La stanza dello specchio

di Diego De Angelis
copertina di Louis Wain



In dimensione quattro accade che due oggetti siano identici per la topologia e inconciliabili per la struttura liscia. Chi tenti di costruire tra loro una trasformazione regolare scoprirà che il passaggio non esiste.


A. Scorpan, The Wild World of 4-Manifolds

A quel tempo, parlo degli anni Sessanta, succedevano cose strane un po’ dappertutto – lo so perché me l’hanno raccontato, io non c’ero ancora – ma la gente aveva altro da fare. C’erano fabbriche nuove, strade che odoravano d’asfalto fresco, frigoriferi all’americana comprati a rate, e tutti correvano dietro a qualcosa. Di tre fatti, però, si parlò parecchio. In Abruzzo c’era una fontana che rispondeva alle domande, sempre con la stessa risposta. Nel Cuneese, certe galline facevano uova con le date scritte sopra. E qui da noi, al bar Aurora, venne fuori lo specchio. Durante i lavori di rinnovamento del locale, penso fosse il ’67 o giù di lì, trovarono una stanza senza finestre, che pareva fosse stata nascosta apposta, con l’ingresso murato dietro una parete di mattoni forati. Dentro non c’era nulla, a parte un grosso specchio con una cornice dorata, arzigogolata, piena di foglie, riccioli e grappoli d’uva, come certi mobili finti antichi che nei bar di una volta servivano a dare un’idea di lusso. La doratura era saltata in più punti e sotto si vedeva il legno scuro, quasi nero. Al primo muratore che scoprì la stanza, e quindi lo specchio, venne uno sciopon. Era un siciliano di trent’anni, abbronzato, robusto, uno di quelli che salivano sulle impalcature con la canottiera bianca e la sigaretta dietro l’orecchio, bello come Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio. Nel vetro però non vide quel bel corpo lì, ma un vecchietto magro, flaccido, quasi risucchiato dentro i suoi stessi vestiti. Erano gli stessi abiti che portava lui, solo che stavano larghi in un modo brutto, come se qualcuno avesse tolto l’uomo da dentro e lasciato il resto appeso.

Secondo il professor Mandelbaum di Zurigo, lo specchio rifletteva una probabilità ottica estrema, interpretabile come futuro. Per padre Balestrini non mostrava niente che Dio non avesse già visto; alcuni ricercatori canadesi sostenevano invece che la stanza fosse sensibile al metabolismo del collagene. Il barista di allora lo considerava soprattutto un’ottima occasione per trasformare il locale in una miniera di lire.

Per qualche anno vennero tutti: scienziati, preti, giornalisti, sensitivi, curiosi, malati, fidanzati che volevano sapere se sarebbero invecchiati insieme. Nessuno capì niente, ma quasi tutti ordinarono qualcosa: caffè corretti alla sambuca, cappuccini con molta schiuma, cedrate Tassoni, spume bionde, tramezzini al prosciutto cotto con la maionese che usciva dai lati, Fernet alle dieci del mattino.

Per un po’ il quartiere fu uno dei centri del mondo. C’erano tavolini occupati da studiosi con le cartelle di cuoio, comitive di fedeli con i santini nel portafoglio, troupe televisive, vedove vestite di nero, ragazzi venuti per fare gli spiritosi e uomini che, dopo essere usciti dalla stanza, non dicevano più una parola.

La prima commissione ministeriale propose di smontare lo specchio e trasferirlo provvisoriamente all’Istituto di Ottica di Arcetri. La proposta durò tre giorni. Il quarto, la Curia espresse parere contrario: l’oggetto non poteva essere separato dalla stanza senza offendere “il sentimento religioso, o parareligioso, della popolazione”. Con l’interessamento della Democrazia Cristiana, la legge 18 novembre 1967, n. 904, dichiarò infine la stanza “luogo di particolare custodia civile”, sottoposto a vincolo permanente.
Per una decina d’anni il vincolo fece la fortuna dell’Aurora. I proprietari di allora, i fratelli Borghi, capirono presto cosa fare. Non aumentarono il prezzo dell’ingresso, perché ufficialmente un luogo di quel genere non poteva avere biglietto; però misero l’obbligo della consumazione, poi certi pacchetti per le comitive, con caffè, tramezzino e visione.

Andò bene. I Borghi comprarono prima l’appartamento sopra il bar, poi due negozi nella via laterale, poi una palazzina a Cesenatico, una casa bassa a Marotta, un terreno dalle parti di Numana. A sentirli parlare, pareva che avessero solo lavorato tanto. E in effetti lavoravano tanto: dalle sei del mattino a mezzanotte, tra cappuccini, pianti e pellegrini che uscivano dalla stanza con una faccia così vecchia che non serviva più guardare nello specchio.

Ma anche il sacro può smettere di stupire le coscienze degli uomini e, di conseguenza, di fare notizia. Successe verso la metà degli anni Settanta, quando la gente cominciò ad avere altre paure. C’erano bombe nelle stazioni, funerali in televisione, comunicati letti con la voce tetra. Uno specchio che mostrava la vecchiaia faceva meno impressione, in un tempo in cui molti non erano sicuri di arrivare alla settimana dopo.

Così le code si accorciarono, gli scienziati smisero di venire, i fedeli trovarono altri segni, meno angoscianti. I giornalisti tornarono ogni tanto, nelle estati senza notizie, con servizi intitolati Il mistero della stanza resiste o Lo specchio è ancora qui.

Negli anni Ottanta, poi, cambiò proprio l’aria. Si voleva restare giovani il più a lungo possibile, o almeno sembrarlo sotto le luci giuste. Quindi aprirono discoteche fuori città, sale giochi con i cabinati americani, videonoleggi, palestre con i vetri fumé. La gente cominciò a spendere soldi per tenere l’invecchiamento fuori dalla vita. Il bar Aurora restò lì, con il suo specchio vincolato e i suoi tramezzini sempre più rinsecchiti.

Quando Gavino trovò casa al primo piano del palazzo dell’Aurora, i prezzi erano tornati normali, anzi un po’ più bassi che in centro. La gente non faceva più la fila per lo specchio e di notte, sotto i portici, restavano solo i motorini sfasciati e i sacchi della plastica del rusco. Aveva finito l’università da anni, poi era rimasto in città senza deciderlo davvero. Una cosa tira l’altra, si dice in questi casi, e nel suo caso le cose erano state poche: un concorso lasciato a metà, due fidanzamenti finiti senza tragedie, poi quel posto al giornale, sport locale, dove scriveva di promozione, pallamano, tornei estivi e certe partite di calcio in cui sperava di scoprire qualche futuro campione prima degli altri colleghi. Il bar, intanto, era passato di mano diverse volte: dopo i Borghi erano arrivati alcuni soci litigiosi, poi una gestione che aveva provato a farne un wine bar ed era durata nove mesi, infine i Chen. Il nuovo proprietario si chiamava Xi Jie, ma tutti lo chiamavano Luciano, anche perché era stato lui a presentarsi così il primo giorno, quando aveva capito che nessuno, nel quartiere abitato per lo più da pensionati, sarebbe riuscito a dire il suo nome senza farsi venire una paralisi facciale.

Ma da quando abitava sopra il bar, Gavino aveva cominciato anche a interessarsi alla topologia, cosa che avrebbe fatto ridere i suoi vecchi insegnanti, perché a scuola, nei compiti sullo studio di funzione, arrivava al sei solo quando il professore era di buon umore. Era cominciata una mattina di marzo, quando al bar si presentarono tre matematici dell’Università di Ferrara: due uomini con gli zaini tecnici e una donna molto giovane, che parlava poco e fotografava gli angoli della stanza.

Rimasero all’Aurora due giorni. Presero misure, fecero domande a Luciano, controllarono le vecchie planimetrie, discussero a bassa voce davanti allo specchio senza mai guardarlo. Alla fine se ne andarono lasciando su un tavolino una cartellina di cartone, con alcune pagine stampate male e il timbro del Dipartimento di Matematica.

Gavino la trovò la sera, mentre aiutava Luciano a impilare le sedie. Sopra c’era scritto: Osservazioni topologiche preliminari sul fenomeno stanziale del bar Aurora. Gli sembrò un titolo insieme ridicolo e occulto, come molte cose che riguardavano quella stanza.

Il gruppo di Ferrara aveva provato ad affrontare il problema dello specchio senza parlare di anime, destino o apparizioni mariane; l’ipotesi era che lo specchio non mostrasse il futuro, ma una relazione tra forme. Gavino non capiva quasi niente, però alcune parole gli restarono addosso, come omeomorfismo, struttura liscia, forme esotiche. Soprattutto forme esotiche: la parola “esotica” gli faceva venire in mente le spiagge dei tropici.

Una cosa, diceva la relazione, può essere la stessa cosa in un senso e un’altra in un altro. Vista da vicino, continua ad assomigliare a se stessa. Presa tutta insieme, invece, rivela una differenza che non si riesce più a correggere. Gavino pensava che lo specchio dell’Aurora funzionasse così. Chi entrava vedeva una persona che era ancora lui, certo, con lo stesso naso, la stessa fronte, la stessa piega della bocca; eppure mancava il passaggio. Era come saltare da una riva all’altra senza ricordarsi il ponte.

Aveva cominciato a cercare per conto suo. Guardava video su YouTube con titoli come Exotic Phenomena in Dimension Four, leggeva discussioni su Reddit in cui americani insonni litigavano su parole che lui non sapeva pronunciare, andava ogni tanto a sedersi in fondo a un’aula dell’università, facendo finta di aspettare qualcuno. A poco a poco si era fatto una piccola cultura, disordinata e forse inutile, che alimentava con giri in biblioteca, da cui usciva carico di libri troppo difficili.

Quei libri se li portava al bar. Si sedeva vicino all’ingresso della stanza, al tavolino da cui si vedevano sia il banco sia la porta del Privato, e leggeva finché Luciano non lo chiamava.

«Gavino, c’è uno che non si sente bene.»

Allora Gavino chiudeva il suo libro sulle varietà a quattro dimensioni1, pieno di figure che a Luciano sembravano scarabocchi fatti da un geometra ubriaco, si alzava e prendeva la valigetta da sotto la sedia. Luciano lo chiamava “l’assistente dello specchio”, ma non c’era niente di ufficiale; nessuno gli aveva fatto firmare un contratto: una volta aveva aiutato una donna che tremava, un’altra aveva accompagnato fuori un ragazzo che non riusciva a respirare, poi qualcuno aveva cominciato a cercarlo quando le persone uscivano male dalla stanza. Strano a dirsi, tutti sanno che prima o poi devono sparire, o diventare una massa di cellule che si tengono insieme per miracolo.
Gavino, però, nello specchio non si era mai guardato davvero. Entrava di lato, teneva gli occhi sulla persona che accompagnava, sulla sedia di plastica, sulla cornice dorata, sul pavimento. Se proprio il vetro gli restituiva un pezzo della sua figura, lui spostava subito lo sguardo. Diceva a se stesso che era prudenza professionale, in realtà aveva paura.

Nella valigetta c’erano fazzoletti, una bottiglietta d’acqua, bustine di zucchero, un misuratore di pressione e alcuni blister di benzodiazepine, soprattutto diazepam o lorazepam.

Col tempo, Gavino cominciò a riconoscere alcune categorie di visitatori, come faceva nei campionati minori con il terzino troppo irrequieto o il centravanti senza cattiveria.
C’erano, per esempio, i fidanzati. Arrivavano quasi sempre ridendo, con l’idea che lo specchio potesse confermare che sarebbero invecchiati insieme, che uno avrebbe sopportato l’altro, che la vita, tutto sommato, avrebbe avuto la buona educazione di non rovinare troppo i lineamenti. Una volta vennero due ragazzi di Modena, già con la data del matrimonio fissata e le partecipazioni ordinate. Chiesero di entrare insieme, mano nella mano, come per una fotografia.

Restarono dentro poco. Quando uscirono, lei era commossa, con gli occhi lucidi e una specie di gratitudine addosso. Disse di aver visto due vecchi seduti vicini, ancora insieme, ancora vivi, e sulla propria mano una fede ormai troppo larga. Lui, invece, non disse niente. Non era pallido come quelli che vedevano il vuoto, né disperato come quelli che vedevano una malattia. Gavino capì che non aveva avuto paura della morte, ma di lei. Non della ragazza che gli stava accanto in quel momento, col vestito chiaro e i capelli raccolti, ma della donna vecchia che lo specchio gli aveva messo vicino: curva, gonfia, con il collo molle, una camicetta a fiori che lei disse ridendo che non avrebbe mai comprato. Lei capì subito. Non gli chiese che cosa avesse visto, perché era stata lì dentro con lui. Forse nello specchio lui non aveva visto la vecchiaia di entrambi, ma il giorno in cui avrebbe smesso di perdonare alla sua il fatto di essere diventata visibile. Uscirono separati, a cinque passi di distanza. Luciano disse che almeno avevano pagato due cappuccini e una pasta. Molti anni dopo Gavino scoprì che lui era finito a Cuba, dove gestiva un bar per turisti italiani e si faceva fotografare con camicie aperte, donne giovani e bicchieri pieni di cose colorate. Di lei non seppe quasi niente.
C’erano poi quelli che non vedevano alcunché. Erano i più difficili, chiedevano di rientrare, di accendere meglio la luce, di pulire il vetro, di mettersi di profilo. Un ragazzo di diciannove anni, venuto con tre amici dopo una festa, uscì dicendo che lo specchio era una truffa. Aveva una risata sguaiata, ma intanto si teneva una mano alla gola, come se vi fosse rimasto incastrato qualcosa. Gli amici smisero di ridere uno alla volta e Gavino gli diede acqua e diazepam. Il ragazzo chiese se poteva tornare il giorno dopo, magari da sobrio.

«Fallo se vuoi, ma non cambierà nulla.»

«Ma tu cosa ne sai, oh? Lo so chi sei, vecchio. Tu al massimo mi scrivi le pagelle della Real Budrio e del Castenaso.»

Decisero di murare la stanza dopo che un uomo si buttò sotto un regionale notturno diretto verso il mare. Si chiamava Roversi, aveva cinquantadue anni, era entrato allo specchio nel pomeriggio e nessuno seppe mai che cosa avesse visto. Il problema, più che la morte, fu la parentela: Roversi era zio di un deputato del partito di governo. Da quel momento lo specchio, che per anni era stato una stranezza, diventò una minaccia alla salute pubblica, alla famiglia, alla libertà di non sapere e ad altre cose che fino al giorno prima nessuno aveva pensato di difendere.
Il vecchio vincolo del 1967, che aveva impedito per decenni di spostare lo specchio, fu interpretato finalmente nel modo opposto. Non si poteva toccare la stanza, dissero, e dunque bisognava conservarla nella sua integrità sottraendola all’accesso del pubblico. Nell’ultima settimana di apertura della stanza ci fu un ritorno ai vecchi fasti. Tutti volevano specchiarsi prima di non averne più la possibilità. Arrivarono persone da Milano, da Zurigo, da Bari, perfino dall’Ecuador, almeno così disse Luciano, anche se poi si scoprì che erano ecuadoriani ma abitavano a Imola.

L’ultimo giorno si presentò una ragazza. Era di una magrezza che faceva dolore, aveva una lunga maglia grigia che le arrivava alle mani e due occhi grandi, blu, di quel blu che negli adulti mette a disagio perché sembra appartenere ancora ai bambini. Si sedette al tavolino accanto a Gavino e aspettò il suo turno senza guardare niente di particolare.

Gavino la accompagnò, come faceva con quelli che Luciano gli indicava con uno sguardo. La porta della camera si richiuse alle loro spalle e il rumore del bar diventò subito più lontano. Nella stanza c’era odore di muro umido e di polvere vecchia. La lampadina pendeva dal soffitto con un filo nero, dentro un paralume di vetro opaco ingiallito. Una sedia di plastica stava contro la parete, sotto un calendario fermo a un mese di molti anni prima. Lo specchio era appoggiato al muro di fondo, leggermente inclinato, con la cornice dorata che sembrava più grande della superficie riflettente, tutta riccioli, foglie e frutti anneriti.

La ragazza si mise davanti al vetro.

Per qualche secondo non accadde niente, o almeno così parve a Gavino. Vedeva soltanto la donna di spalle, con le scapole appuntite sotto la maglia, i capelli raccolti male e le mani lungo i fianchi. Poi lei si tirò su le maniche. Sulle braccia aveva vecchie cicatrici sottili, chiare, quasi ordinate. Gavino abbassò lo sguardo per pudore; lei continuò a guardare lo specchio, sorridendo.

Gavino fece un passo avanti.
Nel riflesso era più vecchia e più pesante, ma soprattutto occupava lo spazio in modo diverso, come se il corpo avesse imparato a sostenere il proprio peso. Aveva braccia piene, un collo morbido, fianchi larghi sotto una camicia chiara; il viso era segnato, ma non disfatto; i capelli erano lunghi, striati di bianco.
Sorrideva e si sfiorava il mento, seguendo con le dita una piega che sulla sua pelle ancora non esisteva. Poi si strinse le braccia con dolcezza, come per sentirne il peso.

«Sono bella.»

Gavino non rispose subito. Aveva visto centinaia di persone uscire dalla stanza devastate dal proprio futuro; altre, invece, ne uscivano quasi sollevate. C’era chi si consolava perché avrebbe conservato i capelli, chi perché non avrebbe avuto la schiena troppo curva, chi perché non avrebbe perso troppi centimetri d’altezza. In lei c’era qualcosa che non aveva mai visto: la certezza che un giorno il corpo potesse smettere di essere un nemico.

Gavino fece un passo avanti per vederla meglio. Vide le braccia piene, il viso largo, le palpebre un poco cadenti, la pelle segnata senza cattiveria. Le cicatrici c’erano ancora, ma erano molto meno evidenti.

«Sì.»

Allora lei sorrise di nuovo, e fu in quel momento, forse per seguire il sorriso, forse perché aveva fatto mezzo passo di troppo, che Gavino infranse senza accorgersene l’essenziale regola che si era dato per anni: vide se stesso.

Non accadde niente.

Questa fu la prima cosa che pensò: non accadde niente. Nello specchio c’era Gavino, con la stessa giacca scura, la stessa camicia stropicciata, la stessa valigetta nella mano sinistra. La faccia era quella che si vedeva ogni mattina nello specchio del bagno, quando si radeva male con la promessa di comprare una lampadina più luminosa. Una faccia né più vecchia né più giovane.

La ragazza si era tirata giù le maniche e guardava ancora la donna futura con una gratitudine educata. Gavino, accanto a lei, continuava a essere Gavino. Quarantasei anni, forse quarantasette, difficile dirlo anche dal vivo. Un uomo non finito e non promettente, fermo in una stanza che stava per essere murata.

Pensò che forse lo specchio, con lui come con tanti, si fosse guastato. Oppure che gli stesse annunciando una morte vicina. Gli venne anche il sospetto che non ci fosse nessuna differenza da mostrare, che il tempo su di lui avesse già fatto tutto quello che doveva fare. Ma l’idea non riusciva a convincerlo del tutto.

«Magari è una fortuna», suggerì lei.

Avrebbe voluto crederle. Guardò l’uomo nel vetro, con la valigetta in mano e la porta alle spalle. A prima vista era identico a lui. Eppure qualcosa non tornava. La mano che stringeva la valigetta sembrava meno stanca; il respiro, forse, aveva un altro ritmo. Poi si accorse che, nello specchio, il colletto era sbottonato. Si portò una mano alla gola. Il colletto che sentiva sotto le dita era perfettamente in ordine.

Per un istante ebbe l’impressione che l’uomo al di là del vetro fosse in attesa. La ragazza gli sfiorò il gomito e spezzò qualcosa che stava per formarsi.

«Andiamo?»

Gavino distolse gli occhi e, quando uscì dalla stanza, non si voltò più.


Non conoscevo Gavino, ma abito nel suo vecchio appartamento. Dopo quel giorno, in cui vide l’altro allo specchio, decise di prendere il poco che aveva e andarsene lontano dalla città che aveva sempre abitato. Sulla scrivania del soggiorno trovai un manuale di matematica, aperto su un paragrafo sottolineato a matita. Accanto c’era un quaderno a righe.

La prima pagina cominciava così:

A quel tempo, parlo degli anni Sessanta, succedevano cose strane un po’ dappertutto…


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  1. Alexandru Scorpan, The Wild World of 4-Manifolds, American Mathematical Society, Providence, 2005. Il volume, che Gavino non terminò mai, ebbe comunque su di lui l’effetto di certi libri difficili: gli fece credere che alcune cose incomprensibili fossero incomprensibili per ragioni serie. ↩︎

1 Comment

  1. Un racconto che invita a guardarsi dentro, oltre le apparenze, e a riflettere su quanto sia difficile, a volte, riconoscere davvero noi stessi. Perché gli specchi non restituiscono soltanto la nostra immagine, ma anche le nostre fragilità, i nostri dubbi e le verità che spesso fatichiamo ad accettare. Una lettura che lascia spazio alla riflessione anche dopo aver terminato le ultime righe.

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