Scusa il disordine

di Carlo Martello
copertina di 8tto Edizioni


Scusa il disordine, di Agnese Scapinello, è un romanzo polifonico della crisi e della rabbia. 

L’autrice, al secondo romanzo, descrive i momenti archetipici e tristemente noti della vita di una donna trentenne alle prese con il lavoro, il capitalismo, il patriarcato, tutte le umiliazioni che ne derivano, tutto il carico di frustrazione e di rabbia che conosciamo per averlo vissuto, chi più chi meno, sulla nostra pelle, attraverso le nostre esistenze.

Mi ricordo le giornate a rincorrere chi doveva pagarmi e continuava a “dimenticarsene”; così come ho davanti agli occhi come fosse ieri tutte le giornate di lavoro mai pagate perché i “donatori” di lavoro nel frattempo si erano resi irrintracciabili. E come dimenticare i contributi non pagati dopo mesi di lavoro. Potrei continuare, ma ciascuno e ciascuna di noi ha esperienze simili, ricordi identici, gli stessi colloqui inutili e umilianti, le stesse offerte da fame automunita.

Otto Edizioni, casa editrice piccola ma combattiva, dimostra ancora una volta di essere sensibile alle contraddizioni della realtà e la pubblicazione di Scusa il disordine segue questa linea non solo editoriale ma politica; l’autrice Agnese Scapinello non si limita a descrivere l’odissea di una donna che vede calpestati i propri diritti di lavoratrice, di donna e di essere umana, ma dalle vicende raccontate fa emergere un ritratto generazionale.

Anno dopo anno, decennio dopo decennio, chiunque non fosse ricco di famiglia, ma davvero ricco e davvero di famiglia, ha visto ridursi in maniera progressiva le possibilità di condurre con il reddito da lavoro una vita normale.

I media di questo Paese e la classe dirigente piangono e si lamentano che i giovani non vogliono lavorare, che il lavoro abbonda, che manca l’ambizione, ai giovani difetta la passione. 

C’è una famosa barzelletta su Gianni Agnelli e il suo innato senso degli affari: Gianni Agnelli nemmeno adolescente vuole mettersi alla prova, così suo padre gli dà mille lire. Con le mille lire Gianni Agnelli compra cinque mele, immediatamente le rivende e guadagna millecinquecento lire, con le quali compra otto mele, che prontamente rivende guadagnando duemila lire. Compra dodici mele e sta per rivenderle, quando grazie a una congiuntura favorevole dei mercati muore suo nonno e lui eredita centomila miliardi di lire.

Agnese Scapinello evidentemente tratteggia vicende di persone senza un adeguato fiuto per gli affari. Purtroppo ci nasci col fiuto. O ce l’hai o non ce l’hai. Stranamente sono diverse generazioni che ’sto fiuto per gli affari proprio non si discosta da quelle poche famiglie che già avevano fiutato in abbondanza; la cosa fa sorridere e fa arrabbiare e la barzelletta di cui sopra deve la sua fortuna e la sua longevità proprio al fatto che si ride molto amaramente. 

Scusa il disordine, senza battere la strada del comico (ma con un certo uso del grottesco) è un romanzo che allo stesso modo fa talmente arrabbiare che ci scappa da ridere tanta è la vastità della frustrazione e dell’impotenza. 

L’autrice ci dice anche che se è vero che il lavoro non è tutto nella vita è altrettanto vero che contamina ogni aspetto della vita, perché in una società strutturata come la nostra il lavoro è sostentamento economico, prestigio sociale, costruzione identitaria quantomeno dall’esterno, rete sociale e così via. Quelle poche ore (se otto ore vi sembran poche) contribuiscono a determinare praticamente tutta la nostra esistenza. Agnese Scapinello, in altri termini, ha ben chiaro il quadro politico, sociale e umano in cui viviamo e la traduzione letteraria è molto attenta a rispettare non solo il portato emotivo della vicenda, ma anche le condizioni materiali che contribuiscono a generare quello stato emotivo. In un certo senso, si può parlare di romanzo materialista sulla rabbia.

È facile, fin troppo facile, sentire le storie di Scusa il disordine risuonare dentro di noi, stringere i brutti ricordi e un presente spesso peggiore nell’abbraccio letale del capitalismo, che sappiamo essere globale ma che verifichiamo in Italia con caratteristiche più feroci che altrove (questo è il Paese nel quale la mobilità sociale è sostanzialmente ferma da decenni, nel quale i salari sono i più bassi possibile, nel quale i maggiori sindacati non si capisce più che lavoro facciano e i sindacati di base vengono ignorati o malmenati, un Paese dal quale si scappa, nel quale le persone ormai fanno fatica a curarsi nonostante la sanità pubblica provi a resistere, nel quale la povertà aumenta a vista d’occhio e potrei continuare); detta in altro modo è un romanzo che ha centrato il punto e che funziona. Proprio per questo forse si è un po’ adagiato e se è comprensibile e giusto e inevitabile perfino che la rabbia abbia preso il sopravvento, meno giustificabili sono alcune scelte stilistiche che appesantiscono la lettura perché lasciano che chi legge esca dal flusso della materia raccontata; mi riferisco soprattutto alle troppe citazioni che non aggiungono molto al discorso, né in termini letterari, né in termini politici. Tutto questo riferirsi ad altre opere mi è sembrato da un lato un’ingenuità tecnica, dall’altro una mancanza di ambizione in un lavoro che invece contiene tutte le potenzialità per essere oggetto proprio.

E poi, proprio in considerazione del peso arroventato dei temi narrati e della rabbia sacrosanta che trascina l’intero romanzo, almeno per il mio gusto qualche scelta di stile più asciutta avrebbe aiutato.

Il romanzo di Agnese Scapinello è uscito ormai diversi mesi fa e io stesso l’ho letto ormai da tempo. La scrittura di questa breve ipotesi di analisi viene dagli appunti presi durante la lettura e poi dalla loro rielaborazione. Questo dato, che di per sé non interessa a nessun*, lo esplicito perché mi sembra indicativo di alcune tendenze che sono sempre esistite ma che vanno rafforzandosi di anno in anno proprio in conseguenza del sistema capitalistico. Mi spiego meglio: il tempo che riusciamo a dedicare alle attività non direttamente collegate al lavoro salariato è sempre meno, perché siamo più stanch*, sia perché per molt* di noi il lavoro è in effetti aumentato, sia perché il carico degli anni si fa sentire, un conto è sforzarsi per un periodo, un conto è doverlo fare in maniera sistemica, non esiste più il tempo di recupero, non è più possibile ricaricare le energie fisiche e mentali.

In conseguenza di questo, siamo talmente sovraccarich* di lavoro o pseudolavoro (il tempo dei social, quello del mantenimento di standard di vita elevatissimi per una popolazione di mangiatori di pastasciutta tenuta al minimo sindacale, eccetera), che le nostre capacità di concentrazione, di analisi, di lettura del mondo, il nostro stesso starci nel mondo, tutto questo è diminuito in modo vertiginoso ed è verificabile in maniera empirica con un esercizio facile: quello che si riusciva a fare una o due generazioni fa nel tempo libero, oggi appare faticosissimo quando non addirittura impraticabile; perfino leggere, una delle attività ricreative più comode mai inventate nella storia umana ci appare una fatica e leggiamo cose sempre più semplici raccontandocele come estremamente complesse.

Se restringiamo lo sguardo, allo stesso modo, è inevitabile accorgersi che perfino nel tempo limitatissimo delle nostre esistenze queste capacità si sono man mano affievolite e non è un problema dovuto all’età che passa, è che ci siamo disabituat* e lo abbiamo fatto perché siamo sommers*, letteralmente sommers*, dal lavoro e dalla stanchezza.

Ci sono delle differenze, la vita di una persona impiegata in ufficio è diversa da quella di chi lavora in una cucina o in un magazzino o così via; queste differenze vanno tenute presenti perché consistono in dei privilegi. Tuttavia, perfino in considerazione di ogni differenza, la tendenza è generale e per tornare al romanzo, uno dei suoi punti di forza è proprio l’aver saputo raccontare, pur attraverso delle narrazioni specifiche che rimandano al lavoro impiegatizio, dei sentimenti che sono universali, la rabbia e la frustrazione sono di tutt*.


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