Il catasto delle perdite

di Gino Ciaglia
copertina di Louis Wain


Mio padre teneva un registro delle cose che aveva perso. La copertina era nera cerata come quella dei quaderni di scuola, le pagine a righe, la data a sinistra e una descrizione a destra. Aveva cominciato a tenerlo quando mia madre era andata via di casa portandosi poche cose e Buonvento, il soriano ‒ che lui non aveva mai sopportato e che dunque non gli mancava, ma la cui assenza gli sembrava ugualmente significativa.

La prima voce era proprio quella.

14 marzo 2003

Adele. Cinquantadue anni. Capelli grigi che non voleva tingere. Sapeva fare la pasta frolla meglio di chiunque altro. Amava i documentari sui cetacei. Se ne è andata senza litigare, che è la cosa più strana di tutte.

Non aveva scritto: mia moglie. Aveva scritto il nome, come si fa con gli oggetti.

Questo registro l’ho trovato dopo la sua morte, dentro il cassetto del comodino, insieme a un pacchetto di caramelle alla liquirizia ancora sigillato e a una bussola con il magnete impazzito.

Papà si chiamava Sossio e faceva il geometra. Aveva un’ossessione per la precisione, gli piaceva tracciare confini, stabilire dove finisce il tuo e comincia quello dell’altro. Ci trovava una soddisfazione quasi morale. Eppure il registro delle perdite è pieno di tutto ciò che non si misura, che non ha contorni precisi: i colori esatti di un tramonto visto da bambino sulle colline bergamasche. Il nome di un compagno di classe con cui aveva condiviso un banco per tre anni e a cui non riusciva più ad attribuire una faccia. Il disegno di una bicicletta rossa che gli era stata rubata nel ’67. Sogni. Parecchi. Li descrive con la stessa pazienza minuziosa con cui avrebbe descritto un confine catastale, come se un sogno richiedesse la stessa documentazione di una particella ceduta al comune.

23 settembre 2005

Sogno ricorrente.

Un corridoio lungo, piastrelle bianche e nere come una scacchiera, una porta in fondo che non si apre mai. Sento che dietro la porta c’è qualcosa. Non so cosa. Ma di sicuro so che devo vederlo. Adesso non sogno più quel corridoio e non so se questo sia un sollievo o un lutto.

Leggevo queste pagine seduto sul pavimento della sua camera, con la schiena contro il letto, le gambe distese.

Fuori era novembre, il tipo di novembre che non sa bene cosa fare ‒ troppo mite per essere inverno, troppo grigio per essere autunno. Le foglie dei platani erano già tutte per terra, i rami come le ossa di una mano aperta verso un cielo che non dava nulla neppure quel giorno.

Mia sorella Vanna non voleva che lo leggessi.

«È roba sua» ha detto, stando sulla porta della camera come un buttafuori davanti a una discoteca di provincia.

«Non è un diario segreto» ho risposto, e lei ha fatto quella cosa con la bocca che fa quando non ha una risposta pronta e si rifiuta di darmi ragione.

Vanna è andata a vivere a Lione ventidue anni fa, ha sposato un ingegnere alsaziano di nome Gilles che parla un italiano da manuale degli anni Cinquanta, ha due figli che si chiamano Baptiste e Louise e che ogni estate vengono qui con la stessa espressione leggermente allarmata di chi in spiaggia è convinto che da un momento all’altro qualcuno cercherà di vendergli qualcosa.

«Hai pianto?» le ho chiesto dopo il funerale, mentre eravamo seduti in cucina davanti a due tazze di caffè che nessuno dei due aveva ancora toccato.

Ha annuito lentamente. È andata avanti così per qualche secondo.

«Tu?»

E all’istante mi è sembrata una gara, voler comparare il dolore, fare il catasto anche di quello: quanto ne hai, quanto ne è andato perso, quanto ne resta.

Il registro continuava per 184 pagine. Copriva ventidue anni, dal 2003 all’agosto del 2025, cioè fino a pochi mesi prima della sua morte. Le ultime voci erano scritte con una grafia più incerta, le lettere si allargavano, poi si restringevano, come se la mano avesse dimenticato le proporzioni.

Verso la metà del registro aveva cominciato a includere anche cose che non erano sue.

7 aprile 2011

Si sa pochissimo di come parlassero i dalmati. L’ultima persona a parlare il dalmatico si chiamava Antonio Udina ed è morto nel 1898 sull’isola di Veglia. Dopodiché nessuno ha più capito cosa dicessero.

19 gennaio 2014

Il modo in cui Leonardo disegnava le mani. Non il risultato, quello ce l’abbiamo ancora, ma il gesto esatto, la pressione della matita, l’angolo del polso. Ogni segno lasciato da un essere umano è già perso nel momento in cui viene fatto.

3 agosto 2016

La voce di mia madre. Non la ricordo più. Ho delle foto sbiadite ma nessuna registrazione. Avrei dovuto registrarla. E chi lo sapeva che le voci se ne vanno.

Questo mi ha fatto alzare dal pavimento. Sono andato in cucina a prendermi un altro caffè, ho guardato fuori dalla finestra i platani, il cielo bianco, una gazza che saltellava sul bordo del marciapiede con sicumera.

“E chi lo sapeva che le voci se ne vanno”.

Mia nonna ‒ che io non ho mai conosciuto ‒ era morta quarantadue anni prima che mio padre scrivesse questa frase. Per quarantadue anni lui aveva creduto di ricordare la voce di sua madre. E poi un giorno aveva capito che quello che credeva di ricordare era solo un’ipotesi, fabbricata per riempire il silenzio.

Ho pensato alla voce di mio padre.

Ce l’avevo ancora, abbastanza nitida. Tendeva ad abbassarsi quando stava dicendo qualcosa che considerava importante, come se le cose che contano pesassero fisicamente sulle corde vocali. Rideva di rado, ma quando capitava lo faceva con tutto il corpo, una risata che veniva da qualche posto profondo e non aveva paura di occupare spazio.

Ho pensato: tra quanti anni la sua voce diventerà un’ipotesi?

Sono rimasto nella casa paterna per una settimana dopo il funerale.

Vanna è dovuta tornare a Lione il terzo giorno. Baptiste aveva un torneo di nuoto, Louise un esame di qualcosa, Gilles aveva una riunione, quel tipo di riunioni che non si possono spiegare a chi non lavora nella stessa azienda. L’ho salutata davanti alla porta, l’ho abbracciata più a lungo del solito e lei, irrigiditasi per un istante, si è poi lasciata andare, e in quel cedimento di un secondo ho sentito che c’era ancora ‒ da qualche parte dentro quella donna col cappotto beige e la valigia con le ruote ‒ la persona che aveva diviso con me i pomeriggi sul tappeto persiano a dare forma al das.

«Torna quando vuoi».

«Lo so» ha risposto.

Che non è la stessa cosa di tornerò, ma va bene così. Poi sono rimasto solo nella casa.

La nostra vecchia casa è una casa di fine anni ’70, un appartamento al terzo piano di un condominio costruito quando ancora si credeva che il cemento armato fosse una risposta sufficiente a tutte le domande dell’esistenza. Non brutta, non bella. Funzionale. I mobili non sono mai stati sostituiti: una specie di fedeltà ostinata alle cose che si sono scelte.

Ho dormito nel letto dove avevo dormito da bambino, nella stanza che era stata mia fino a diciotto anni e che poi papà aveva trasformato in uno studio senza mai del tutto cancellare le tracce di quello che era stata prima. C’era ancora un segno sul muro dove avevo appeso un poster di Bukowski ‒ un primo piano in bianco e nero, dove mostrava i denti in una smorfia selvaggia, ferina, mentre sollevava un bicchiere di vino verso le labbra ‒, ancora un graffio sul parquet vicino alla finestra la cui origine non ricordavo più, ma che era certamente colpa mia.

La mattina mi alzavo presto, prima che il quartiere si svegliasse. Facevo il caffè ‒ una miscela robusta così amara che la diluivo con l’acqua ‒ e mi sedevo al tavolo della cucina con il registro.

A pagina ottantasette ho trovato il mio nome.

12 luglio 2009

Paolo, 31 anni. Non lo vedo più, cioè lo vedo ma vedo un altro, un’altra persona. L’altro giorno è venuto a trovarmi e abbiamo parlato per due ore di lavoro, di politica, della casa che sta cercando. Non ricordava la storia del cane. Quello che avevamo trovato in campagna l’estate dell’87 e tenuto per tre giorni nascosto in garage finché la mamma non lo aveva scoperto e ce lo aveva fatto portare al canile, e lui aveva pianto così tanto che non riusciva a respirare. Niente. Non ricordava. Cose che si perdono dentro le persone mentre le persone continuano a essere qui, presenti, a occupare uno spazio.

Si chiamava Birillo. Cioè, io lo avevo chiamato così, come il bullmastiff di Rocky. Era un bastardo fulvo con una macchia bianca sul petto, avrà avuto sei o sette mesi; lo avevamo trovato nel cassonetto davanti alla casa dei nonni in campagna. Allora, le persone mettevano i cuccioli nei cassonetti come si mettono gli avanzi.

E non l’avevo dimenticato. Come avrei potuto.

Quel pomeriggio del 2009, quando papà aveva tirato fuori la storia, avevo aggrottato la fronte e avevo detto «Quale cane?»

Lui aveva insistito a lungo, poi aveva lasciato perdere. Non mi andava di parlarne. Non con lui, non con il rischio che la voce mi tornasse quella di un bambino di nove anni che piange così tanto da non riuscire a respirare.

Non volevo ricordare i tre giorni in cui sgattaiolavo in garage per accarezzarlo, il modo in cui si era subito fidato di me, quella fiducia totale che hanno i cani e che noi impieghiamo anni a costruire, se ci riusciamo; non volevo ricordare che dormiva rannicchiato contro di me e che aveva un odore di polvere ed erba secca, né il canile ‒ gli edifici bassi, i box di cemento, il rumore di tutti quegli altri cani che abbaiavano, Birillo che guardava indietro verso di me con un’espressione… i suoi occhi non mi accusavano, chiedevano spiegazioni.

Sì, avevo mentito a mio padre, e lui ci aveva creduto. Lo aveva scritto nel registro tra la perdita della sua capacità di fare certi calcoli a mente e la perdita di un orologio d’argento che gli aveva regalato zio Enzo, il fratello.

Una perdita sua, non mia. Birillo, del resto, io non l’avevo perso: me l’avevano tolto. Forse, quel giorno, era stata anche una piccola vendetta.

Ho riposto il registro sul comodino e sono andato a fare una passeggiata.

Il quartiere non era cambiato molto. Era rimasto quella specie di limbo urbanistico fatto di bar tabacchi, negozi di tessuti con le insegne degli anni ’90, qualche alimentari gestito da famiglie cinesi che sono lì da trent’anni e che i vicini continuano a chiamare i nuovi. I platani lungo i viali. I palazzi color ocra sbiadita. I cortili interni dove d’estate si raccoglie un caldo immobile che sa di naftalina e sugo.

Ho camminato per un’ora senza una direzione precisa, che è una cosa che non faccio mai ‒ sono una persona abitudinaria, ho percorsi fissi, il mio cervello tende verso rotte note come un’imbarcazione che conosce il porto. Ma quella mattina ho lasciato andare i piedi e mi sono ritrovato davanti alla scuola elementare.

I cancelli chiusi, il cortile vuoto. Era un giovedì di novembre, i bambini erano dentro, seduti ai banchi, vedevo le loro teste ferme a guardare avanti. L’edificio, quello di sempre, stesso intonaco beige, stessa insegna metallica arrugginita agli angoli, stesso portone verde a cui mio padre mi aveva consegnato la prima mattina tenendomi per mano fino al cancello e poi lasciandomela andare. Mi ero voltato e lui era ancora lì, fermo sul marciapiede, con le mani in tasca e l’espressione di chi non ricorda dove ha parcheggiato.

11 settembre 2003

1984, primo giorno di scuola di Paolo. Il modo in cui camminava già come se sapesse dove andare. Mi ha guardato prima di entrare. Ha guardato il cancello come se stesse cercando una via di fuga. Avevo quarantadue anni e credevo di essere pronto a queste cose. Non ero pronto.

Mia moglie mi ha chiamato la sera, come faceva ogni sera da quando ero lì.

«Come stai?»

«Bene» ho detto, che è la risposta che si dà quando non si ha voglia di spiegare la risposta vera.

«Hai mangiato?»

«Sì».

«Cosa?»

«Non lo so, una di quelle cose in frigo».

«…»

Claudia sapeva quando non spingere oltre, era una delle cose che amavo di lei ‒ quella capacità di abitare il silenzio senza riempirlo, senza trasformarlo in un problema da risolvere. A differenza di me.

Dopo una lunga pausa, le ho detto: «Ho trovato un registro».

«Che tipo di registro?»

«Papà annotava le cose che perdeva…»

«In che…»

«Cose materiali, persone… Ventidue anni di ricordi».

Una lunga pausa, diversa dalla prima.

«Wow» ha detto alla fine. «Stai leggendo tutto?»

«Mmh».

Non ho aggiunto altro e lei non ha chiesto.

Questo è uno dei meccanismi silenziosi di un matrimonio lungo, sapere quando l’altro ha bisogno di stare dentro qualcosa senza essere tirato fuori, la differenza sottile che sta tra lasciare soli e lasciare in pace.

Ho riattaccato e mi sono seduto di nuovo sul pavimento della stanza di mio padre con il registro sulle ginocchia. C’era una sezione, verso la fine, che papà aveva intitolato ‒ per la prima e unica volta nel registro, dove tutto era senza titoli, senza intestazioni, solo date e descrizioni ‒ Cose che non so se ho perso o mai avuto.

15 marzo 2020

La certezza di essere amato. Non da qualcuno in particolare. In generale. Quella certezza che si ha da bambini e poi non si riesce a ricordare esattamente quando se n’è andata, solo che a un certo punto non c’è più e non si sa se è una perdita o una crescita o tutt’e due le cose insieme.

2 giugno 2021

La capacità di stare fermi. Non sul divano a essere guardati dalla tv. Fermi. Immobili. Con quella specie di quiete interiore che ricordo di aver avuto, non so se da giovane o se l’ho inventata, quella cosa per cui si poteva stare seduti in una stanza senza dover far nulla e non sentirsi in colpa per non stare facendo nulla; uscire sul balcone e perdere lo sguardo senza per forza fumarsi una sigaretta. Adesso anche quando non faccio nulla sto facendo qualcosa, sto pensando a quello che dovrei fare, sto costruendo liste, sto calcolando quanto tempo ho sprecato. Non so se ho perso qualcosa o se me lo sono solo immaginato.

19 ottobre 2022

La sensazione che le cose abbiano un senso. Che le cose che succedono stiano andando da qualche parte, che ci sia una traiettoria. Adesso le cose mi sembrano solo cose che succedono. Non so se questo sia un progresso o un impoverimento.

Ho letto queste pagine tre volte.

Ho pensato che forse il registro stesso era la risposta, non al suo dubbio se avesse perso queste cose, ma alla domanda su cosa farne di questa incertezza. Annotarla. Metterla in fila con le altre perdite, darle una data, trattarla con la stessa cura che si riserva alle cose certe. Non sapere è anch’esso qualcosa che si può perdere, e lui lo stava già perdendo, quel non sapere, e lo documentava.

Il settimo giorno ho chiamato Vanna.

«Ho finito di leggere il registro».

«E allora?»

«Ci sei anche tu».

Una pausa.

«Cosa dice?»

«Dice che gli sei mancata… Ti descrive… Quando sei partita, come eri, cose che ricordava di te. C’è una voce sul giorno in cui hai vinto un concorso di poesia alle medie e lui era così fiero che non riusciva a spiegarlo, dice che era una specie di vertigine. E poi c’è una voce del 2014 che dice che hai perso l’accento, che parli italiano con un accento che non è francese ma non è più nemmeno cadenza orobica e che non sai più quale delle due lingue sia la tua e che questo gli faceva una certa impressione… Vanna?»

«Sono qui».

«Tutto bene?»

«Sì».

La sua voce era piatta, ma di quella piattezza che è il contrario dell’indifferenza.

«Lo sai che non so più quale sia la mia lingua? Nel senso… penso in francese, ormai; quando mi arrabbio impreco in francese; quando sogno, sogno in francese; ma quando leggo, leggo in italiano. E quando mi manca qualcosa, mi manca in italiano».

«Cosa ti manca?»

Ho ascoltato il suo silenzio.

«Sai… Quando ero brava in qualcosa con lui diventavo bravissima, quando ero contenta con lui diventavo felicissima. E io non lo sopportavo, sai? Mi sembrava eccessivo, esagerato, non realistico. E adesso… adesso mi manca quella cosa lì. Quell’eccesso».

Prima di lasciare la casa ho fatto una cosa.

Ho preso un quaderno dalla scrivania dello studio, uno dei tanti quaderni bianchi che papà teneva da riserva, chissà perché, forse quella stessa logica per cui teneva in fila barattoli di vetro vuoti, i sacchetti della spesa piegati in un cassetto e le pile scariche in una scatola da scarpe, e ho scritto sulla prima pagina, in stampatello, la data di quel giorno. Poi ho cominciato a scrivere.

Novembre 2025

La voce di mio padre. Ancora presente, ancora abbastanza nitida. Abbassava la voce per le cose importanti. Rideva con il corpo intero. Quando guidava cantava sottovoce vecchie canzoni di cui non ricordava le parole e le inventava al volo con una naturalezza tale che per anni ho creduto che quelle fossero le parole vere.

Ho chiuso il quaderno.

L’ho messo in borsa insieme al registro di mio padre.

Non sapevo se avrei continuato. Non sapevo se fosse un gesto sano o una forma di malattia, se stessi iniziando qualcosa di utile o solo imitando un uomo che non c’era più nella speranza di tenerlo più vicino attraverso questa imitazione. Non sapevo se fosse una buona idea. Ma mi è tornato in mente quello che aveva scritto su Antonio Udina, sull’ultimo uomo che sapeva cosa dicevano i dalmati. Avevo pensato che forse il problema non era capire se fare il catasto delle perdite fosse utile o sano o produttivo. Il problema era che le cose si perdono comunque, e che l’unica differenza tra chi le documenta e chi no è che il primo, almeno, sa che si perdono. E sapere che si perdono non è lo stesso che salvarle. Ma è già qualcosa. O no?

Ho preso il treno di ritorno nel pomeriggio.

Fuori dal finestrino la pianura padana scorreva grigia e piatta e bella di quella bellezza mesta che ha solo in novembre, quando la nebbia non si è ancora depositata per bene e tutto ha quell’aspetto provvisorio di qualcosa che potrebbe cambiare da un momento all’altro.

Il registro era nella borsa, tra i piedi.

Ho pensato a mia figlia; ha vent’anni e quando viene a trovarci porta sempre un libro con sé, un libro diverso ogni volta, e quando le chiedo cosa sta leggendo mi risponde con un entusiasmo che mi fa capire quanto sia già altrove, già in quel libro, già in quel mondo che le appartiene e a cui io ho accesso solo parziale. Non so quasi niente di cosa perde. Non gliel’ho mai chiesto. Non ho mai pensato che fosse una domanda che si potesse fare.

Poi ho preso il telefono e le ho scritto: Ciao tesoro. Quando ci vediamo ho una cosa da mostrarti. E ti voglio fare una domanda strana.

Ha risposto dopo cinque minuti con tre punti interrogativi e una faccina con gli occhi a forma di punto interrogativo.

Ho riso. Da qualche posto profondo, con tutto il corpo, senza paura di occupare spazio nel vagone semivuoto.


Ti è piaciuto questo racconto? La copertina? La redazione? Tutti e tre?

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *