di Samanta Galan Villa
traduzione di Valentina Cottini
copertina di Wenzel Hablik (Föhr, Sonnenaufgang, Winter)
Fuori la notte. Tengo le finestre chiuse perché ho paura che entri qualcosa. Il mio telefono non ha smesso di squillare. Sono quelli della banca. Domani devo pagare, ho già raddoppiato il mio debito con gli interessi. Sono stanco di inventare storie per svicolare dai loro interrogatori. Non ho soldi, non ho lavoro, mi hanno licenziato otto settimane fa.
Il mio battito è agonizzante. Ho fame e sonno. Voglio uscire un po’ e passeggiare per il parco. Lo faccio. Non vedo la strada da giorni, so che è stata una giornata calda perché l’asfalto è bollente. È mezzanotte. La mia testa è un nido di ragni. Piccoli, minuscoli e ammassati. Così i miei pensieri.
Fino a me viene il ricordo di Julia. Le sue mani magre e morbide e anche la sua voce aspra quando mi ha detto che era stanca della monotonia, della mia mancanza di impegno, del mio atteggiamento insopportabile, di lasciare le cose a metà. I miei pensieri-ragno che si arrampicano sulle pareti dell’appartamento riempiendolo di un fumo asfissiante.
Cammino senza pensare, non vedo dove. Guardo le stelle e ricordo che sono mappe, che se le segui ti guidano a una destinazione. Sento delle risate. Due figure si muovono davanti a me, correndo e saltando, prendendosi per le mani poi lasciandosi di nuovo. Ora si inseguono, giocano ad acchiapparsi. Sono loro, il Diavolo e la Morte.
I due pazzi risplendono di luce propria, tanta è la loro felicità. Non gli importa di nulla, non hanno banche alle calcagna né ricordi che gli offuschino lo sguardo. Corrono e ridono. Sempre sorretti dall’amore universale, da quel flusso della vita che dà a ciascuno ciò che merita. Così dicono, insomma.
Il Diavolo e la Morte indossano soltanto una specie di camicione che copre le loro miserie. Così liberi, così interi. Entrambi senza capelli, sorridenti. C’è chi dice che si siano conosciuti per un caso del destino, camminando senza cercarsi ma coscienti che destino era incontrarsi, come no. Si sono conosciuti, insomma, e così hanno deciso di restare insieme. Di essere complici nella giungla vergine che è la strada e condividersi senza limitazioni, né paure, angosce. Senza pensare a un domani che può arrivare o meno e poco importa se arriva.
Altri assicurano che stanno insieme dall’infanzia e che sono fratelli. Che i genitori li hanno lasciati orfani e che hanno imparato a sopravvivere appoggiati l’uno sull’altra. Aprendosi alla vita, all’amore, al sesso, uno davanti all’altra come uno specchio, come un’ombra che non scompare nel buio.
Io non scarto questa teoria perché, se gli si presta attenzione, se si decide di non guardare altrove per negare il mondo ai barboni, ai miserabili, si può notare che i loro lineamenti in qualcosa si somigliano. Occhi distanti, naso affilato, bocca regolare ma sporca, sempre aperta a mostrare i denti gialli e una lingua quasi nera.
Il Diavolo e la Morte si rincorrono per il parco, non gli importa di nulla se non di se stessi. Il Diavolo allarga le gambe e molla un’enorme cacca sulla pavimentazione del parco. Allarga le gambe, compie l’urgenza di ogni essere umano, di ogni cosa viva e se ne va, con salti e grida di allegria.
Sento disgusto, ma non per la sua azione ripugnante. Mi da la nausea quella complicità, l’allegria quasi volgare, come se stessero ridendo di me: un uomo che è andato all’università e ha studiato come contabile. Che ha lavorato undici anni nello stesso ufficio, facendo straordinari per compiacere, per essere considerato, per ingraziarsi i revisori dei conti. Che un giorno conosce una donna e si innamora perdutamente e sa che non vedrà mai più il mondo con gli stessi occhi, perché il corpo di lei è polimorfo e sarà una sedia, un ponte, la chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Ma lo scorrere del tempo che tutto svela e che tutto logora, finisce per guastare la luce così intensa dei primi incontri finché la monotonia corrompe il vincolo. E un giorno la donna è davanti a te e dice che se ne va, è esausta, non c’è niente da fare, ne ha abbastanza.
Allora smetti di lavorare, bevi e fumi alle otto del mattino. Non vuoi uscire, non c’è niente che valga la pena. Ti dimentichi che hai dei bisogni, che hai debiti con le banche che devi saldare perché loro molto gentilmente ti hanno concesso un prestito per un’auto di media cilindrata che hai sfasciato poco dopo averla acquistata una notte che eri sbronzo. Che hai prosciugato anche la carta di credito perché volevi arredare l’appartamento che condividevi con l’amore della tua vita, pensando che lì avreste cresciuto i vostri figli e, un giorno, magari, ci avreste trascorso la vecchiaia insieme. Il telefono squilla e tu impazzisci, di dolore, di ansia, di paura.
Il Diavolo e la Morte ballano tenendosi per mano, senza accorgersi di me che li guardo o di qualunque altro testimone. Gli importa poco o niente. Niente sanno delle disgrazie del mondo, di quanto sia insopportabile una vita media, la vita di un essere umano qualunque rinchiuso in casa sua a mezzanotte.
Li guardo da lontano ed è come se qualcosa mi ribollisse dentro. L’urgenza che nessuno abbia, se io non ho. Che, se io sono miserabile, il mondo intero debba esserlo: un perdente, un fallito, un incompleto. Posso sentire chiaramente il modo in cui mi si pianta nel cervello il seme dell’odio e so che non c’è nulla che vi possa crescere con maggiore facilità. Credo che innaffierò questo seme con affetto, con cura, nella speranza che mi dia il trionfo di strappare a qualcuno ciò che più desidera. Guardare la sventura e che magicamente torni in me la voglia di essere qualcuno. Essere, insomma, un figlio di puttana.
Mi giro e me ne vado. Non affretto il passo. Guardo le case, i palazzi, l’illuminazione pubblica. Torno all’appartamento e penso a Julia. Penso che la notte è lunga, che sono stanco, che sono triste. Accendo una sigaretta e disegno forme nell’aria. Trovo volti e nomi che svaniscono in pochi secondi. Fumo fino ad addormentarmi.
Il telefono squilla. Tutto il giorno squilla. Sono quelli dell’agenzia del recupero crediti, ma non ho voglia di inventare scuse. Ho fame e sete. Il pavimento è seminato di mozziconi; accanto a me, un paio di bottiglie vuote di rum. Provo ad alzarmi, ma ho la nausea. Puzzo, non mi lavo i denti né faccio una doccia da tre giorni. Il telefono squilla. Ho paura di non rispondere, che mi pignorino tutto e di perdere quel poco che mi resta.
Appoggio la schiena alla parete. Suppongo sia mezzogiorno perché dalla finestra intravedo il sole al culmine della sua inclemenza. Bussano alla porta, con il pugno bussano alla porta. Con un movimento rapido mi rannicchio, raggomitolandomi come le lumache quando ci si butta sopra un po’ di sale. Il cuore mi batte più forte e più forte tuntuntuntuntuntuntuntuntun. Sono ancora vivo. Dall’altro lato della porta qualcuno dice il mio nome, ma non lo riconosco.
Con tutte le mie forze desidero di stare da un’altra parte. Chiudo gli occhi e immagino di entrare in un angolo piccolo della mia mente. Uno a cui nessuno, tranne me, ha accesso. Lì non esiste il suono. Non ho nemmeno fame né dolore perché scompare il corpo. Non esiste il tempo, solo una parete bianca e brillante. Inalo ed esalo, lentamente.
Mi sono addormentato o così suppongo. Forse sono svenuto? Che importa, non noto differenza tra un fatto e l’altro. Fuori è già notte, di nuovo si è fatto buio. Il telefono non squilla più. Nell’appartamento è il silenzio. La sete è insopportabile. Vado in bagno e bevo direttamente dal lavandino. L’acqua ha un cattivo sapore e mi peggiora la nausea. Ho bisogno di alcol.
Controllo le bottiglie accanto a me, sperando che qualcuna ne contenga ancora un po’, quanto basta per calmare la mia ansia. Nulla. Vado in camera e controllo le tasche degli altri pantaloni, logori e sporchi come quelli che indosso. Trovo una banconota sgualcita. Un miracolo, abbastanza per comprare un’altra bottiglia e qualche sigaretta. Cammino verso la porta e trovo un foglio. Lo hanno infilato sotto. È un biglietto del mio padrone di casa. Devo riconsegnare l’appartamento entro tre giorni per il mancato pagamento dell’affitto. Appallottolo il foglio e lo butto. Allaccio le scarpe e vado al negozio di liquori che si trova a tre isolati di distanza.
Quando torno, bevo direttamente dalla bottiglia. Non so dove andare. I miei genitori sono morti quando ero bambino e la zia che mi ha cresciuto ora vive in una casa di riposo pagata dai miei cugini. Non ho un posto dove andare. Sorrido. Caccio fumo dal naso e sorrido. Penso al Diavolo e alla Morte e torno a sentire nel mio cervello atrofizzato il seme dell’odio.
Provo a immaginare un modo per separarli. Forse potrei regalare a uno di loro un oggetto che possano considerare un lusso. Farli litigare, che la forza dell’ambizione li corrompa, ma presto arrivo alla conclusione che è impossibile. Esiste qualcosa, in quella loro follia, che li porta allo stato infantile più puro. Dove non c’è avidità, tutto può essere condiviso. Penso al fatto che forse la follia e l’infanzia hanno la stessa radice.
Mi fa male la testa, ma non nel modo comune. È come se il mio cranio stesse in mezzo a due enormi pietre sul punto di scontrarsi tra loro. Bevo dalla bottiglia e sorrido. Mi sento bene, per un momento dimentico dove sono e ciò che ho perso. Il Diavolo e la Morte devono essere svegli, a cercare cibo nella spazzatura. A vivere una vita notturna e puerile.
Ho ancora oltre la metà del rum nella bottiglia. Mi alzo e cammino verso la strada. C’è pochissima gente a quest’ora nei giorni infrasettimanali. Il cittadino medio sta riposando, ricarica le forze per rispettare l’orario di lavoro domattina. Bada ai figli o alle faccende domestiche. Penso che Julia sia una di quelle persone, che stia dormendo da sola. No, con qualcuno.
Arrivo al parco ed ecco il Diavolo. È solo, siede su una panchina e disegna qualcosa sull’asfalto con l’indice della mano destra, come Cristo quando salvò la Maddalena. Fortuna, magari un altro miracolo.
Mi fermo davanti a lui, ma non si volta, non si scompone. Continua a dipingere figure impossibili. Ha un cattivo odore, ma non tale da allontanarmi. Mi siedo accanto a lui e gli chiedo: Ne vuoi? Solo allora si volta a guardarmi, con gli occhi grandi e puliti. Sorride e prende la bottiglia. E la tua amica? chiedo. È andata di là, risponde e indica con lo stesso dito che teneva sull’asfalto verso un punto del parco. È andata a dormire perché è stanca.
Fa un sorso dalla bottiglia e si schiarisce la voce. Allunga la mano per restituirmela, gli dico che va bene e che può bere ancora. È tua sorella? domando. Sì, ma è anche mia mamma e mia moglie e mia figlia. È andata di là, indica di nuovo. Mi metto a ridere e riprendo la bottiglia per fare un sorso.
Continuiamo a bere e gli chiedo se ha fame, mi risponde di no, che ha mangiato qualcosa che non riesco a capire. Lo guardo attentamente, senza giudizio. Ha il naso pronunciato, ma sottile. Gli occhi grandi come le ciglia. So che non ho mai ascoltato una voce più innocente, nemmeno sulle labbra di un bambino. Gli dico di bere ancora, che può tenersi la bottiglia intera. Gli offro una sigaretta e dice che non fuma. La bottiglia invece la accetta e beviamo come due vecchi amici che si sono appena ritrovati.
Non capisco del tutto le sue frasi, ma so che la Morte è stata male perché ha avuto un aborto. Il Diavolo spiega che il grembo della sua donna, sorella, madre e figlia è stato gonfio per un periodo e che poi un giorno è uscito del sangue e un piccolo involucro che hanno buttato in un bidone della spazzatura. Che, da allora, la Morte ha sbalzi d’umore improvvisi, è triste e stanca e che lui non sa cosa fare.
Lo ascolto con attenzione e non posso fare a meno di sorridere e inebriarmi della sua miseria, al pensiero che abbiamo tutti un maledetto macigno addosso. Bevo e fumo con gratitudine. Penso che non ho più nulla da fare lì, che è il momento di tornare a riposare per i giorni che mi restano nell’appartamento. Mi alzo. Voglio dirgli che me ne sto andando, che è stato un piacere, che uno di questi giorni tornerò a trovarlo, ma lui si alza con un balzo e guarda verso il punto che aveva indicato con il dito.
Una figura si fa strada. È la Morte che si sfrega le mani e sorride. Si avvicina e mi guarda con diffidenza, come l’intruso che sono. Non so se sia la luce dei lampioni, la mia tristezza, la mia brama di toccare una donna, ma mi appare come una vergine appena consacrata. Luminosa, fragile. Dietro quegli stracci, ora lo vedo, si nasconde una figura splendida. Seni grandi, forse a causa della recente gravidanza.
Dammi, dice, e mi allunga la mano. Il Diavolo si è appena scolato quello che rimaneva del rum. Scoppia a ridere, abbraccia lei e poi me. Davanti a noi improvvisa una sorta di ballo, quasi una performance di danza contemporanea. L’alcol mi dà alla testa e mi mantiene tranquillo, compiacente, sereno. Ma la Morte ci guarda con disprezzo e in un attimo tira un calcio nel culo del Diavolo.
Non posso fare a meno di sorridere e indietreggio, per precauzione. Il Diavolo non la prende bene, d’altronde chi la prenderebbe bene? Non che i pazzi sopportino meglio le botte. Si ferma. Per un secondo, vedo negli occhi di quel santo rapace l’ombra del vero diavolo. Non si trattiene; spinge la Morte e la sbatte a terra. Le solleva il camicione e la penetra senza pietà, come un animale imbestialito. Le gambe della donna hanno ancora del sangue secco. Grida e scalcia, come ha fatto per anni.
Accendo una sigaretta e mi giro. Li lascio lì, nell’angolo del parco. A vivere la vita che avevo desiderato.
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