Sarà questo il rumore bianco?

di Anna Martina Bego
copertina di Wenzel Hablik (Cantilever Cupola with Five Hilltops)


La prima volta che lo sentii erano le tre di notte del 20 di settembre del 202*. Me lo ricordo bene perché il giorno prima eravamo andati a festeggiare il cinquantesimo compleanno di C. Non riuscendo a dormire per il troppo vino e le troppe sigarette mi ero alzata per andare a bere dell’acqua in cucina. Faceva caldo e così ero uscita in giardino e seduta sui gradini di casa guardavo il cielo scuro, unica luce, quella gialla del lampione in fondo la strada. Fu allora che lo percepii. All’inizio non ci avevo fatto caso, poi un po’ alla volta si era fatto strada alla mia coscienza. Era un suono sordo che non riuscivo a definire. Non capendo da dove provenisse, mi avventurai in strada vestita solo di una lunga t-shirt e ciabatte infradito. Era un suono, un rumore che non avevo mai sentito. Ricordo che pensai – Sarà questo il rumore bianco? – Feci alcuni passi in una direzione, poi in quella opposta ma in entrambi i casi mi sembrava di allontanarmi dalla sua fonte. L’aria ne sembrava permeata, pervasa, abitata, come fosse una parte dell’atmosfera, una componente costitutiva dell’etere. Mi rassegnai a non dare un nome a quello stimolo sonoro, mi chiusi la porta alle spalle e tornai a letto passando una notte agitata per il caldo e l’inquietudine. Il suono comunque all’interno della casa non si percepiva più e ben presto me ne dimenticai. Fino a circa un mese dopo. Già da qualche anno ormai soffrivo periodicamente di insonnia. Mi addormentavo come un sasso, spesso davanti alla tv, per svegliarmi dolorante dopo due, tre ore, la bocca impastata, la voglia di stare comoda a letto ma appena finito di salire stancamente le scale che mi portavano alla mia stanza arrivava la lucidità mentale della veglia e con essa la consapevolezza che a niente sarebbero valsi i miei sforzi per riaddormentarmi. Iniziava così il calvario dei tentativi per ricongiungermi al sonno, i respiri profondi, le pecore che saltano la staccionata, inventarsi delle storie, cercare di ripetere mentalmente vecchie poesie, documentari sugli animali in lingua inglese in cuffia ma, niente. Il pensiero poi, che la mattina avrei dovuto svegliarmi alle sei per prepararmi al lavoro non facilitava certo le cose: arrivavo stremata alle cinque e mezza con gli occhi che finalmente si chiudevano ma a quel punto mi violentavo uscendo dal letto per farmi il primo caffè della giornata per non rischiare di giacere fra le lenzuola per tutta la mattina: non ero ricca e il lavoro mi serviva per campare. Anche quella notte quindi ero sveglia e dopo aver vagato dal letto al divano leggendo un po’ un libro (sempre la stessa pagina in loop senza capirci nulla) e aver guardato distrattamente parte di un vecchio film hollywoodiano in bianco e nero mi ero risolta ad andare a fumare una sigaretta sui gradini esterni della casa. L’aria era fredda e io mi stringevo nel vecchio cardigan di lana pieno di buchi che mi ero buttata addosso. Nel cielo una luna tonda e bianca risaltava nel nero punteggiato di stelle, il lampione dalla luce gialla era spento, l’amministrazione comunale tendeva al risparmio? Il fumo della sigaretta mi era entrato negli occhi e nell’attimo in cui li strizzavo per il bruciore, eccolo di nuovo ai miei orecchi. Quel rumore. Rimasi così ad ascoltarlo credo per una decina di minuti, la sigaretta ormai finita e spenta fra le dita, il respiro che si faceva man mano sempre più lento, calmo, il calore del corpo bastante al mio conforto, la durezza del gradino perfetta per i miei glutei, non avevo bisogno di altro. Rientrai in casa, mi stesi sul divano e avvolta in una coperta scivolai nel sonno senza rendermene conto. Il giorno dopo non andai al lavoro, non mi ero svegliata fino a che non arrivarono le due del pomeriggio. Seppi poi che M., avendomi al mattino vista dormire profondamente mi aveva svegliata e io gli avevo risposto che sì, mi sarei alzata, mi aveva pure preparato il caffè che io avevo subito bevuto. Credo invece che, evidentemente, dovevo essermi di nuovo stesa e riaddormentata dopo che lui se n’era andato ma di tutto ciò non ho assolutamente nessuna memoria. So però che quel giorno, nel momento in cui mi ero resa conto di non essere andata al lavoro senza nemmeno avvisare, in preda alla tensione per la reazione che avrebbe avuto la mia referente provai a telefonare all’hotel senza che nessuno rispondesse alle mie ripetute chiamate. Sul cellulare una decina di messaggi e tre chiamate dall’hotel intorno alle 7, poi più nulla. Prima di uscire per andare a giustificarmi dell’accaduto scrollai come d’abitudine la bacheca di facebook ed eccola lì, la notizia del giorno: un uomo armato era entrato di prima mattina all’hotel M., si era fatto strada con le minacce fino alla stanza dove alloggiava una coppia ed aveva sparato ad entrambi ripetutamente, uccidendoli sul colpo. Una cameriera ai piani che si trovava nel corridoio in quel momento si era beccata un proiettile al fianco ed era ora in gravi condizioni.

Quella cameriera avrei dovuto essere io.

Prima che arrivasse il Rumore, masturbarmi era diventata per me un’attività quotidiana. Lo facevo quando ero annoiata, quando ero agitata, quando ero triste, quando non riuscivo a dormire. Insomma, sempre. Ero diventata brava a farlo anche nei posti più impensati, senza che le persone attorno se ne accorgessero. Il mio non era esibizionismo, non volevo farmi vedere dagli altri, anzi, se questo fosse successo sarebbe stata per me fonte di grande vergogna, non avrei potuto sostenere gli sguardi di sconcerto, deplorazione o per contro, eccitazione. È che non potevo farne a meno. Non avevo bisogno di molto tempo, l’orgasmo arrivava rapido anche nel giro di un minuto. Mi bastava accavallare le gambe, irrigidire i muscoli delle cosce e dei glutei a intervalli più o meno regolari. O indossare jeans stretti, sedermi facendo aderire la cucitura del cavallo sulla fessura della fica, le scosse dell’autobus sull’asfalto irregolare potevano fare il dovuto necessario. A cosa pensavo mentre lo facevo? A nulla. Non avevo bisogno di pensare a nulla, era il mio corpo, o meglio, quella circoscritta zona del corpo che “pensava” per me, faceva per me. Subito dopo era il dopo, fino al momento in cui sarei tornata a rifarlo. Potrei definirlo sollievo? No, ma ne avevo bisogno. Quella mattina ero seduta sulla panchina dei giardinetti di fronte la biblioteca comunale, fra le mani un libro, piccolo e leggero, di quelli che infilavo nella borsa quando andavo in giro per non portarmi appresso troppo peso e avere all’occorrenza qualcosa da leggere o far finta di leggere se la situazione si faceva pesante. Mi ero resa conto di avere letto e riletto la stessa pagina, la numero 67, senza avere in realtà letto nulla, senza avere pensato nulla, in effetti, quando mi accorsi che il rumore era lì. “Sei tornato” pensai, accompagnando il pensiero con il sorriso lieve di chi rincontra qualcosa di buono. Con il libro appoggiato sulle cosce e le mani abbandonate sul libro, stavo lì ad ascoltarlo ma questa volta il rumore non si limitava ad essere uno stimolo sonoro, aveva una consistenza diversa, sembrava entrare dentro di me approfittando delle mie cavità, insinuandosi senza ostacolo alcuno nelle mie narici, nella mia bocca socchiusa, dalle orecchie si faceva strada nella cavità timpanica e poi più all’interno nel mio corpo, passando attraverso la vagina, accarezzandomi intensamente la clitoride, indugiando su di essa per poi risalire verso l’alto e ritornare, in un crescendo di intensità che mi comprendeva tutta, come se il mio corpo fosse un tutt’uno con il rumore. Non ero uno strumento, ero il rumore stesso e ciò che sentivo non aveva nulla a che fare con nessuna delle esperienze che avevo vissuto prima di quel momento. Non ero lì in quel giardino, ero il giardino stesso, ero il cielo, gli insetti che camminavano sul selciato, il mio ventre di cui sentivo il sangue, la pelle, il respiro. E tutto questo era invisibile per gli altri, e tutti gli altri erano invisibili per me. Consistente ero solo io, vibrante, solida e acquatica nello stesso tempo, aerea, impalpabile ma presente, io. Di cosa ero fatta? Non era una domanda necessaria, ero e basta.

“I play my red guitar, it’s the devil in the flesh, it’s the iron in my soul”

Niente liquidi vischiosi, niente imbarazzi per odori sgradevoli, il tuo sudore che si mescola con quello dell’altro, l’imbarazzo del prima, del mentre e del dopo, le pieghe della pelle, le imperfezioni dei corpi, gli sguardi che sfuggono, la pienezza di un momento che fugge troppo presto e lascia gli occhi al soffitto alle incombenze del giorno. Niente vestiti sgualciti, niente estraneità percepita, come l’umidità di agosto, niente ti amo ma forse no, niente sigaretta fra le lenzuola che coprono i corpi spossati ma sempre e ancora insoddisfatti, l’estraneità. L’estraneità.

Sono tornata al lavoro. Dopo quell’increscioso fatto del duplice omicidio l’hotel spesso è semivuoto, pochi sono propensi ad alloggiare in un posto dove aleggia ancora la puzza di tragedia. La mia collega, quella che si è beccata una pallottola al posto mio, sta meglio, a poco a poco si sta riprendendo. Sono andata a trovarla all’ospedale, in stanza c’erano pure il figlio e il marito. Mi hanno guardato come se a sparare fossi stata io. Ho lasciato i fiori all’infermiera, salutando Ester con un bacio sulla guancia, sembrava il bacio di Giuda. Però io non riesco a sentirmi in colpa, dovrei?

Mi hanno diminuito i turni di lavoro, ora ho più tempo libero, ma anche meno soldi, ma per ora non mi sembra grave. Non riesco a stare a casa, anche se l’avrei tutta per me. Esco spesso, cammino per la città, qualche volta con un amico o un’amica, ma sovente loro lavorano e quando non lo fanno non hanno tempo da perdere. La casa, i figli, i genitori anziani. Ma non mi angustio, cammino, mi siedo su una panchina, se piove cammino lo stesso, il cappuccio del giubbino impermeabile ben ficcato in testa, cerco di evitare le pozzanghere, e se mi bagno i piedi pazienza. Mi piace sedermi su una panchina del parco, quello che costeggia il canale e guardare i ragazzini che pescano, i vecchi col cane, la lenza che si alza col pesce boccheggiante, la rimessa in acqua del malcapitato con gli occhi spalancati dal terrore. E aspetto. L’aspetto.

Tre giorni fa ho accompagnato mia madre all’ospedale di P. L’hanno ricoverata di nuovo, il cancro sta progredendo, nonostante le cure, ha bisogno di trasfusioni. Probabilmente dovrà restare per circa una settimana, probabilmente non ne uscirà. Tornando dall’ospedale il traffico all’uscita della città si è fatto intenso, poi congestionato, si dice così? Le macchine procedono a scatti, in un continuo fermarsi e poi ripartire per pochi metri, auto che si vogliono infilare nei pochi centimetri di spazio, nessuno vuole cedere quel poco di asfalto conquistato a suon di bestemmie, i clacson suonano rabbiosi, i semafori diventano verdi e poi rossi e poi di nuovo verdi lasciando le auto sempre lì. Apro il finestrino lasciando entrare aria calda e gas di scarico, ho spento l’autoradio, fra i rumori molesti e la polvere della strada lo sento arrivare. Per un po’ di tempo sto lì come fossi in un fermo immagine, sospesa, tutto intorno si spegne e perde consistenza, anch’io sembro perdere consistenza, mi sento galleggiare al di sopra della scena, guardo dall’alto le auto, i pochi sparuti, agonizzanti cespugli ai bordi della strada, il cielo pesante, i fili elettrici, i pali della luce, le case grige. Mi vedo aprire la porta dell’auto e uscire dal veicolo lasciandola aperto, spalancato sulla strada, in mezzo agli altri veicoli caldi. Mi allontano calma addentrandomi nel bordo strada fra i cespugli secchi, cammino fra ciottoli e cartacce, lattine schiacciate, mi lascio alle spalle l’ammasso di ferraglia che ora dà sfogo ai clacson come in un concerto cacofonico e molesto. Sono protetta dall’unico albero superstite nella zona desolata antistante la strada e guardo da lontano il ganglio pulsante di lamiere: un uomo è sceso dalla sua auto e si avvicina alla mia Punto abbandonata, guarda all’interno, si guarda attorno, allarga le braccia, una donna si avvicina, anche lei guarda all’interno del mio veicolo, si guarda attorno e poi i due sono uno di fronte all’altra, si parlano, sono a circa due metri di distanza, poi lui le si avvicina, il corpo teso, le braccia rigide, pochi attimi in cui i due corpi sono tesi fino a che vedo il braccio destro dell’uomo che fulmineo si tende sferrando un pugno sul viso della donna che giace ora inerme sull’asfalto. Lui allora inizia a darle dei calci su un fianco, uno, due, finché un altro uomo lo afferra da dietro e insieme cadono sulla strada e avvinghiati si strattonano, si strappano i vestiti, uno morde l’altro ad un braccio. Altre persone scendono dalle auto, cercano di dividerli, alcuni tirando il primo, strappando il giubbotto di dosso all’uomo, l’altro allora infierisce ancora più forte con dei pugni al volto del trattenuto, che si getta a terra e viene sommerso dalle gambe e dai calci degli altri, che ora, in un groviglio di membra si avventano gli uni sugli altri in una confusione di corpi in cui non ci sono più distinzioni fra aggrediti e aggressori. Una donna si avvicina alla donna stesa, inginocchiata i due visi sono molto vicini, sembra sussurrarle qualcosa all’orecchio ma poi subito si rialza e inizia a sferrare forti calci alla testa della donna svenuta. Le auto lasciate accese continuano a emettere fumi venefici, l’aria è satura di veleno ed io continuo a guardare la scena compresa nel mio stato di grazia abitata dal Rumore. I miei occhi non riescono a staccarsi da quell’orgia di corpi in un girone infernale, sento che il Rumore si fa strada dentro di me e mi conduce alla beatitudine dell’orgasmo cosmico.

I giorni passano nell’attesa. Ma è un’attesa disperata. Ormai tutto si è compiuto. Mi sento un buco. No, non sento un buco dentro di me, mi sento io un buco. Una bestia che non smette di avere fame, che piano, con metodo, senza fretta, senza indugi, mangia, mangia, divora e non trovando nulla da mangiare divora sé stessa. Non ho più carne, né sangue, le ossa soltanto che fra poco saranno anch’esse sminuzzate e inglobate nel buco che sono diventata. Il rumore mi ha lasciata, abbandonata senza più ritorno. Una mosca volteggia sopra di me, affonda nel buco, il buco divora anche lei, strappa le ali e le zampe ad una ad una e poi il corpo. Sono quella mosca, sono il Buco.


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