CACAO MERAVIGLIAO – Cosmologie dell’Austerity – Un’intervista a Hugo Bertello

di Amanda Rosso
copertina di Terrarossa Edizioni


Ambientato nella Helsinki degli anni Dieci, nel pieno del decennio segnato dalla crisi del 2008 e dalle sue conseguenze economiche e politiche, Notturno elettronico, esordio di Hugo Bertello per TerraRossa, intreccia matematica, intelligenza artificiale e inquietudine generazionale. Il romanzo segue un gruppo eterogeneo di figure – matematici mancati, programmatori, outsider politici, amici che discutono tra sauna e bar – che si muovono tra lavoro nell’IA, speculazioni cosmologiche, intrusioni informatiche e tentativi di dare forma a un progetto che oscilla tra utopia tecnologica e gesto sovversivo. Sullo sfondo, il clima dell’austerity europea, delle mobilitazioni globali e della precarietà diffusa, che segna tanto le traiettorie individuali quanto le ambizioni collettive.

La materia filosofica, etica e politica non è un sovraccarico tematico ma l’ossatura stessa del libro. Il romanzo si fa forma malleabile: integra codice, mito, teoria, frammenti saggistici e dialoghi, trasformando la narrazione in uno spazio di confronto continuo. È nel dialogo, fra personaggi, discipline, posture politiche divergenti e correnti filosofiche lontane nel tempo, che il testo restituisce complessità a questioni che erano urgenti negli anni Dieci e lo restano oggi: il destino del sapere, il rapporto tra tecnologia e comunità, il senso della collettività in un’epoca di disillusione e trasformazione permanente.

AR: Nel libro si avverte una frattura che non è solo narrativa ma storica: la matematica come tensione verso una struttura profonda del reale e l’algoritmo come dispositivo operativo, integrato nei circuiti del mercato e della previsione. Non è semplicemente un passaggio professionale, ma un mutamento di statuto del sapere: dalla contemplazione alla performatività. Quando hai iniziato a scrivere, avevi già chiaro che volevi interrogare questo slittamento del sapere contemporaneo – da forma di investigazione e possibilità a forma di funzione – oppure il romanzo è diventato progressivamente il luogo in cui questa trasformazione si è rivelata problematica, un nucleo da esplorare?

HB: Sospetto che tutte le tematiche del romanzo fossero presenti già all’inizio del mio processo di scrittura, almeno a livello inconscio. Lavorando brevemente come ricercatore universitario, ho toccato con mano come le dinamiche di mercato abbiano inquinato il processo di scoperta. Ora, occorre precisare “inquinato rispetto a quando”. Probabilmente, rispetto agli anni ’60, chi si occupa di ricerca oggi dispone di un orizzonte più ristretto, essendo vittima della dinamica para-capitalista del “publish or perish”. Se invece andiamo a guardare a ciò che accadeva prima, diciamo fino a metà Novecento, scopriamo che oggi la speculazione filosofica è un lusso a disposizione di una platea molto più ampia di persone. Siccome volevo condurre una ricerca totale, non manipolabile e allergica a ogni riduzionismo, ho scelto di dedicarmi alla scrittura.

L’architettura del libro – codice, saggio, racconto, mitologia, frammenti teorici – non sembra un esercizio postmoderno. La linearità narrativa viene continuamente attraversata, come se non fosse più sufficiente a contenere il tipo di pensiero che vuoi articolare. Hai immaginato il libro come un campo di interferenze tra linguaggi o laboratorio intertestuale e intermediale? E la forma romanzo è in questo caso medium inadatto o ideale per portare avanti questa sperimentazione? 

Mi annoiano incredibilmente i romanzi lineari, prevedibili, che si muovono in un universo addomesticato o che già conosco. Siccome avevo imbastito una trama convenzionale, sentivo il bisogno di sporcarla, forse di arricchirla, sicuramente di contorcerla per dare al testo un aspetto il più possibile strano. Quei frammenti, d’altra parte, costituiscono anche uno sfogo per il mio gusto per l’aneddoto, talvolta esondante. Insomma, si tratta di un gioco che insieme ai miei editor abbiamo cercato di rendere il più funzionale possibile.

E parlando di sperimentazione e interazioni testuali e filosofiche…nel testo convivono presenze eclettiche: fra le altre cose, si possono intravedere la speculazione epistemologica di Stanisław Lem, l’ontologia instabile di Philip K. Dick, la mitologia comparata di Mircea Eliade, la struttura archetipica del racconto in Joseph Campbell, ma anche Roberto Bolaño…
Quando scrivevi, ti sentivi dentro una genealogia precisa, quasi a proseguire una linea di ricerca narrativa? Oppure questi riferimenti sono diventati un’infrastruttura invisibile che ha modellato il libro dall’interno?

La scrittura è anche un gioco di imitazione attraverso il quale cerchiamo, con somma vergogna e senza possibilità di riuscita, di completare la metamorfosi che ci porterà ad assomigliare ad altri autori. Mi sento dunque dentro a quella genealogia che hai identificato. Una genealogia con una caratteristica peculiare: si è arricchita di nuovi “antenati” durante il processo di creazione.

Il tuo è un romanzo molto filosofico, attraversato dal dubbio e da un genuino senso di interrogazione e curiosità che mi ha colpita molto. A questo riguardo, trovo che la figura di Grigori Perelman sia emblematica nell’introdurre una delle questioni etiche più salienti della storia: la possibilità di sottrarsi al riconoscimento, di non convertire il sapere in capitale simbolico o economico. Ma anche alla possibilità di questa opacità di cui parlava anche Édouard Glissant, il diritto di non essere visti e interpellati. Ti interessava lavorare su questa idea della sottrazione come gesto politico? Che cosa significa oggi difendere un sapere che non vuole essere messo a valore?

Perelman rappresenta l’archetipo dell’intellettuale che si sottrae al processo di mercificazione del sapere di cui parlavamo prima arrivando a produrre la dimostrazione matematica più importante della nostra epoca, confermando la validità del proprio approccio. Il tono agiografico con cui i mass media hanno parlato della sua impresa è rivelatore. Mentre la maggior parte del pubblico si è soffermata sui dettagli triviali della sua vita, trattandolo come un fenomeno da baraccone, per molti altri è un santo. Credo che Grisha lo sappia.

Ho avuto l’impressione che nel libro la collettività assuma un po’ il carattere di quello che Ernesto Laclau chiama significato vuoto, un termine senza un significato fisso, ma che si fa territorio di negoziazione continua fra fazioni opposte. Un conflitto più o meno generativo che si riflette nella eterogeneità etica dei personaggi. La loro non è una comunità ideologicamente compatta, ma un luogo di scambio attraversato da outsider con posture politiche divergenti: appropriazione, pirateria, cosmologia, scetticismo, utopia. Una composizione che traccia la morfologia dell’attivismo contemporaneo, fatto di convinzioni profonde ma anche di linguaggi ereditati, slogan riciclati, tensioni irrisolte.
Il romanzo sembra suggerire che ogni progetto di trasformazione nasca già da una mescolanza imperfetta di motivazioni e credi, e che proprio questa impurità ne costituisca la verità più concreta, la potenzialità ma anche la sua materia mercuriale…

Nel romanzo non volevo offrire uno spaccato dell’attivismo di oggi. Il “comitato” è una pura astrazione, nel senso che ho riunito personaggi il più possibile diversi fra loro per rappresentare posture divergenti su un tema comune: l’impatto della tecnologia sul nostro modo di vivere e di pensare. L’io narrante è anch’esso un artificio, un prisma che funziona al contrario, che ricompone i “colori” delle persone che incontra lungo il cammino cercando una sintesi. Credo che il fallimento del comitato sia attribuibile non tanto alle divergenze interne, quanto piuttosto al fatto che deve affrontare un “nemico” che dispone di un potere tecnologico, coercitivo e se vogliamo seduttivo di gran lunga superiore.

Nel romanzo si avverte un clima storico molto preciso: quello del ciclo di mobilitazioni che segue la crisi del 2008. Penso al Movimiento 15-M in Spagna, a Occupy, alla Primavera araba, ai movimenti contro l’austerity che attraversano l’Europa, e alla dimensione digitale che li accompagna: Anonymous, ma anche la lunga genealogia di Indymedia, che dal movimento no global in poi ha costruito un’altra idea di informazione e rete.
È la prima stagione in cui internet diventa infrastruttura politica, non solo strumento di comunicazione. E insieme è anche la stagione di una forte disillusione, di una precarietà materiale e simbolica che attraversa un’intera generazione.
Il tuo romanzo si muove dentro questa atmosfera, ma sceglie Helsinki, non Madrid o Atene, una città apparentemente meno “calda”, meno esposta alla teatralità della protesta. Per ragioni biografiche, e di familiarità, probabilmente, ma resta una scelta interessante – e azzeccata, a parer mio – per decentrare lo sguardo…

Come osservi, l’attivismo politico in Finlandia non possiede la teatralità tipica del sud (occupazioni e manifestazioni di strada sono rarissime). Viene quindi spontaneo immaginare che la rivolta assuma i contorni eterei di un virus informatico. Sicuramente ho scelto Helsinki anche perché è una città che conosco bene e che mi permetteva di arricchire il romanzo con dettagli concreti. Ma soprattutto vedo la Finlandia come un paese che non ha ancora raggiunto la piena urbanizzazione e che pertanto custodisce in sé la possibilità di un nuovo reincanto. In un’epoca di tremenda disillusione, sentivo l’urgenza di scrivere un romanzo che vada nella direzione opposta. Per me “reincanto” significa: giustizia sociale, un bosco, un lago, una sauna.

In questo senso, forse anche un po’ pungolata dalla nostalgia irrisolta per quegli anni di militanza, mi viene da dire che, con tutte le differenze del caso, Notturno Elettronico, con la presenza del Kalevala e della mitologia comparata, sembri suggerire che la tecnologia non abbia abolito il mito ma lo abbia traslocato. In questo senso l’algoritmo assume una funzione quasi cosmogonica ma anche escatologica.
Ti interessava mostrare che – nonostante la sua ubiquità e apparente egemonia – anche l’epoca dell’intelligenza artificiale ha bisogno di narrazioni fondative? Che l’infrastruttura tecnica non elimina il mito ma lo riformula? Che il bisogno di storie, di appartenenza, identità e comunità guida ancora il nostro vagare scoordinato in un mondo fagocitato dalla ricerca del piacere istantaneo, della risposta immediata, della prevedibilità dell’algoritmo? 

Su questo tema sono combattuto. Da una parte mi incuriosiscono posizioni come quelle di Erik Davis, che nel saggio Techgnosis (2023, Nero Edizioni) sostiene che la tecnologia informatica riattiva archetipi antichi: la ricerca della trascendenza, il desiderio di comunicare a distanza, l’aspirazione a superare il corpo. Dall’altra mi sembra invece che le vite che conduciamo siano sempre più meccanizzate, fagocitate dal lavoro, sempre più devote all’intrattenimento a scapito della sacralità. Personalmente sono giunto a una sintesi mio malgrado individualista: entro circoli ristretti di persone, per tempi brevi, è ancora possibile riattivare i circuiti ancestrali del divino e ritrovare un senso di comunione con il resto dell’esistente.

Nonostante il “complotto contro l’algoritmo” (semicit.), Notturno elettronico non scivola né verso un luddismo nostalgico né verso un nichilismo testosteronico alla Fight Club. Mi sembra piuttosto che il romanzo cerchi una sintesi instabile ma capace di tenere insieme piani diversi: solitudini individuali e fratture collettive, precarietà generazionale e logiche sistemiche, desiderio di trascendenza e impulso alla ribellione. In questo senso la dimensione etica – che è una vera infrastruttura del libro – diventa immediatamente politica, perché interroga non solo la responsabilità delle scelte individuali, ma anche quell’habitus di cui parla Pierre Bourdieu: l’insieme di disposizioni incorporate che orientano le nostre possibilità di azione prima ancora che ne siamo consapevoli…

Hai colto perfettamente il punto. La dimensione politica del romanzo non consiste tanto nel cercare di convincere i lettori ad arruolarsi in un gruppo di hacker (anche se male non fa), quanto piuttosto nel disarticolare abitudini mentali consolidate, aprendo la possibilità a un nuovo modo di agire individuale e collettivo. La chiave, a mio avviso, è non rinunciare a niente, almeno in linea di principio. Si tratta di provare a operare una sintesi olistica di tutto il sapere accumulato nel corso della storia per individuare quella trama nascosta che – si spera – possa indicarci come abitare in modo etico questa vita e, chissà, altre ancora.


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