PERIPLO #18 – Think Tanger, a proposito di narrazioni

Testo e foto di Sebastiano Montesi
a cura di Silvia Penso e mariel


Nel 1954, all’età di quarant’anni, William S. Burroughs si trasferì a Tangeri, a quei tempi ancora Zona internazionale di Tangeri. Tre anni prima, com’è noto, aveva ucciso sua moglie Joan Vollmer con un colpo di pistola. L’incidente si era verificato in un appartamento di Città del Messico, il 6 settembre del 1951. Al termine di una serata fra amici, Burroughs aveva estratto una pistola dalla borsa e si era rivolto a Joan: «È il momento del nostro Guglielmo Tell» aveva detto. Nessuno ha mai chiarito il perché di quel «momento», né se il numero fosse andato in scena altre volte. Per tutta risposta, Joan si era posizionata un bicchiere di cognac sulla testa. Burroughs aveva scarrellato la sua Star 380 e aveva preso la mira socchiudendo un occhio. Quindi aveva sparato. Anche qui, nessuno ha mai chiarito se la responsabilità dell’errore fosse da attribuire a Burroughs o all’intervento di un amico della coppia, il quale, nel tentativo di impedire lo sparo, avrebbe accidentalmente colpito la mano di Burroughs, modificando la traiettoria del proiettile. In fin dei conti non è importante. Non fa alcuna differenza.

Due ore più tardi, Burroughs venne arrestato dalle autorità messicane e trattenuto in carcere per tredici giorni. Dopodiché, a fronte del pagamento della cauzione, poté tornare in libertà. Ripartì per l’America Latina e di lì rientrò negli Stati Uniti, a New York. Quindi, nel 1954, si trasferì a Tangeri, in una piccola stanza dell’hotel Muniria, di fronte al porto vecchio. A chi glielo chiedeva, però, per darsi un tono diceva di alloggiare in Place de France, di fronte al Gran Café de Paris, il quartiere degli artisti.

Per chi non sia mai stato a Tangeri, Place de France è la piazza che separa (e collega) la città nuova alla Medina. A grandi linee. Da Place de France si discende verso il mare, lungo Rue de la Liberté, fino ad arrivare a Place du 9 Avril 1947 (data del Discorso di Tangeri, momento fondamentale per la successiva indipendenza del Marocco, tenuto proprio in questa piazza dal sultano Muhammad V) o Grand Socco (corruzione spagnola del souk arabo, nonostante il mercato si sia oggi spostato all’interno della Medina), su cui si affaccia la Cinémathèque Rif de Tanger, sede dell’annuale Tangier Film Festival e centro culturale tra i più importanti del Marocco. Quindi, attraverso Rue Semarine, si accede alla Medina vera e propria.

Dirigendosi a est, invece, a pochi metri da Place de France e lungo Boulevard Pasteur sorgono tre delle principali realtà culturali della città: la Libraire des Colonnes, la libreria Les Insolites e, proprio accanto a quest’ultima, l’associazione culturale Think Tanger.

La prima è nota: fondata nel 1949 da una famiglia di letterati belgi, tra gli anni ’50 e ’70 questa piccola libreria poco illuminata, dagli infissi bordeaux e gli interni in legno era il punto di ritrovo degli scrittori emigrati a Tangeri, in un momento in cui Tangeri era, a sua volta, l’epicentro letterario del Mediterraneo. Giusto per fare qualche nome, oltre a Burroughs (che qui scriverà buona parte del suo Pasto nudo, 1959): i dissipati colleghi Beat di quest’ultimo, Kerouac e Ginsberg, giunti in pellegrinaggio dagli Stati Uniti per accertarsi che il vecchio Will si reggesse ancora sulle proprie gambe (alla faccia dell’Eukodal), Paul Bowles (che a Tangeri ci vivrà, fino a morirci, dal ’47 al ’99, evitando accuratamente Burroughs per via delle sue «associazioni con i narcotici», parole dello stesso Burroughs), Marguerite Yourcenar, Tennessee Williams, Paul Morand, Jean Genet… Insomma: ci siamo capiti.

Meno note e più recenti sono invece le altre due: Les Insolites e Think Tanger. Les Insolites è una piccola ed elegante libreria dai cui tavolini esterni si intravede, di là dalla cornice geometrica dei palazzi di via Khalid Ibn El Oualid sulla quale si affaccia, uno scorcio azzurro dello Stretto di Gibilterra. Nata nel 2010 da un’idea di Stéphanie Gaou, nel 2021 è stata inserita fra le venti «most brilliant bookshops in the world» dal Financial Times, che la descrive così: «Situata in una tranquilla stradina laterale senza traffico, attira marocchini ed expat per letture, discussioni o per il semplice piacere di curiosare tra le centinaia di titoli in arabo, francese, inglese e spagnolo che riempiono le vivaci mensole gialle, le sedute delle sedie e talvolta i tavolini del caffè».

Infine, c’è Think Tanger.

Kamal Daghmoumi, communication manager di Think Tanger, mi accoglie sorridendo, osservando divertito la maglia del Milan che indosso con un certo orgoglio (per inciso: una maglia in cotone con lo stemma del Milan, non la divisa da gioco, né una delle tante repliche, più o meno ben fatte, che si possono trovare tra le vie della Medina). D’altra parte, non c’è niente di più snob che ostentare i propri tratti commerciali, penso. E un certo grado di snobismo, volontario o involontario, in materia di cultura affiora sempre. Devo ancora capire perché.

Kamal è un ragazzo di venticinque anni originario di Tangeri. Di professione fa il graphic designer. Capelli neri e occhi neri, somiglia vagamente a Jeff Goldblum ne La mosca (a inizio film, ovviamente) e parla un perfetto inglese, mantenendo sempre la voce bassa, controllata. Quando parlo io mi guarda, quando è lui a parlare evita il mio sguardo. E io faccio lo stesso, non so nemmeno perché, né chi dei due abbia iniziato a farlo. Fatto sta che lo facciamo entrambi, e i nostri occhi s’incrociano di rado. Ci stringiamo le mani e mi offre un caffè al bancone in legno che occupa l’angolo sinistro della sala. Quindi mi indica un grande tavolo all’angolo opposto, quello più lontano dalla vetrina, la quale si affaccia sulla stessa «tranquilla stradina laterale» de Les Insolites, solo quattordici numeri prima, al 28.

Lo spazio in cui ci troviamo, il KIOSK, è la sede principale di Think Tanger. È una grande sala spoglia e insieme gremita, e credo che il trucco stia nell’ordine – un disordine ordinato – e nella grandezza degli oggetti. Grossi tavoli sono addossati alle pareti spoglie in pietra viva, alle quali sono appoggiati quadri altrettanto grossi e scansie sottili d’un blu elettrico. L’estetica dell’intero locale consiste proprio in questo gioco di contrasti fra la semplicità degli interni e la vivacità dell’arredamento: un tappeto policromo a scacchi, sedie e sgabelli colorati, vasi, libri, riviste, flyer. Mi chiedo come ho fatto a definirla spoglia. Ma raramente metto in dubbio le prime impressioni – semmai le cambio. Evidentemente l’effetto è quello.

«Questo è il nostro quartier generale» dice Kamal, mentre lo guardo guardarsi intorno. «Ma è anche un coworking e un caffè. Poi ci sono La Résidence e il Tanger Print Club – oltre a Makan, ovviamente, la nostra rivista».

Cominciamo dal primo: La Résidence. Si trova al piano superiore di questo stesso edificio – sopra il KIOSK – e nelle parole del dépliant che Kamal mi ha allungato insieme al caffè è descritta come una residenza d’artista «volta a favorire una cultura del pensiero critico attraverso la cultura e la sperimentazione. L’idea è offrire ai residenti uno spazio dove possano mescolare le loro diversità artistiche, che sia anche uno stimolo per rispondere ai mutamenti urbanistici di Tangeri e alle questioni più rilevanti del nostro tempo».

È notizia di poco tempo fa – comunicata con un post su Instagram – la open call Tunis Tangier Cross-Residency, promossa da Think Tanger in collaborazione con le associazioni tunisine Mouhit Space e Nessij Collective. Sostanzialmente, la possibilità per un artista tunisino di soggiornare a Tangeri nel mese di giugno, ospite della Résidence, e per un artista marocchino di fare il percorso inverso, soggiornando a Tunisi nel mese di settembre, ospite di Mouhit Space. «An opportunity – si legge nel post – to explore urban life and build connections between Tunis and Tangier», e insieme «Reinforcing links in the Global South», come recita la breve bio Instagram del Nessij Collective. È una cosa che Think Tanger fa spesso, con associazioni africane ma non solo. «Perché l’arte e la cultura sono innanzitutto connessione, scambio» mi spiega Kamal, e questa volta nel dirlo mi guarda negli occhi, se pur di sfuggita. «La Résidence è nata per questo: per offrire agli artisti uno spazio dove mescolare le loro diversità, per attingere alla geografia e alla cultura di Tangeri. E insieme arricchirla, no? È uno scambio in un luogo di scambio, in fondo. Una cosa del genere.»

«E per rispondere ai mutamenti urbanistici di Tangeri, e alle questioni più rilevanti del nostro tempo» aggiungo io, ripetendo le esatte parole del dépliant. «Ma quali sono questi mutamenti urbanistici? E quali sono le questioni più rilevanti del nostro tempo?»

Kamal ci pensa su per qualche secondo, tamburellando con le dita sulla tazza. Dopodiché alza lo sguardo. «È una domanda complicata» dice. «Ci vorrebbe qualche ora per rispondere. Però aspetta.» Mi chiede di pazientare qualche istante e si alza dal tavolo. Quindi si dirige verso il bancone alle mie spalle, quello del caffè, e recupera una copia di Makan, la rivista che mi ha menzionato qualche minuto prima. «Qui c’è la risposta a entrambe le domande» dice porgendomela. «Esposta molto meglio di quanto possa fare io.»

È un bell’oggetto, Makan. Tanto da vedere quanto da toccare. Mentre lo sfoglio, Kamal mi spiega come il carattere principale del progetto consista nella sua ibridazione, in quella contaminazione fra generi, media e voci che, di nuovo, rappresenta per Think Tanger il vero motore di arte e cultura. (Non è un caso che prima abbia citato Makan fra i «luoghi» di Think Tanger, penso: da queste parti, con luogo si intende ogni spazio che si presti ad accogliere una compenetrazione, sia esso fisico o virtuale.) Nei diciassette capitoli che compongono le 154 pagine di questo numero, illustrazioni, grafiche e fotografie si alternano a scritti eterogeni, tanto nella forma quanto nel contenuto: interviste, ricostruzioni storiche, saggi brevi in cui si innestano gli uni sugli altri elementi di antropologia, architettura, semiotica…

«È scritto in più lingue?» chiedo, osservando la formattazione da destra a sinistra, dal basso verso l’alto di alcuni capitoli. Anche solo a sfogliarla saltano subito all’occhio.

Kamal annuisce. «Sì. Quattro: inglese, arabo, francese e darija – il dialetto arabo del Marocco.»

«Ma senza traduzione.»

«Esatto. Dipende dall’argomento del capitolo. Ogni autore poteva scegliere in quale lingua scrivere: quale lingua gli sembrava più appropriata per il contenuto del capitolo. Il primo, per esempio, è un’intervista a Yto Barrada, un’artista internazionale. L’inglese era la lingua più appropriata, in questo caso. In altri casi era meglio l’arabo, in altri ancora il francese o il darija. Insomma, dipende.»

Che Kamal abbia accennato all’intervista con Yto Barrada non è una coincidenza. Come di certo non è una coincidenza che l’intervista sia posizionata in apertura, subito dopo l’editoriale dell’editor-in-chief Ali T. As’ad. Le ragioni sono essenzialmente due: 1) Yto Barrada è un’artista di caratura mondiale. Alcune delle sue opere sono state esposte, fra gli altri, al Met, al MoMA, al Guggenheim e alla Tate Modern. Non solo. A Tangeri, Yto Barrada ha fondato due dei centri culturali più importanti dell’intero Marocco, se non dell’intero Nord Africa: la già citata Cinémathèque de Tanger, in Place du 9 Avril 1947, e il progetto artistico The Mothership, alle porte di Parc Perdicaris – l’enorme parco a ovest di Tangeri che coincide con l’angolo del continente africano affacciato fra il Mediterraneo e l’Atlantico. Insomma, a Tangeri Yto Barrada è un’istituzione. 2) L’intervista, intitolata The Right To Narrate e raccolta dallo stesso editor-in-chief Ali T. As’ad, è insieme anticipazione e bussola dell’intero numero: in essa sono contenuti, in nuce, tutti i temi approfonditi nei sedici capitoli successivi. Dall’identità araba alla questione palestinese («the cornerstone of unfinished colonization»), dalla decolonizzazione al neocolonialismo («their criteria are still the ones that permeate and rule in a very strange and perverted way»), dalla resistenza alla documentazione e archiviazione («documenting and archiving were an essential form of resistance … The power of history, and of memory, and of craft»): ogni argomento citato da Barrada in questa intervista trova spazio in un capitolo ad hoc, analizzato di volta in volta in chiave storica, sociologica, antropologica o artistica, a seconda del background del suo autore.

«Ma senza che questo renda ogni capitolo un compartimento stagno» ci tiene a precisare Kamal, mentre mi osserva sfogliare le pagine. «Tutt’altro. Ogni capitolo porta con sé parti dell’altro e le amplifica a sua volta. È un continuum. È come se le cinque pagine dell’intervista a Yto si espandessero per centocinquanta pagine, accendendo di volta in volta un focus diverso, e insieme mantenendo gli altri.»

«E mantenendo sempre il tema centrale del numero: Manufacturing Narratives» rispondo io, lanciando una rapida occhiata alla copertina, dove il sottotitolo campeggia a fondo pagina, in un maiuscoletto d’un blu brillante che risalta sul tortora chiaro dell’impaginato. «Ma cosa si intende per manufacturing narratives

Questa volta, Kamal non si prende nemmeno un istante prima di rispondere. Allunga una mano verso la rivista, sfoglia le prime pagine e poi punta l’indice su una frase a pagina 19. È il breve paragrafo che chiude l’introduzione all’intervista a Barrada. Nove righe che credo riassumano lo spirito di Makan, e insieme dell’intero progetto Think Tanger: As we shifted across the territorialities of the Mashreq and Maghreb, and of the colonialities still prevalent across our worlds, we dwelled on our need to tell stories […] The right to narrate is not simply a linguistic act; it is also a metaphor for the fundamental human interest in freedom itself, the right to be heard – to be recognized and represented.

Lo schermo del mio cellulare, posizionato sul tavolo di fianco a Makan, segna le undici e cinquantanove. È quasi ora di andare. È un venerdì di marzo, siamo in pieno Ramadan e fra qualche minuto il richiamo dei muezzin per la Jumuʿa risuonerà dai minareti di tutta Tangeri, richiamando i fedeli alla preghiera. Le strade di fronte alle moschee si riempiranno, come si svuotano al tramonto all’ora dell’iftar: una città che si gonfia e si sgonfia, si riempie e si svuota. Fa impressione.

Lancio un’occhiata al cellulare e osservo lo scoccare delle dodici. Dalla Petite Mosqueé poco distante, in rue Magellan, inizia a risuonare il richiamo del muezzin dal minareto. Adesso sì, è tempo di andare.

Di nuovo in strada, ripercorro Khalid Ibn El Oualid fino all’intersezione con Boulevard Pasteur. Quindi svolto a destra, superando i cannoni spagnoli di Place Faro rivolti verso il mare, oltre lo Stretto. Da lì la vista è splendida. La sagoma bianca di Tarifa si arrampica sulle colline dell’Estrecho, raggiunta dalla schiuma dei traghetti che ogni giorno – a modo loro: ovvero il nostro – collegano l’Africa all’Europa.

Le sedie esterne del Gran Café de Paris si vanno svuotando. Place de France brulica di macchine e di clacson. Le persone discendono Rue de la Liberté a passo svelto e l’odore appiccicoso del McDonald’s di avenue Prince Moulay Abdellah aleggia sulla piazza, sospinto dal vento, fagocitando gli odori che risalgono dal Socco.

Prendo posto a un tavolo esterno, ordino un atay e osservo i due grandi palazzi in cui Burroughs millantava di vivere.

Quindi penso all’incipit che ho scelto, e a cosa questo dica su di me. A proposito di narrazioni.


Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
Per leggere di più.


Ti è piaciuto questo racconto? La copertina? La redazione? Tutti e tre?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *