PERIPLO #14 – L’alfabeto della fine

di Andrea Gatti
copertina di Sveva Bonapace


Il sacro è il luogo di raccolta di ciò che è sfuggito alla ragione, è l’invisibile.

Georges Bataille

Le avevo promesso l’ultimo secchio e andiamo. Ma adesso è passata più di un’ora e ogni spina di riccio è una staffilata al cuore, ogni castagna un bussare alla porta del ricordo, una tenda che sbatte – toc – un’imposta spalancata da un vento improvviso. Prostrato in ginocchio lascio andare le foglie per alzare la testa, e l’altare è quest’albero con le braccia spalancate smagrite smunte a sanguinar castagne con me sotto, lei chinata a pregare qualche albero più giù, e una folata d’aria di montagna che scuote gli ultimi ostinati rami facendo cadere un altro riccio gialloverde che rotola fino alla punta del mio scarpone.

Toc. Sentito?

Lo scarabeo del mattino ha già spinto il sole dietro la coltre d’alberi; lei è stanca e ha ragione; nelle giornate come oggi sappiamo di star raschiando il fondo del barile; non lavoriamo in una di quelle parcelle con tappeti di castagne rosse e viola, belle piene e cicciotte, che puoi raccogliere con le mani a coppetta e versare direttamente nel secchio; non è l’abbondanza, ogni castagna una moneta d’oro – toc, bling – quelle giornate in cui sai che tornerai a casa con centoventi o centotrenta chili di castagne e quindi altrettanti euro in moneta – un euro al chilo – e che ti fanno pensare che abbia davvero senso quello che stai facendo: tu, lei, il furgone, questo bosco infinito, le montagne intorno, questa nebbia che fa drizzare i peli delle braccia ma tanto c’è il sole, quest’odore d’oppio e caffè che sale dal thermos poggiato di fianco i sacchi, e la gioia d’esser vivi, e fanculo le due lauree – no, non è una di quelle giornate; è piuttosto una di quelle che cammini col secchio in mano, prendi a calci la terra per farle sputare fuori le sue gemme nascoste, gratti e scavi e pulisci e soffi solo per poter trovare quelle tre grandi monete rossoviola di soddisfazione che daranno un senso agli ultimi trenta secondi di movimento; e il sole che non si fa vedere, il secchio vuoto che pesa più di quando è pieno, il sacco bianco sempre troppo lontano, le castagne comunque troppo poche, e questo silenzio opprimente, la cassa scarica, la nostalgia, i calzini fradici, l’incertezza verso il futuro, la distanza fra noi la prima vittima, l’ennesimo toc che risuona nelle profondità del bosco, lo scricchiolio dei rami più vecchi sul punto di spezzarsi.

Crac. Un albero caduto nella foresta impiega lo stesso numero di anni che ha vissuto per decomporsi completamente nel suolo, mi aveva spiegato lei il primo giorno. I castagni sono come una famiglia multigenerazionale. I più giovani di questi boschi hanno cent’anni; di fianco alla loro esuberanza, la ricchezza delle loro gemme, ci sono i più vecchi; alberi morti, o morenti, in ogni tipo di condizione: alcuni appena morti, con scaglie di corteccia che pendono dal tronco e cavità fertili a ospitare ragnatele e nidi di picchio; altri morti da tempo, frantumati e marcescenti eppure ancora in piedi, con pezzi di tronco già caduti a terra. Quelli che preferisco sono quelli più vecchi e antichi: alberi enormi, tortuosi e caotici e irregolari, con meno rami ma grossi, bitorzoluti e selvaggiamente incurvati dal peso delle poche castagne rimaste. Ciascuno di loro ha un aspetto unico e buffo, da vecchio saggio un po’ malmesso, eppur fiero. Di fianco all’avanzata degli alberi più giovani, questi vecchi zii fanno la loro porca figura, per quanto non abbiano più molto da offrire in termini di castagne; ed è proprio per questo che a loro bisogna chiedere il permesso, ed è ai loro piedi che bisogna inginocchiarsi, come a un funerale di sconosciuti.

Ai margini della parcella, invece, dove il sottobosco si sviluppa in un intrico di rovi, tronchi di un’altra epoca sono diventati molli e hanno già iniziato a decomporsi, ricoprendosi di fogliame e licheni, e formano delle collinette lunghe e sottili, l’ultima traccia di un antico tronco scomparso da tempo immemore. Lungo queste collinette si trovano i tesori più grandi di castagne, rotolate giù dagli alberi più in alto: alcune ancora chiuse nel loro riccio a gruppi di tre; altre già fuoriuscite e inghiottite dalla terra. Grattando si scoprono i diversi strati: prima le foglie più gialle e rosse, appena cadute; poi quelle più vecchie e scure, via via imputridite a contatto con l’umidità del suolo che le fagocita per farne nutrimento; e poi ancora sotto le foglie incenerite, grigio-nere, che appena le prendi in mano si sgretolano e non rimane più niente; e proprio lì, nel mezzo della cenere, una manciata di marroni, che spuntano dalla terra come tartufi. La linea retta di funghi che spuntano in mezzo a una radura è il segno finale, l’ultimo fantasma, di un albero morto da secoli.

Toc. E cos’è un fantasma se non qualcosa che interroghiamo e da cui siamo interrogati?

Alzo lo sguardo, vedo il giallo canarino dei suoi capelli tra il fogliame, e mi accorgo che anche lei si è fermata a guardare verso la strada. Sorride: una mucca, una delle tante che appaiono e scompaiono tra gli alberi o lungo le strade del paese, e se ne stanno lì a fissarti immobili, eroine di un tempo tutto loro nei quali noi appariamo solo come indaffarati frenetici bipedi dai gesti sempre più innaturali. Mastica; ci osserva. E come lei anche i porci, coi loro minuscoli occhietti a spillo, e i lineamenti di certi alberi; tutto non fa che osservarci, interrogarci; e la risposta presuppone lo sgretolamento di un linguaggio, la rottura di una certa grammatica: siamo qui e siamo soli, e contemporaneamente non siamo qui e non siamo del tutto soli.  

In lontananza il suono d’un motore e poco dopo un fuoristrada sul sentiero, la fiancata schizzata di fango, a portare via gli operai degli altri campi. Sono polacchi, marocchini; volti morbidi, sguardi duri, di lavoratori a fine giornata che guardano noi due ancora piegati, ognuno nella sua buca, a disseppellire castagne: io un po’ più in alto, con la barba un po’ più lunga del solito e già imbiancata qua e là; lei coi capelli color dell’oro, paziente nel silenzio e nella nebbia più in basso, come un’apparizione di tombaroli. La raccolta è ormai finita e stanno andando via tutti, e io so che anche lei è stanca ma sto facendo più in fretta che posso; col tempo è diventato persino piacevole il leggero supplizio delle spine di riccio che trapassano i guanti e si conficcano nei polpastrelli; quello che lei chiama il nostro quotidiano esercizio spirituale.

Mi affretto alla ricerca della mia buca e ogni spina una staffilata al cuore, ogni toc un bussare alla porta del ricordo, un’imposta spalancata da un vento improvviso, uno spettro che non sono sicuro di aver evocato. Guardo lei ancora china tra i rovi, il secchio mezzo vuoto, la luce che filtra dai rami come una promessa minuscola. Gli unici segni del passaggio di altri uomini nel sottobosco è una vanga lasciata a marcire, le punte sbriciolate dalla ruggine, di fianco una tanica di benzina per i soffiatori, e qualche traccia di pneumatico nel fango presto ricoperta dal fogliame.

Lascio cadere il secchio a terra e mi inginocchio e rovistare tra le foglie; il suono della terra grattata che riecheggia attraverso i secoli in cui altri esseri umani salivano questa collina per raccogliere castagne, accumulandole nel risvolto dei maglioni tenuti in alto dalle dita strette a mo’ di pinza; tempi in cui si cantava, forse, e si lavorava tutti insieme, uomini e donne del villaggio; quel villaggio che fino a cinquant’anni fa contava un centinaio di persone e adesso appena diciotto, da quando il tetto del convento è crollato quasi vent’anni fa; il paese che sembra una versione cupa e montanara di Macondo; uno di quei villaggi dove tutti sembrano entrare e uscire dalle stesse porte; dove puoi imbatterti nel panettiere intento a spazzare fuori dal locale, e due vicoletti dopo lo ritrovi uscire da una porta con una carriola piena di legna; dove la gente del posto saluta con un cenno del capo e parla poco e guarda molto, e la sera va a spararsi un colpo di pastis nella locanda prima di cena. Alcuni aprono il congelatore e si prendono un pezzo di carne e se lo portano a casa, e con la pancia piena d’anice e figatellu si abbandonano a quella morte quotidiana che arriva sotto forma di sonno.

Non sapevamo molto della Corsica prima di arrivare, se non che era una versione ancora più selvatica e misteriosa della Sardegna, e che c’era più lavoro. Per noi che venivamo da giornate – ma che dico: da mesi – di mare e avventura, di sole, deserto, nudità, e da un’estate quasi miracolosa capace di scacciar via i brutti ricordi dell’inverno scorso come uccellacci, ci sembrava la naturale prosecuzione del viaggio. Abbiamo guidato per ore, cercando una fonte d’acqua per il serbatoio del furgone, senza trovar altro che strade senza luci, paesi vuoti, e qualche corso dall’aria incazzata seduto su una panchina a bordo strada che faceva passare la voglia di fermarsi a chiedere indicazioni, con solo un numero di telefono salvato in rubrica, il nome di un paese, e la raccomandazione del patron di arrivare in tempo per l’inizio della raccolta, a metà ottobre, volendo qualche giorno prima, per ambientarci. Ma tutto sembrava portarci fuori strada, in quel paradossale viaggio ctonio da un’isola all’altra, da una stagione all’altra, e mentre ancora parlavamo una lingua d’amore intorno a noi tutto iniziava a parlar di morte, di caduta, di putrefazione; la costa sempre più lontana alle nostre spalle, e il cielo che si iniziava a coprire di nuvole, e le temperature che si abbassavano via via che salivamo in altitudine e ci inoltravamo nei boschi più fitti. Qualche decina di chilometri a sud della pieve di Bozio s’intravedeva la catena del monte Cinto appena appena innevata; quando poi ecco finalmente la statua di Sambucuccio, e duecento metri dopo il cartello del paese, e dopo un altro tornante il convento abbandonato e il cimitero.

Abbiamo fermato il furgone a bordo strada e atteso. Il paese era avvolto dalla nebbia e le vacche camminavano ciondolando la testa, fermandosi a guardare i nuovi arrivati con aria indifferente. Lei aveva spalancato la bocca e indicato il cielo, dove una coppia di gipeti, mangiatori d’ossa, solcava la volta che si tingeva di rosso. Dalla strada è spuntato il patron, un giovane di appena trent’anni, vestito alla boscaiola, con cui avevo parlato al telefono. Ci ha fatto parcheggiare nella piazza del paese, a pochi metri dalle prime lapidi, davanti al convento col tetto crollato, e ci ha invitato al bar per spiegarci quelle due o tre cose da sapere sul lavoro. Lei aveva l’aria meravigliata, guardandosi intorno sembrava fosse tornata bambina; camminava qualche metro indietro mentre io seguivo il patron nel vicolo adiacente al convento in cui giaceva la legna accatastata e apriva la porta di una vecchia locanda che un tempo fungeva da frantoio per presentarci l’oste e qualche paesano e lei si fermava ancora una volta ad accarezzare i cani. Il padroneparlava con noi in lingua corsa, una lingua sorprendentemente simile alla nostra, e subito ci accorgemmo di quanto fosse inutile il nostro rudimentale francese in quel contesto. Nella locanda c’erano solo uomini, e tutti quelli che entravano si salutavano con un cenno e pagavano un colpo a tutti gli altri, sicché nel giro di mezz’ora eravamo diventati tutti piuttosto allegri. E poi eravamo italiani, mica francesi: tra noi ci si capiva al volo.

Io all’inizio mantenevo una certa diffidenza per via di alcune brutte esperienze sui campi del continente (come fare a spiegarle che in ogni sorriso io vedo la crepa? che, in fondo, i padroni son sempre padroni?); eppure mi sembrava di udirla ancora sul traghetto per Bonifacio ripetermi che non sempre è così, che non deve essere sempre così. E aveva ragione. Ogni mattina prendiamo la vecchia Citroën col serbatoio sempre misteriosamente pieno, passiamo cinque minuti a sbrinare i vetri e poi prendiamo la strada in salita fino ai campi del padrone, qualche chilometro più a monte, passando accanto alla vecchia casupola a bordo strada dove a fine giornata verremo a pesare i sacchi e svuotare le castagne, e saliamo per altri dieci minuti lungo una serie di tornanti facendo lo slalom tra vacche e porci fino a raggiungere il campo designato; parcheggiamo e andiamo alla ricerca di un buon posto dove lasciare lo zaino; beviamo il caffè ancora caldo, fumiamo una sigaretta, liberiamo gli intestini, e quando finalmente lo scarabeo del mattino fa spuntare il sole ci mettiamo a raccogliere a suon di musica e podcast, andando avanti fino a che uno dei due non propone la prima pausa di metà mattinata. Siamo totalmente autonomi. Il padrone non viene mai a ficcare il naso; a fine giornata non viene nemmeno a controllare quanto abbiamo raccolto, né a pesare i sacchi; si fida ciecamente di noi, e già dal secondo giorno abbiamo smesso di arrotondare di un chilo o due in più per rispetto nei suoi confronti. Nei giorni buoni riusciamo a raccogliere più di cento chili a testa; in tre settimane di lavoro fanno quasi duemila euro. Non abbiamo mai guadagnato così tanti soldi in così poco tempo. Quando torniamo la sera abbiamo le ginocchia a pezzi ma siamo soddisfatti; giochiamo un po’ coi cani pastori; ci prepariamo i pasti per la sera e l’indomani; fumiamo una canna a letto guardando un film e collassiamo. A volte, mentre facciamo l’amore, guardiamo fuori dalla finestra e ci accorgiamo che qualcuno è venuto a omaggiare i defunti con dei fiori posti sulle prime lapidi a nemmeno un metro da noi. E sempre più la sensazione di essere sprofondati in uno strano incantesimo; di vagare tra boschi e paese come una vacca in un sogno muto, interrotto soltanto dal suono delle castagne cadute ai margini della carreggiata; d’esser qui e allo stesso tempo non esserci; vivi e contemporaneamente già morti.

Toc. A far male è un insieme di parole di cui non siamo proprietari.

Una delle prime sere abbiamo trovato una teglia di lasagne sul muretto fuori dal furgone, miracolosamente illesa dalla fame dei cani pastori che non avevano tardato a capire di poter trovare da noi l’affetto un po’ di avanzi e quel pizzico di infantilismo che il rapporto coi loro padroni non poteva fornir loro. Io mi chiedevo perché gli abitanti del paese fossero tutti così gentili con noi, e lei si metteva a parlare della montagna; mi raccontava dei suoi boschi, e degli alberi sotto i quali era cresciuta, e del perché la gente di quei posti fosse tanto diffidente quanto ospitale verso i forestieri. Lei conosce il silenzio, la resilienza, la resa degli abeti scarni che spuntano tra la neve; parla già questa lingua, ne conosce la grammatica. E io vorrei imparare a morire come fa lei, a lasciarmi andare; è una cosa che non sono mai riuscito ad accettare, il trapasso delle stagioni. Per me, col sole in gemelli, l’avvento dell’autunno ha sempre significato l’inizio di quel periodo ancora più oscuro che è l’inverno: momento di massima debolezza dello spirito. L’autunno dovrebbe insegnare a morire di nuovo; è quella stagione in cui ci si ricorda, appunto, che dobbiamo morire, andare in letargo; rinunciare a quello che si era un attimo prima; portare con noi gli insegnamenti appresi durante l’estate e mantenere quella brace accesa durante i mesi più freddi per arrivare sufficientemente in grado di risorgere in primavera. Vero. Ma io sono sempre stato pessimo ad andare in letargo, a morire: m’accorgo di morire sempre troppo tardi, dilato il tempo del piacere, fingo d’esser la stessa persona anche quando la pelle è ormai sbiancata del tutto. Alla diligenza operosa della formica ho sempre preferito l’irriducibile canto della cicala. Anche innamorarsi m’ha sempre messo in difficoltà, perché è più facile innamorarsi d’estate, e quando poi arriva il freddo arriva anche il pensiero della morte, e quando arriva il pensiero della morte…

Uno boato improvviso riecheggia nel bosco, seguito da un altro. So che da qualche parte nel fogliame lei sta ancora trattenendo il respiro, perché ai corsi piace sparare, e se a essere colpita è una cosa viva fa male. Un uccello torna a volare sempre negli stessi luoghi perché non si aspetta di venire sparato; e i cieli non smettono mai di accogliere uccelli, proprio come questi boschi continueranno a sputare castagne anche quando non ci saranno più uomini a predarle.

Guardo il volto del vecchio castagno e improvvisamente gli sono riconoscente. Che stupido aver creduto di salvare i suoi bambini all’oblio: è me che sto cercando di salvare. Ma da cosa? Forse davvero tutto ciò di cui abbiamo paura è soltanto un’immagine, così come tutto ciò che desideriamo, che è vivo o che chiamiamo morto è solo un’immagine. Se poi davvero tutto ciò che rimane impresso ai nostri sensi a un certo punto sprofonda da qualche parte in noi, sepolto da strati e strati di foglie bagnate e via via sempre più friabili, l’atto di trattenere qualcosa più del dovuto non è che un furto e un delitto.

Toc. E l’inverno non so proprio cosa sia; forse un atto di fede.

Ora la nebbia si è infittita e vorrei incrociare il suo sguardo per poterle dire è finita, va bene così per oggi, scusami per essere stato egoista e avido, distruttivo, il franco tiratore delle nostre emozioni, e averti rovesciato addosso il secchio della mia incertezza; in giornate come questa nemmeno io so perché mi sono alzato dal letto, e che diavolo ci faccio qui.

Allora rimango fermo, in ascolto, con le mani sporche di terra e il fiato che sale nella nebbia la chiamo. Silenzio; il bosco immobile che respira con me. Accelero il passo mentre intorno il bosco inizia a vibrare e dai rami cominciano (toc) a piovere (toc) castagne sempre più fitte. Affondo gli scarponi nel fango e ridiscendo la collina in fretta; adesso si è fatto buio e non riesco più vederla; (toc)gli alberi mi ridono dietro. La chiamo ancora, più forte, ma la pioggia di castagne sovrasta la mia voce. Appoggio il secchio a terra e lo rovescio; le castagne rotolano piano, (toc) si fermano tra le foglie, scompaiono quasi subito nel fogliame umido. Mi chino e ne raccolgo una sola; è piccola, scura, povera di zucchero, una di quelle che al peso finale non valgono nulla. Attraverso i guanti riesco a sentire la buccia liscia, la sottile peluria che l’avvolge, il freddo che le sale dentro.

Toc.

Da qualche parte lei scoppia a ridere, forse perché ha trovato qualcosa, forse perché sa, e la sua risata arriva smorzata dalla nebbia, come l’eco d’una perduta sillaba. Allora rido anch’io e rimetto la castagna a terra, mi tolgo i guanti, raccolgo il secchio e vado verso di lei a mani vuote.


Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
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