Una semplice promessa

Testo: Luca Giommoni
Immagine: Senza titolo – Chiara Casetta

Sotto le coperte, poco prima di dormire, dopo aver trascorso l’ultimo giorno di vacanza a rimuginare sulla questione, il professor Venturi decise di confidarsi con sua moglie.
− E se provassi a farmi ricevere dal Papa?
− Perché mai dovresti farti ricevere dal Papa?
− Per quel pretino, no?
− Che dolce quel pretino, con quelle caramelle – sbadigliò la moglie. – Dai, Giulio, non scherzare, domani si riparte – e spense l’abat-jour.

Una settimana dopo, a Barcellona, una volta sbrigata la conferenza sulla reversibilità delle modifiche chimiche nei cromosomi delle cellule staminali, durante un pranzo in aeroporto, provò senza grandi speranze a confrontarsi con un collega.
− Secondo te quanto è difficile farsi ricevere dal Papa?
Il collega per poco non si strozzò. – Scusami, ma non me l’aspettavo proprio – si ricompose. – Hai visto quel film con Jannacci per caso?
− Quale film? – chiese stupito il professore, ma subito dopo, ragionando che le anelate risposte non potevano essere di certo in un film, sorvolò la questione e aggiunse: − Ci sarà sicuramente un iter da seguire, ma quale?
Il collega assunse la posa più seria che gli riusciva. – Boh – disse dandogli una bella pacca sulla spalla. – Hanno chiamato il nostro aereo. Prendiamo i caffè e andiamo.
Il professor Venturi annuì. Si alzò dal tavolo e, con il passo rallentato da una sensazione d’impotenza, seguì la fretta del collega che già parlava d’altro.

Lo chiese poi, a mo’ di ingenua indiscrezione, al Presidente del suo dipartimento, conoscente di tanti personaggi altolocati e abile compositore di relazioni pubbliche.
– Non vorrei sembrarle indiscreto – premise. – Ma ha mai incontrato il Papa?
− Non mi ha mai interessato incontrarlo – disse tranquillo il presidente, come se si aspettasse la domanda. Fece i complimenti al professor Venturi per il prestigio apportato dalla sua cattedra al dipartimento, poi con fare amichevole disse: − Bisognerebbe riportare il Nobel a casa, caro Giulio, allora vedresti come ci riceverebbe volentieri.
Sicuro delle sue competenze professionali, il professor Venturi fece due calcoli veloci e decise che, per vincere il Nobel, ci avrebbe messo nella più ottimistica delle ipotesi altri vent’anni. “Troppi” pensò. “Il Papa sarà già morto, e io devo incontrare questo Papa, non un altro” si disse tra sé mentre una carrellata veloce di ipotesi gli attraversava la mente.

Quella sera sua moglie, impegnata a cuocere un risotto pieno di verdure, a intervalli regolari, buttava gli occhi sul marito cercando di capire su cosa si stesse dannando. Non era lavoro: in genere lo affrontava con un laptop e con un misto di sollievo e presunzione, non con dei fogli sparsi e frustrazione, come adesso; e lui, la frustrazione, la conosceva solo quando si sentiva impreparato nell’organizzare una sorpresa alla moglie o quando leggeva negli occhi di un suo dottorando la volontà di accontentarsi.
– Scrivi le tue memorie? – gli chiese avvicinandosi.
Il professor Venturi sollevò lo sguardo dai fogli, constatando la presenza della moglie. Le abbracciò d’impulso i fianchi e le strofinò la testa sulla pancia, come se fosse una sigaretta e volesse spengerla. La moglie sbirciò sul tavolo e notò una busta con un indirizzo. Casa Santa Marta, 00120 Città del Vaticano.
− Sto cercando di scrivere una lettera al Papa – disse anticipando le domande della moglie. – Ma non mi riesce. Non so come pormi…
− Ancora? Giulio, non la starai prendendo un po’ troppo sul serio? – gli chiese preoccupata.
− Ma quel pretino… – disse il professore con una luce buona negli occhi.
− Ma quale pretino, tu lo fai solo per il tuo ego, per dimostrare a te stesso di poter riuscire anche in questo – gli rimproverò. − Quel pretino se ne sarà già dimenticato.
− Io no.
− Io io io – gli fece il verso.
− Scrivila tu per favore.
− Cosa?
− Dai, Tiziana, per favore, tu sai essere ossequiosa ma leggera e…
− Il risotto è in tavola – tagliò corto lei.
Dopo una fila di ordinate carinerie, Tiziana, in cinque minuti, mentre il salotto si riempiva dell’Arte della Fuga di Bach, sotto la faccia soddisfatta del marito, scrisse due righe adeguate a una richiesta per farsi ricevere privatamente dal Santo Padre. Il professor Venturi sigillò la lettera, poi si concentrò a scalfire l’indispettita disapprovazione nella prossemica della moglie.

Nelle settimane successive tutto tornò come prima. Convention all’estero, lui. Turista a cinque stelle, lei. Ragionare sulla possibilità di accettare una cattedra a Londra, lui. Ragionare sulla possibilità di avere un figlio in Inghilterra, lei. Rifiutare un’offerta da una grande azienda per non rinunciare alla ricerca, lui. Rifiutare l’offerta di trasferirsi troppo lontano per non rinunciare agli affetti, lei. Finché, una mattina, arrivò una lettera riportante il timbro della Santa Sede.
La lettera conteneva un opuscolo in cui era spiegata la procedura per candidarsi a un’udienza pubblica di Sua Santità, contenente una serie di indicazioni da seguire nell’eventualità di un colloquio.
Sì, Sua Santità. No, Sua Santità, erano le sole frasi ammesse.
− Ma io devo dirgli del prete, sennò non ha senso – stizzito, il professore.
− Questa tua ostinazione non ha senso – precisò Tiziana. − Vorrei capire cosa ti sei messo in testa, Giulio.
− Voglio solo mantenere una promessa – rispose mesto. – So come la pensi: il prete se ne sarà già dimenticato, il prete dirà a tutti la stessa cosa, eccetera eccetera. Ma io devo parlargli, è importante, capisci? – disse cercando di vederle negli occhi i motivi per cui un pomeriggio di novembre di tredici anni prima lo aveva scelto.
Tiziana, quei motivi, se li portò in camera da letto e glieli negò anche quando lui la raggiunse al caldo delle coperte.

Un mese dopo, il professor Venturi, durante un convegno sulle scie chimiche, tirando fuori una boccetta di nitrourea, minacciò di far saltare tutto in aria se i vari fanatici del complotto presenti non avessero ammesso che le scie di condensazione lasciate dagli aerei non erano altro che vapore acqueo e non, come dicevano loro, agenti chimici o biologici spruzzati in volo per chissà quali finalità.
Poi aspettò con calma l’arrivo delle forze dell’ordine e, senza opporre resistenza, si fece arrestare.
Il professor Venturi non usufruì né degli arresti domiciliari né della sua condizione di incensurato, né dell’insussistenza del corpo del reato in quanto, non trattandosi di nitrourea ma di semplice idrogeno cristallizzato, si era già sciolto.
Accettò di scontare la sua pena in carcere, ma non sapeva che sarebbe finito nella casa circondariale di Frosinone. Venutone a conoscenza, fece di tutto per avere un colloquio privato con il direttore.
− Signor direttore − si precipitò a dire. − Io non dovrei essere qui, ma a Rebibbia o a Regina Coeli. C’è stato uno sbaglio.
− Nessuno sbaglio, professore – spiegò con fare rispettoso il direttore. – Rebibbia e Regina Coeli sono piene e, per certi reati, è meglio qui: più tranquillo.
− Sì, direttore, ma, vede, io devo assolutamente andare in una delle due carceri entro questo sabato – disse sudando freddo. – Mi faccia trasferire, la prego.
− Anche volendo, professore, non è possibile. Mi dispiace.
Il professor Venturi buttò lo sguardo sul pavimento, cercando di riordinare le idee.
− Professor Venturi, mi permetta – disse in tono confidenziale il direttore. – Ho avuto le mie informazioni e vorrei tanto sapere cosa ci fa una persona come lei qui dentro.
Il professor Venturi provò a giocarsi l’ultima variabile rimasta nella risoluzione dell’equazione. Confortato dall’espressione bonaria del direttore, raccontò tutta la storia, sperando potesse sortire un qualche effetto.
– La faccenda delle scie chimiche era un semplice pretesto – ammise. − In realtà, mi sono fatto arrestare per incontrare il Papa.
− Come, scusi?
− Ho letto che il Papa avrebbe fatto visita ai detenuti delle carceri di Roma questo sabato – disse serio il professore. – E data l’importanza delle ragioni che mi spingono a volerlo incontrare, ho fatto in modo di trovarmi nel posto giusto. Invece eccomi qua. A perdere tempo e a fare perdere tempo – si lamentò.
− Scusi se mi permetto – esordì il direttore. − Ma perché vuole incontrare il Santo Padre?
− L’ho promesso a un prete – rispose il professor Venturi, semplicemente. – Provo a fargliela breve: qualche mese fa io e mia moglie siamo a visitare un paesino della Toscana. L’ultimo giorno, mentre ci divertiamo a perderci nei vicoli, un prete, incontrato per caso, ci “sequestra” e insiste, con un’ostinazione impossibile da eludere, per farci fare una visita turistica nella sua chiesa – iniziò il professore, provando una fitta al cuore al pensiero della moglie, là fuori.
− Vede – continuò − io sono ateo, come avrà sicuramente immaginato, però, in un modo che non ho mai capito, sono sempre stato un buon magnete per i preti, forse è la mia faccia, non lo so… comunque il prete, sull’ottantina, si dimostra un amichevole anfitrione. Ci favorisce un vassoio di vimini pieno di caramelle e ci domanda quanti occhi abbiamo. Alla mia risposta scontata di avere due occhi, lui, come se fossi un suo sacrestano, mi fa notare gli occhiali che indosso e mi ripete la domanda. Sorridendo imbarazzato gli rispondo quattro e il prete, tutto felice, mi porge quattro caramelle. A mia moglie, che non porta gli occhiali, giudicando il numero due troppo basso per un’equa generosità, le chiede il numero delle dita delle mani e le dà dieci caramelle. Io e mia moglie vorremmo ringraziare e andarcene ma il prete è tutto una gioia, neanche gli avessero regalato un altro Natale, e inizia a dirci che, nel paesino, c’è stata una moria di preti ed è rimasto solo un prete e mezzo e che lui si considera quel mezzo. Ci confida che, certe volte, con la scusa di dire un rosario in casa di qualche parrocchiana più anziana, riesce a rimediare ancora un buon pasto, di quelli che non si cucinano più. E solo alla fine, quando io e mia moglie, dopo averlo ringraziato per l’ennesima volta, stiamo uscendo, ci chiede da dove veniamo. − Da Roma − rispondo. Allora lui mi prende a braccetto e mi chiede di salutargli il Papa da parte sua. − Lo saluti da parte di Don Ottorino − mi dice. Poi chiede se sappiamo perché gli piace così tanto questo Papa e, senza darci il tempo di rispondere, dice: − Perché spezza il pane con le mani, alla maniera dei semplici.
Mia moglie sorride, con il cuore più leggero, lo capisco quando a mia moglie le si alleggerisce il cuore, e si incammina fuori. Sulla soglia il prete mi ferma di nuovo e, con degli occhi sinceri da ragazzo, mi chiede: − Me lo promette allora di salutare il Papa da parte mia? − e aspetta la mia risposta come si aspetta la primavera. Io lo guardo e, lì per lì, gli rispondo: − Glielo prometto − ma quella promessa, a oggi, non sono riuscito a togliermela dalla testa – concluse il professor Venturi e si rinchiuse in un educato silenzio.
Il direttore avrebbe voluto aiutarlo, ma conosceva troppo bene la burocrazia.
− Professor Venturi – disse. – Ma un uomo nella sua posizione, un’eccellenza nel suo campo, perché deve rischiare tutto per una faccenda così?
− Perché tutto non sarà servito a niente se non riuscirò a mantenere questa promessa.

Il professor Venturi trascorse un mese e ventidue giorni nella casa circondariale. Il Papa intanto aveva fatto visita alle carceri di Roma e aveva conversato, anche in privato, con qualche detenuto.
In quel mese e in quei ventidue giorni, il professor Venturi si scusò con Tiziana a ogni visita, tenne corsi di scienze, matematica, chimica, geometria, storia e italiano a classi di detenuti, cercò di mantenere i contatti con i suoi dottorandi, con i colleghi dell’università e con quelli del dipartimento. Fece diplomare Damiano Lamarea, arrestato per spaccio, Luca Battistelli, arrestato per rissa e danni a pubblico ufficiale, Nicholin Vartusa, arrestato per favoreggiamento alla prostituzione, Gennaro Ceriello, arrestato per essersi sottratto agli arresti domiciliari, Ewoe Kojo, arrestato per furto, e aiutò Adriano Meloni, arrestato per tentata rapina, a conseguire la certificazione di perito elettrico.
Uscì una mattina di giugno. Sua moglie, con un sole di inizio estate a illuminarle le lacrime, lo aspettava fuori.

Tiziana non gli chiese niente, ma nei mesi successivi gli manifestò nelle strette di mano, nei silenzi in macchina, nei baci della buonanotte, nelle occhiate furtive davanti alla televisione, il desiderio di voltare pagina, di lasciarsi tutto alle spalle.
Il professor Venturi, considerato ancora una giovane promessa della chimica, riuscì a far valere la sua influenza, nonostante tutto, e a farsi assegnare una cattedra a Londra.
Di tanto in tanto, di nascosto, continuava a tenersi aggiornato sul programma delle visite papali, ma la stessa attenzione la riponeva sul visitare insieme alla moglie il tempio indù di Neasden, o sullo scovare, seguendo il divertimento di Tiziana, i nasi nascosti a Soho, o sul leggerle negli occhi la stessa estasi gustativa durante una cena al Ritz.
A Tiziana piaceva la nuova vita e vedeva con occhi nuovi anche l’uomo con cui la condivideva e, fino a un venerdì di un anno dopo, quando le si ruppero le acque e fu portata d’emergenza all’ospedale, non ebbe il minimo sospetto. Poi quando capì, malgrado gli spasmi, che l’ambulanza chiamata dal marito era diretta non al St. Thomas ma al St. Mary, per un attimo, gli si accese uno strano dubbio.
– Non dovevo essere ricoverata al St. Thomas? – disse tra i denti al marito, che le stringeva la mano, mentre era portata in sala parto.
Il professor Venturi provò a nascondere un’agitazione forse anche maggiore di quella della moglie. La baciò forte sulla fronte imperlata di sudore e la rassicurò con le uniche parole che gli venivano: – Stai tranquilla, andrà tutto bene.
Tiziana gli sorrise e sprofondò la testa sul cuscino tutto bagnato. Da stesa, poté scorgere, in rapida successione, come se guardasse da un treno in movimento, ghirlande, coccarde e striscioni a festa, sparsi per tutto il reparto, ma non gli prestò troppa attenzione, impegnata in una rapida lista di tutti i nomi femminili scartati nei sette mesi precedenti assieme al marito. Avevano detto no a: Alessandra, Alessia, Alice, Chiara, Elena, Elisa, Erica, Erika, Elettra, Federica, Irene, Letizia, Margherita, Martina, Michela, e alla fine si erano trovati d’accordo su Aria, Lavinia e Zoe. Aria Venturi per Tiziana era impronunciabile, al professore invece piaceva. Lavinia Venturi andava bene a tutti e due, proprio per questo sarebbe stato troppo banale. Zoe Venturi faceva strano a entrambi ma in senso diverso: era il nome giusto.
“Zoe Venturi” pensò Tiziana davanti alle porte spalancate della sala parto. “Una figlia nata a Londra, io che vengo da Castelnuovo di Porto”.

Zoe nacque di due chili e novantasei, in perfetta salute. Tiziana rideva e piangeva alla neonata tutta ricoperta di umori primordiali, mentre la ginecologa le applicava le pinze.
Il professor Venturi, attraverso lacrime di gioia, fissava la moglie allattare. Tiziana gli fece cenno di avvicinarsi. Si baciarono, poi con il minimo di forza rimastale gli porse la bambina. Il professor Venturi la prese tra le braccia con una delicatezza che sua moglie non ricordava più.
La ginecologa porse le sue felicitazioni ai neo genitori e, prima di abbandonare la stanza, si congratulò: − Zoe è una bambina molto fortunata.
− Certo che lo è – disse a bassa voce il professore, come se lo bisbigliasse per quelle orecchie, piccole e nuove, che teneva in braccio.
− Non lo sapete? – chiese stupita la ginecologa. − Domani il Santo Padre incontrerà tutti i neonati del St. Mary.
− Come? – in un inglese stanchissimo, Tiziana.
− Domani è prevista una visita del Santo a tutti i neonati dell’ospedale – ripeté con gentilezza la ginecologa.
Tiziana, dal letto stropicciato e bagnato dalla fatica, interrogò il marito con uno sguardo troppo debole per essere risentito.
Il professor Venturi, con un sorriso compiuto, stava già cullando Zoe, ammirandola come si ammira un dono.

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