L’incubo

di Teresa Petrone
copertina di Louis Wain


Un uomo nella testa, era. Un uomo era che mi sudava nel cervello. Gocce di testosterone si attaccavano ai miei neuroni, modificando sinapsi, corrompendo legami, corrodendo memorie; martellava la tempia con un pugno di diamante non ancora raffinato, ferroso, ancora attaccato alla roccia che lo artigliava, il diamante. Male. Mi faceva male nella testa, l’uomo che colpiva. Il cranio crocifisso dai colpi dell’uomo sudato. Non era una camera anecoica la calotta cranica, e mi faceva male e sentivo l’eco di ogni colpo che colpiva dell’uomo che sudava. Aderiva alle pareti, l’eco. E colpiva, colpiva, come il ferro su pietra, e spargeva schegge di paure e ossessioni. Colpiva, l’uomo, e mi fracassava la testa e mi diceva tu non puoi.

Una goccia era, gravida d’acqua alla base del filtro del rubinetto, che non mi faceva dormire. Non potevo dormire perché la goccia cadeva e risuonava nel pugno di diamante dell’uomo nella testa. Volevo dormire ma una goccia cadeva e non potevo dormire. Nel guscio calcificato del mio cranio si formava l’immagine inconsistente della goccia sul filtro del rubinetto che lentamente si gonfiava e prendeva volume inseminata da se stessa; da se stessa traeva piacere senza penetrazione fino a staccarsi, sconfitta si abbandonava raggiungendo le sorelle ricongiunte alla goccia madre sul fondo del lavandino, e poi la goccia madre poteva diventare una pozza, poi un lago, poi un mare dolce e traboccare dal lavandino e allagare tutto il bagno e poi la casa e scorrere e travolgere tutto e tutti gli alberi le case le persone ma non lo doveva fare perché l’acqua deve stare al suo posto chiusa dentro il rubinetto del lavandino, può uscire solo se glielo permettiamo, la dobbiamo controllare l’acqua e se c’è una perdita va chiuso il rubinetto e se l’acqua continua a scendere allora chiama l’idraulico che c’è un problema. È un problema se l’acqua non sta al suo posto. Allora nel gusciocranio l’ombra cambiava e la goccia che si lanciava non era più chiaratrasparente e piena del suo piacere. Sporca era, biancolatte e viscida dell’umore trasudato dell’uomo nella testa. Era un suono continuo nella testa che non conciliava il sonno, non coincideva con il sonno, non coincide, non coincido.

Ma volevo dormire, ma la testa mi faceva male, ma non volevo alzarmi, ma la goccia cadeva e l’uomo martellava, allora mi alzavo dal letto e non sentivo il freddo attorno o sotto i piedi nudi o l’aria che spostavo con i movimenti del corpo o la pesantezza del mio corpo non ancora teso o i muscoli che non volevano contrarsi. Non ero corporea. Insensibile mi alzavo e andavo a chiudere il rubinetto dell’acqua perché l’acqua deve essere controllata perché se non la controlli c’è un problema e i problemi sono un fastidio perché non rientrano nell’ordine delle cose – qual è l’ordine delle cose?

Mia sorella ancora dormiva, lei non la sentiva la goccia che cadeva e scombussolava l’ordine delle cose o l’uomo nella testa che diceva tu non puoi, lei dormiva e andava tutto bene e io non facevo rumore per non svegliare lei.

No.

Io non facevo rumore per non svegliare mio padre che dormiva nella camera di fronte alla mia e vicino a lui dormiva mamma ma in realtà mamma non dormiva perché papà russava forte, come un trapano, come un pugno di diamante che colpiva alla tempia di mamma, e poi alla mia e mia sorella non lo sentiva e mamma non diceva niente perché papà doveva dormire perché – perché lui è maschio – domani doveva svegliarsi presto per andare a lavoro.

Mi alzavo dal letto e fluttuavo sul pavimento ma camminavo anche se non percepivo la tensione muscolare e il piede aderire al pavimento e la spinta del corpo che avanzava. Ma c’era il pavimento freddo, e la parete damascata del corridoio e la luce arancione che accendeva mia madre per scongiurare la paura del buio. C’era tutto, lo vedevo, ma la goccia cadeva e l’uomo batteva e io ero anestetizzata e fluttuavo anche se camminavo.

Camminavo e la goccia cadeva ma il martellodiamante era nella testa e cadeva e batteva e allora poggiavo il piede a terra, poi alzavo l’altro piede e la goccia cadeva e il piede toccava il pavimento che era freddo ma non lo sentivo, e il respiro era regolato con la goccia e con il passo e l’aria era bloccata nei polmoni poi la goccia cadeva e liberavo i miei polmoni. Il passo regolava la goccia che cadeva e mi conduceva verso il bagno dove il rubinetto era aperto e lo dovevo chiudere. Il rubinetto non poteva restare aperto e far uscire l’acqua perché l’acqua doveva essere controllata perché se non si controllava andava sprecata ed era sporcata e non poteva più essere recuperata. L’acqua sporca non serviva a niente, era putrida e impura e infetta e non poteva essere utilizzata. L’acqua doveva essere pura e limpida e trasparente e tutti la dovevano guardare e ammirare nella sua trasparenza e freschezza perché se l’acqua sporca nessuno la voleva e si doveva solo buttare perché l’acqua sporca fa male, nessuno la vuole perché dentro ci sono troppi batteri e parassiti e fango polvere e tutto lo schifo e i rifiuti del mondo e non va bene.

Passavo davanti alla camera di mio fratello e percepivo il suo sonno pacifico perché era tornato tardi dalla festa con gli amici perché lui è maschio. Lui è maschio vuol dire tu sei femmina che vuol dire che non sei maschio che vuol dire che tu sei il problema. Io sono il problema. Mi guardano, loro. Mi guardano perché è colpa mia perché sono il problema. Il problema sono io perché sono femmina e non posso essere maschio. Ma non lo dicono che sono il problema, mi guardano solo, come qualcosa di fastidioso che deve essere aggiustato ma è una scocciatura aggiustarlo allora diventa un problema perché nessuno lo vuole affrontare. Come un rubinetto corroso dal calcare che perde acqua goccia a goccia e deve essere aggiustato perché l’acqua è preziosa e non può essere sprecata e se il rubinetto perde acqua allora il rubinetto è il problema e qualcuno si deve prendere la responsabilità del problema perché il rubinetto non ci può fare nulla se è il problema perché è rotto. Io sono il problema perché sono rotta e corrosa e devo essere aggiustata perché l’acqua non deve uscire quando non può uscire perché se esce poi si sporca e l’acqua sporca non la vuole nessuno.

Ma lui lo poteva fare, era un rubinetto che non si corrodeva mai. Era maschio, lui, e il rubinetto era sempre aperto e l’acqua scorreva anche se era sporca ma andava bene lo stesso perché lui è maschio e non era necessario aggiustare il rubinetto perché l’acqua doveva scorrere anche se era sporca. Allora poteva uscire e indossare camice sbottonate fino al petto e vedere persone che non era necessario sapere chi fossero e non bisognava per forza avere i loro numeri e chiamarli per controllare se davvero era con loro. Poteva uscire e bere fino a stare male perché lui non lo sentiva l’uomo nella testa che martellava e tornare a casa ancora più tardi e fare rumore perché tanto non doveva nascondere di aver passato una bella serata, non doveva giustificarsi o dimostrare di aver fatto il bravo ragazzo e di non aver provocato nessuno. E se aveva sbagliato non lo doveva dire per forza perché i maschi devono sbagliare perché se sbagliano imparano e crescono, loro.

Lo guardavo e lo odiavo. Lo odiavo perché desideravo essere lui, volevo essere il suo corpo. Desideravo uscire e ubriacarmi e scoparmi le ragazze e sentirmi dire bravo. Lui lo poteva fare, lui. Perché lui è maschio. Ma anche io ero lui, e lui era me. Eravamo la stessa cosa, io e lui. Io è lui. Ma lui è maschio e io non potevo ubriacarmi e scopare e sentirmi dire brava perché poi ero sporca e nessuno la beve l’acqua sporca.

Il corridoio non era ancora lungo e io camminavo ma non finiva il corridoio e il bagno era alla fine e non riuscivo a raggiungerlo. Camminavo piano e respiravo piano per non fare rumore e non sentivo i miei passi e non sentivo il mio respiro, sentivo solo la goccia che cadeva e l’uomo che martellava e mio padre che russava e mio padre russava come l’uomo che martellava. Mio padre non era l’uomo che martellava. Mio padre mi guardava solo e non diceva niente. Mi guardava, mio padre, e non parlava e allora parlava mia madre e diceva solo tu non puoi.

Arrivavo nel bagno e accendevo la luce e la luce era così bianca che tutto era bianco come la luce e gli occhi mi facevano male ma non li sentivo. Era tutto bianco, il bagno, era pulitoimmacolato e mamma lo puliva sempre perché se entrava qualcuno che voleva entrare nel bagno e il bagno era sporco allora mia madre era sporca e doveva essere pulita anche lei perché allora era lei il problema. Io ero il problema perché il problema era mamma. Ma mia madre non voleva essere il problema allora puliva il bagno così tutti le dicevano che era brava e se lei era brava allora io non potevo essere il problema.

Chiudevo il rubinetto del bagno ma era già chiuso ed era chiuso il rubinetto del bidet e pure il miscelatore della doccia e la doccia non perdeva la goccia. Allora uscivo dal bagno e andavo in cucina perché il problema era in cucina.

In cucina la luce era bianca più bianca della luce del bagno e io non potevo tenere gli occhi aperti perché la luce era troppo biancapulitaimmacolata e io ero sporca. Ero sporca e pure gli occhi erano quasi chiusi quasi sporchi e camminavo e non vedevo tutto bene ma vedevo mia sorella addormentata sopra il tavolo perché studiava fino a tardi. Studiava tanto, lei, così tutti le dicevano brava anche se lei non era maschio e non passava tutto il giorno a pulire. Allora anche lei lo sentiva l’uomo nella testa che batteva e scheggiava il suo cranio e la costringeva a studiare e studiare fino a notte fonda mentre tutti dormivano e lei stava lì piegata sui libri così tutti le dicevano brava e non vedevano che era sporca. Si nascondeva, lei. Era nascosto il suo putridume, sotto strati di polvere grigia e vellutata. Era nascosto il putridume, ma c’era e lo vedevo quando alzava gli occhi ed era arrabbiata e l’acqua sporca usciva fuori tutta insieme.

Andavo a chiudere il rubinetto della cucina così poi dopo andavo a svegliare mia sorella per dirle che doveva andare a dormire perché lei non era nostro fratello e nostro padre.

Andavo a chiudere il rubinetto ma era già chiuso e la goccia cadeva e io mi giravo verso mia sorella e allora capivo che mia sorella stava dormendo nel letto e che sulla tavola dormiva qualcun’altro.

Mi giravo e lo guardavo, la guardavo. La guardavo e vedevo i capelli neri e bagnati che la coprivano e la goccia scura che pendeva dalla punta di una ciocca e cadeva nella pozzanghera scura. La vedevo e volevo dire qualcosa ma non potevo dire niente. Avevo paura e non mi muovevo ed ero paralizzata ma avevo paura.

Alzava la testa e la faccia era coperta di capelli neri e sporchi e marci e bagnati. Solo la testa alzava e tutto il corpo era abbandonato sulla tavola. Muoveva un braccio e si spostava i capelli dalla faccia.

Era una faccia bianca livida e pestata. Aveva gli occhi gonfi e la bocca era un taglio. Mi guardava e vedevo la mia faccia. La guardavo e vedevo la faccia di mia sorella, di mia madre. Aveva gli occhi gonfi e piangeva l’acqua putrida che gocciolava sul pavimento della cucina. Piangeva e si avvicinava e puzzava di sangue mestruale secco e rancido e malto e sporco. Puzzava e gocciolava sangue mestruale dai capelli, dalle dita, dagli occhi, naso, orecchi, bocca. Si avvicinava e mi guardava e apriva la bocca. Dalla bocca usciva un urlo ma l’urlo non usciva dalla bocca e lei urlava e urlavo io. Usciva un urlo disperato e acuto e profondobuio che non sentivo. Urlava nella disperazione mia, di mia madre, di mia sorella, di tutte le madri e le sorelle che erano e che erano state. Urlava il sangue mestruale che le usciva dalla bocca, che la bocca tutta gliela riempiva e la soffocava. Tutto era un urlo di disperazione perché lui è maschio. Urlavo come lei, per lei, per me per l’acqua sporca che voleva scorrere ma non poteva perché era sporca e puzzava ed era il problema. Ed era vuoto il mio urlo, come il suo. Erano vuote le grida delle donne che erano ed erano state. Urlavo dalla bocca nera e profonda e sorda e io ero lei, e lei era me e noi eravamo tutte le gocce nel mare dolce limpide e sporche e scorrevamo tutte insieme perché l’acqua scorreva e diventava sempre più grande travolgendo tutto e si sporcava del terreno e degli alberi e delle case che travolgeva. Eravamo la disperazione del silenzio, eravamo il dolore perché lui è maschio. Urlavo, urlava al vuoto e la voce era muta della morte. Urlava muta di morte. Urlava la morte della donna. Urlava perché era donna morta.

E ora era dalla mia bocca che usciva. Usciva dalla mia bocca quel mestruo nero seppiaceo bulboso. Era la mia bocca che era nera e la sua e la guardavo e mi guardavo dal suo corpo che ora era il mio ed era il corpo di tutte. E non respiravo. E il sangue nero usciva dalla mia bocca, generato dalla mia bocca e non si fermava ed usciva ancora e non mi faceva respirare. E soffocavo. Stavo soffocando. Sto soffocando.

Poi mi sono svegliata.


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