Un’enciclopedia d’amore

di Carlo Martello
Copertina di Laurana Editore

Questo testo, che nasce come recensione a Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi, edito da Laurana, è scritto in forma di autofiction per far piacere a Lorenzo Vargas, che ama molto il genere. Su Ferrovie del Messico, lo stesso Gian Marco Griffi ha scelto di regalarci un testo che racconta la genesi vera, dunque inventata, del romanzo.

Quando ho preso la decisione di fondare Malgrado le mosche, ormai tre anni fa circa, non sapevo letteralmente a chi rivolgermi per iniziare a pubblicare online dei racconti che innanzitutto mi piacessero, ma dei quali soprattutto potessi fidarmi – la letteratura di cui ci si può fidare è una categoria ben precisa. A parte qualche caso fortunato, i primi racconti arrivati in redazione, che poi era una mia ennesima casella di posta elettronica, erano talmente brutti da essere quasi esilaranti. Ero molto preoccupato e iniziavo a pensare a come trasformare la rivista per non farla morire in culla. Ho chiesto aiuto a un po’ di persone, della cui letteratura sapevo di potermi fidare, che con il tempo mi sono diventate amiche, credo senza pentirsene troppo. Quelle persone erano Veronica Galletta, Silvia Tebaldi, Barbara Fiorio, Beatrice Galluzzi, altr* di cui ora non ricordo e a cui chiedo scusa e Gian Marco Griffi. I primi tre racconti usciti per Malgrado le mosche, nel dicembre del 2019, sono appunto, in ordine di apparizione, di Beatrice Galluzzi, Gian Marco Griffi e Veronica Galletta.

In seguito, sempre qui su Malgrado le mosche, Gian Marco Griffi ha inaugurato una sezione a suo nome che è durata qualche mese e che aveva un nome straordinario: Lo scrittore del lunedì di mercoledì, perché Gian Marco ha il giorno libero di lunedì e dunque scrive di lunedì, prendendosi in giro e facendo finta di credere di essere uno scrittore della domenica, ma di lunedì, pubblicato il mercoledì. È iniziata insomma una collaborazione, dalla collaborazione è nata un’amicizia che non si può definire intensa, né troppo assidua, ma pure presente. Entrambi sappiamo che ci siamo e che la stima è alta e l’affetto presente.

Tutto questo per dire che io non mi aspettavo niente di meno da Ferrovie del Messico. Quando lə primə amicə hanno iniziato a scrivermi dicendo tuttə, più o meno: «Ho comprato il libro di Griffi, cazzo, è bellissimo. Un capolavoro», non mi sono meravigliato e non avevo avuto ancora il tempo di leggere che poche pagine, giusto per togliermi la curiosità.

Ovviamente non mi prendo alcun merito nell’avere ospitato i racconti di Gian Marco. Solo unə pazzə poteva non accorgersi della grandezza della scrittura di Griffi.

Non sono una persona colta, leggo di continuo ma sono molto lento, poi dimentico facilmente. Stefano Trucco, altro autore che quando tornerà alla ribalta non mi stupirà, è una persona colta, Gian Marco Griffi è una persona colta. E quando finalmente ci siamo incontrati e siamo usciti insieme ad Asti (una città della quale è innamorato e che per chi ci va è una cittadina assolutamente ordinaria, financo mogia e che per questo dà la cifra della capacità immaginifica di trasformazione della realtà ordinaria in poesia che Griffi possiede), quando ci siamo incontrati, dicevo, e abbiamo naturalmente iniziato a parlare di libri, ho avuto la certezza che avrebbe potuto continuare per giorni interi divertendosi come un bambino. Quando ci siamo salutati, ricordo con precisione che mi ha detto di aver passato una bella serata a parlare di libri. Può aver mentito riguardo alla prima parte, ma dallo sguardo che aveva non si potevano avere dubbi sulla veridicità della seconda parte della frase.

Qualche giorno fa, un’amica mi ha chiesto, per curiosità e per sfottermi, quali fossero i libri che mi piacciono davvero, quelli che mi fanno innamorare (quest’ultima parte l’ho aggiunta io, ma sarebbe potuta accadere). Dopo un po’ di cazzeggio, mi è venuta in mente la verità e l’ho detta: mi piacciono i libri ambiziosi. Non è una questione di genere, che peraltro è un discrimine che lascia il tempo che trova, né di stile, non soltanto almeno. Non è neppure un problema di accessibilità, libri facilissimi da leggere sono di un’ambizione senza confini, libri complicatissimi si limitano a ricalcare effetti già letti e non sono ambiziosi per niente. Forse, al di là dunque dello stile e della struttura più o meno complessa, i libri ambiziosi sono quelli in cui l’autore o l’autrice mette dentro tutto quello che ha, libri in cui si cerca di raccontare tutto di un mondo, di una persona, di un battito di ciglia, di un inciampo casuale, di una granita, di una dimenticanza, libri in cui si cerca di trasmettere le esperienze, i valori in cui si crede, quelli in cui non si crede affatto, nei quali si prova a fare i conti con tutto, magari una faccenda alla volta, o tutto insieme, libri che non sono una fetta della torta, sono tutta la torta.

Ferrovie del Messico è un libro oltremodo ambizioso, tra gli italiani è il primo romanzo mondo, come si dice, che leggo da tantissimo tempo. È un libro sulla vita, sulla morte, sull’amore, sulla furbizia, sulla stanchezza, sulla paura, sulla noia, sull’allegria, sulla curiosità. Ecco, su quest’ultimo punto: raramente si leggono libri così curiosi, dove ogni pagina ne crea un’altra che non sarebbe indispensabile ma c’è ed è stata scritta per pura curiosità e per l’amore di scrivere e di leggere. Ferrovie del Messico è anche il romanzo di un grande lettore, di un lettore curioso, con le sue fissazioni – Gadda, Beckett, Bolano, l’avventura, le parole precise (è un romanzo di parole precise fino al puntiglio) – e anche in questo è un romanzo generoso.

Si parla spesso della lunghezza di Ferrovie del Messico perché più di ottocento pagine spaventano. Ma sono ottocentoventisei pagine, se non sbaglio, di lettura per niente complicata. Griffi ha scritto un romanzo ambizioso della sottospecie accessibile. È chiaro, non tutti i riferimenti – sono centinaia, forse migliaia – potranno essere colti dalla lettrice o dal lettore disattento, ma il romanzo si può godere con grande soddisfazione anche senza riconoscere altri autori, altre opere, citazioni, ricordi. Può essere letto e goduto lo stesso perché è così generoso nello svelamento della particolare verità dell’autore, che le pagine parlano da sole.

Mi piace moltissimo parlare d’amore, è una delle cose che preferisco. E scrivo sostanzialmente quasi solo d’amore, mischiato alla politica, alla fantasia, agli incubi, alla realtà, ma parlo quasi sempre e solo d’amore, forse perché è semplicemente la cosa che mi interessa di più. Sono abbastanza sicuro che mi interessa di più della letteratura. Riesco a scrivere se sto bene, se sono triste, se sono stanco, in rari casi ho scritto perfino da malato e in malattia ho sicuramente pensato a cosa scrivere appena fossi stato meglio. Da innamorato non ho mai scritto una riga che non fosse destinata alla persona amata, spesso, quasi sempre, in forma assolutamente privata. Quando raramente, da innamorato, ho scritto qualcosa per farla leggere ad altr*, era così evidente non l’oggetto, ma il soggetto del desiderio, che mi è sembrato di truffare la gente. In Ferrovie del Messico ci sono alcune delle più incredibili, meravigliose, strabilianti pagine d’amore mai lette. All’inizio del libro, una donna che non ritroveremo praticamente mai più, se non citata un paio di volte, è l’autrice di una lettera d’amore che il protagonista legge e noi con lui. È una lettera d’amore fallita, Cesco Magetti, l’antieroe del romanzo, non è già più innamorato di lei, gli manca solo il coraggio di dichiararlo ufficialmente. Quella lettera d’amore fallita è migliore della più bella lettera d’amore fallita che io abbia mai scritto, e ne ho scritte di bellissime, difatti ci resto sempre malissimo quando falliscono. Vorrei che mi venisse detto: guarda, di stare insieme non se ne parla, ma questa è la lettera d’amore più bella che abbia mai ricevuto. Non è mai successo.

Quando ho letto la lettera d’amore fallita di Griffi, all’inizio del romanzo, data la mia lunga esperienza, ho capito immediatamente che era fallita e me ne sono dispiaciuto. Soprattutto però mi sono innamorato della donna finta autrice della finta lettera d’amore fallita.

Non vi dico cosa è successo verso la fine del romanzo, quando Steno, uno dei personaggi più romantici della storia della letteratura italiana, fa una cosa che non posso raccontare. Ho pianto di fronte a uno sfoggio di retorica che in mano alla maggior parte degli scrittori e delle scrittrici sarebbe insopportabile. Evidentemente è anche tecnica, lo diamo per scontato. Non si scrive un libro del genere senza tecnica, senza aver letto per duecento anni, senza aver provato e riprovato milioni di volte, ma quello che Griffi possiede, oltre al talento, è la capacità di far provare amore ai suoi personaggi. Amore per l’altr*, amore per la vita, per il compagno caduto, per l’amico, per i libri, per la libertà.

La trama di Ferrovie del Messico è irraccontabile. Cesco Magetti, milite della Repubblica di Salò con un mal di denti feroce, viene incaricato di redigere una mappa dettagliata delle ferrovie messicane. Tutto il resto sono mille storie, personaggi che appaiono, tornano, fanno ridere e piangere, compresi due becchini meravigliosi, una donna magnifica, una ragazza morta, Hitler, due compagni poco di buono e dolcissimi, un uomo alla ricerca del padre, un uomo innamorato alla follia, una domestica saggia e potrei continuare, tra scommettitori messicani, un bambino che non si riesce a dimenticare, un militare romano insofferente. Non è una galleria di tipi messi lì tanto per fare, ognun* di quest* fa progredire non solo la storia, ma la vita dei personaggi.

La struttura del romanzo sembra una scatola aperta dove si stia giocando a volta la carta. Volta la carta e c’è il soldato, volta la carta e ci sono gli amici, volta la carta e c’è il cimitero e alla fine del gioco c’è una storia ricchissima e coerente, con tutti i tasselli al loro posto.

Proprio nella lettera d’amore fallita di cui parlavo poco fa è citata Malgrado le mosche, questo mi ha parzialmente rovinato la lettura della lettera d’amore fallita, perché ho perso la concentrazione. Sembra buttato lì per caso, ma niente è buttato lì per caso in Ferrovie del Messico, guai a crederlo.

Ogni parola ha un senso preciso, è un romanzo iper pensato, dove c’è una quota di immaginazione spontanea, dovuta al talento e al divertimento di Griffi, ma nel quale c’è anche un lavoro di cura immenso, credo durato un tempo antieconomico. Di questo se ne è fatto carico Giulio Mozzi, che è un altro pazzoide della stessa risma, se ho capito il tipo.

Ci sono in giro alcune recensioni molto ben fatte, che avrei potuto saccheggiare. Non l’ho fatto perché volevo scrivere una lettera d’amore fallita, che mi riescono meglio delle recensioni.

Qui si può leggere la postfazione al romanzo di Marco Drago, uscita su Nazione Indiana. È una delle migliori postfazioni che si possano desiderare e vale molto più di una recensione.

Questa invece è l’intervista che Susanna Tartaro ha fatto a Griffi a Radio3.


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