare di nuovo con lei. Di abbracciarla e baciarla sulle guance. Senza uscire mai dalla stiva del battello. C’era una luce perfetta per giocare a quel gioco. Indugiò. Indugiò così tanto che la bambina smise di urlare e comprese che Ario aveva bisogno di un po’ di tempo. Il buio serviva per sognare prima di riemergere nel mondo.

Di sopra – come anche nella stiva – era sempre caldo, ma la luce adesso sembrava aver raggiunto una purezza di bianco che faceva tremare le palpebre. La bambina, che chissà per quanto tempo era rimasta là sotto al buio, riprese a urlare. Ario, si tolse la benda dagli occhi, soffrì il giusto e la legò attorno alla testa della piccola. Ancora non poteva dire di averla vista. Teneva aperta una fessura degli occhi, e da lì aveva messo a fuoco solamente la curva della guancia e un ciuffo di capelli mori. Non procedettero subito. Rimasero fermi sul pontile del battello per abituarsi. Sarebbe stato inutile muoversi in quello stato. Si sedettero con le spalle su una parete del loculo di guida, e benché non li vedessero bene, sapevano che erano circondati dai cadaveri che Ario aveva incontrato salendo a bordo.

Soprattutto se ne percepiva l’odore, il quale, senza la vista e con l’udito ancora danneggiato, sembrava una densa nube gassosa che plasmava la materia, permettendo ad Ario di vedere senza aprire del tutto gli occhi. Con tutta probabilità sbagliava di molto, ma era a questo che le serviva la bambina per il momento. Per vedere e per urlare in caso di pericolo.

Si guardò nella sacca. Prese del pane rinsecchito e lo offrì alla bambina. Non la vedeva bene, ma doveva essere molto magra, molto affamata. La bambina rifiutò il pane. Doveva essere troppo duro per i suoi denti. Così lo tenne in bocca per un po’ e poi glielo porse. Fece attenzione a tenere insieme il sapore del pane, l’unico motivo per cui valeva la pena mangiarlo. Stavolta andava meglio. Lo mangiò, e Ario l’ascoltava ingurgitare e respirare dal naso inaridito.

Fece così per un po’ di volte. Sotto quel sole gigantesco era caduto in un incantesimo simile, forse peggiore, di quello di sua madre e di sua sorella. Viveva per loro, e di fronte alle loro richieste agiva, faticava e si adoperava senza fare un fiato. C’era una devozione inspiegabile. E tale devozione era in qualche modo elettrica, perché lo caricava di energia come una lampadina. E poi non rimaneva acceso, ma si muoveva fino ad esaurire il compito. E dopo che gli occhi si erano abituati un poco alla luce, cominciò a fare lo stesso con la bambina. Non le parlava, ma cercava di crearle attorno un mondo che non esisteva, un mondo nel quale non avrebbe dovuto muoversi per fare nulla, solo chiedere. Ma lei non chiedeva, e allora Ario interpretava. Finalmente riuscì ad osservarla per intero. Non era tanto piccola, ma era molto magra. Faceva pena a vederla, perché si capiva che non era magra di costituzione, ma solo perché non aveva potuto mangiare abbastanza.

Andavano in giro tra le barche. L’odore dei corpi in putrefazione era insopportabile. Portava la bambina sulle spalle e saltavano tra le barche per cercare qualcosa di utile. Il cibo che trovavano era sempre marcio, le confezioni squagliate e fuse nella poltiglia di ceci o manzo in gelatina dall’aspetto terrificante. La bambina non pesava, e respirava in una mascherina che Ario gli aveva costruito strappandosi un brandello di maglia e con un pezzo di spago. E allora Ario, senza chiederle niente, ogni tanto la poggiava a terra, si metteva in bocca un pezzo di pane secco, lo ammorbidiva un po’, e poi lo passava alla bambina, assaporandone le briciole sciolte nella saliva che gli restavano in bocca.

Lo fece per tre quattro volte durante il pomeriggio.

Su una barca, Ario rovistò in una sacca lasciata di fianco a un corpo in putrefazione. Ci trovò una penna, un accendino e una manciata di noci. Le mise in tasca e passò oltre. Girato l’angolo vide su una barca di fronte un corpo annerito dal sole, curvo su sé stesso. Lo osservò e sulle prime diede la colpa alle onde del mare quando lo vide muoversi. Sembrava un corpo inzuppato nell’olio motore. Si vedevano pochi capelli lunghi che rilucevano appiccicosi. Due braccia ossute tenevano qualcosa in grembo.

Una donna qui?, pensò Ario. Non ne aveva ancora viste tra le barche. Evidentemente ce n’erano, ma restavano in disparte, o le mettevano in disparte, come la bambina. Potrebbero essercene altre, molte altre, pensò.

Vide le due mani della donna che si portavano alla bocca un corpo minuscolo. Doveva essere un neonato, e quella doveva essere la madre. Ario pensò che fosse un lungo bacio, ma ovviamente, c’era qualcosa di strano in quel lungo bacio, perché la donna si staccò tirando via le parti di carne più morbide dal corpo del bimbo. Ario coprì gli occhi della bambina, e si diede da solo del cretino per non averci pensato prima. Ma la bambina aveva visto, e soprattutto aveva urlato. Ario stavolta la sentì meglio. L’udito stava tornando. Si nascose dietro la cabina della barca che stavano perlustrando. La bambina non smetteva di urlare. Ario cercava di calmarla.

Si sfilo la sacca e cercò il pane. Finito.

Si mise una mano in tasca e tirò fuori quattro noci. Le poggiò a terra e ne pressò una col palmo. Vuota. Ne aprì un’altra, vuota. La terza non c’era neanche bisogno di aprirla, era nera e si sgretolava in mano. La quarta era decente. La spaccò, ne prese metà e la passò alla bambina abbassando la mascherina improvvisata. La bambina mangiò. Ricominciò a mugolare. Presto avrebbe ripreso a lagnarsi al volume di prima. Prese l’altra metà e gliela passò, tenendo nel palmo un pezzetto. Lo mise in bocca e non si affannò nemmeno ad illudersi. Si alzarono e tornarono sul battello della bambina per ripararsi in vista della notte.

Passarono in pace il breve momento tra la calura che si abbassava leggermente di intensità e la salita in cattedra della sera. Ario guardò in aria. Come era ovvio che fosse i gabbiani neri stavano in un angolo del cielo, immobili come ammazzasomari pronti all’attacco. La bambina giocava con una pagina strappata della Bibbia di Ario. Faceva dei quadratini di carta attorno a certe parole di Dio. Ario aveva preso il sacco, aveva tirato fuori tutto: la Bibbia, una cordicella e gli orecchini di sua madre. Mentre la bambina era girata, col tramonto rosso e l’acqua verde, mise la faccia nel sacco e lo sgrullò dall’alto per ingoiare le briciole di pane.

Tirò fuori la testa, guardò la bambina e per la prima volta dopo tanto tempo vide del cibo vero. Era tanto, e gli sarebbe bastato per molti giorni. Cominciò a salivare come un randagio mentre la guardava strappare la carta in piccoli rettangoli. Poi guardò in aria. Sentiva gli occhi dei gabbiani addosso. Il cielo sarebbe scomparso presto, e chissà che non avrebbero mangiato lui se fosse rimasto là fuori.

[CONTINUA…]


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